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Daniel Picouly, uno dei più apprezzati autori francesi contemporanei, già vincitore del premio Renaudot e ora alle prese con un romanzo storico sui generis, sospeso tra ironia e nostalgia, sorta di ”Cyrano“ in chiave postmoderna capace d'entusiasmare il pubblico coi ritmi avvincenti del feuilleton popolare ma di conquistare anche la critica d'oltralpe. Picouly ambienta il suo vibrante racconto nella Francia post-rivoluzionaria, immaginando gli ultimi, avventurosi giorni del Cavaliere di Saint-George, fra intrighi internazionali, storie d'amore e sfide d'onore. Questo affascinante ”Mozart nero“, primo colonnello di colore dell'esercito francese, realmente esistito, grande maestro di scherma e compositore, incontrerà dodici volte la morte, una per ogni capitolo, fino a scoprire il significato della frase che gli ripeteva sempre la madre: ”L'uomo muore dodici volte. La tredicesima è l'oblio“. Ecco cosa dice l'autore di questa storia acuta, veloce e penetrante come un affondo di spada.
D. Il secolo dei Lumi, la Rivoluzione Francese: come mai ha scelto di scrivere un romanzo storico?
R. Rifiuto la definizione di romanzo storico. Io scrivo soltanto dei miei ricordi d'infanzia. Tutte le mie storie hanno origine dai soldatini con cui giocavo da ragazzino. Mi divertivo con i modellini di Danton , Robespiere e Maria Antonietta... Il XVIII secolo è il secolo degli oratori e io, figlio di proletari, possedendo soltanto la parola, non potevo che essere attratto da quell'epoca. Mi sono inventato mille storie salvando la regina, conquistando la Bastiglia, smascherando complotti, liberando il re, e concedendomi ogni tipo di anacronismo. Oggi utilizzo gli stessi mezzi e la stessa libertà con la mia scatola di giocattoli d'allora. Anche se non potrei mai scrivere un saggio sulla lingua e la cultura del XVIII secolo: non ho la profondità di conoscenza di uno storico. Sono soltanto, per usare un'espressione che amo anche se è ingiustamente caduta in discredito, uno scrittore popolare.
D. Dunque si tratta di un ritorno all'infanzia?
R. Non è un ritorno. L'infanzia è al centro della mia vita. Ed è necessario salvaguardare la propria anima fanciullesca per tenere viva l'immaginazione, conservare una libertà di tono e di stile per raccontare le storie servendosi di tutto quello che ci si ritrova intorno. Io scrivo al presente. Mai al passato. E non capisco neppure il futuro anteriore.
D. Come ha trovato il personaggio del Cavaliere di Saint-George?
R. Insieme a Chester Himes, il Cavaliere di Saint-George era uno degli idoli di mio padre. In famiglia lo si paragonava a Mozart e ai moschettieri del cardinale di Richelieu. Questa cosa mi affascinava, anche perché nessun libro di storia lo menzionava e a scuola nessuno lo conosceva. A quel tempo avevo la certezza di essere il figlio segreto di Maria Antonietta come al giorno d'oggi alcuni piccoli appassionati di calcio sono convinti di essere il fratello minore di David Beckham. Di colpo mi sono convinto che, se la regina era mia madre, il Cavaliere di Saint-George non poteva che essere mio padre. Ecco come è nato Il ragazzo Leopardo. E ora, La tredicesima morte del Cavaliere, nel quale indago la sua paternità.
D. Che cosa c'è di contemporaneo nel Cavaliere di Saint-George?
R. Le questioni dell'integrazione e dell'uguaglianza. Le nostre democrazie sono fondate su una truffa: quella del merito. Ci fanno credere che quelli che raggiungono determinati posti lo fanno nient'altro che per loro merito. In realtà è vero il contrario. Viviamo in una società in cui il potere è maschile, e a predominanza bianca. Il Cavaliere di Saint-George non è esistito se non per il suo merito. Non sono certo che conoscerebbe la stessa sorte oggi.
D. Le sarebbe piaciuto vivere a quell'epoca?
R. No, era un periodo duro per chi non era aristocratico. Il caso del protagonista del mio romanzo è eccezionale. Io, provenendo da una classe inferiore, mi sarei ritrovato a fare lo schiavo.
D. Perché mettere in scena un eroe meticcio è stato così importante per lei?
R. Ho sempre rimproverato a Alexandre Dumas, che pur era mulatto, di non aver creato un moschettiere di colore. Così avrei potuto avere un eroe di tipo romanzesco nel quale identificarmi. Così ho raccontato un cavaliere in cui ci si può identificare. Sapere che persone come lui sono esistite e hanno avuto riconoscimenti è importante, altrimenti una parte importante dell'immaginario non trova alcuna forma di rappresentazione, cosa che per me è assai grave.
D. Con il Premio Renaudot del 1999 per Il ragazzo Leopardo è cambiato qualcosa?
R. Anche se mi è capitato di vincere altri premi, il Renaudot ha certamente contribuito a farmi conoscere da lettori diversi dal mio pubblico abituale.
D. Quali consigli darebbe a un giovane scrittore?
R. Ci vuole un buon ”sedere“. Ecco il segreto della scrittura: la capacità di stare seduti per dieci ore di seguito, sforzarsi di finire ciò che si è iniziato, convincersi che si è capaci di farlo, e scrivere con quel desiderio potente che non si sa da dove venga.
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