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I componenti fondamentali dell'arte narrativa di William Trevor sono almeno tre. Il colore grigio che permea di sé l'Irlanda, sfumandone tutti i colori a una tavolozza di infinitesime varianti di quell'unico colore. La storia complessa e tragica dell'Irlanda, quella del Nord ma anche quella del Sud, almeno fino alla definitiva indipendenza del 1948. E uno straordinario, acutissimo, quasi feroce senso della solitudine, che deriva forse dai grandi spazi poco abitati dell'Irlanda stessa (60 abitanti per chilometro quadro contro i 180 dell'Italia, e concentrati nelle zone orientali), ma ancora di più dallo spirito più intimo dell'autore. La solitudine, per esempio, dei personaggi che abitano i bellissimi racconti riuniti in Gli scapoli delle colline, ai quali sono strettamente imparentati alcuni di quelli del recentissimo La storia di Lucy Gault, romanzo che, fondato sui tre elementi sopra citati, costituisce uno degli esiti più alti e intensi dell'autore.
Nel caso specifico della Storia di Lucy Gault, tuttavia, ai suddetti tre componenti ne va aggiunto un quarto, scarsamente definibile, inafferrabile, ma sempre presente per non dire imprescindibile: la specifica, profonda, inguaribile pulsione alla libertà individuale propria degli abitanti delle isole britanniche. È proprio questa insopprimibile pulsione a spingere una coppia di sposi, innamoratissimi e irreprensibili ma in un certo senso male assortiti (lui è irlandese, lei inglese), a una decisione che segnerà la loro vita e quelle di altri. Sono gli anni della prima indipendenza incompleta (1921), con una situazione in blando ma minaccioso sobbollire. I cattolici irlandesi — o almeno le teste calde — tentano di convincere i protestanti inglesi rimasti sull'isola ad andarsene, per lo più con le cattive. Un mattino i cani dei Gault sono scoperti avvelenati, qualche notte più tardi tre giovani cercano di dare fuoco alla dimora. Il padrone di casa spara, uno dei tre giovani è ferito, a nulla valgono i tentativi di rappacificazione e risarcimento: nulla può placare l'ostilità preconcetta contro la famiglia mezzo inglese.
I Gault decidono di abbandonare la loro grande e bella casa, immersa tra i campi sul mare, per quello che essi stessi non possono sapere destinato a diventare un viaggio praticamente senza fine. Non è però d'accordo la loro bambina, Lucy: quello è il suo mondo, non lo può lasciare, lì è nata, lì vuole crescere e vivere. In preda a uno sconsiderato capriccio infantile, scappa e nessuno la trova più. Il mare restituisce alcuni suoi indumenti, la si crede morta, i genitori finalmente se ne vanno con lo strazio nel cuore, uno strazio tale da impedire loro di stabilirsi nella casa che avevano affittato in Inghilterra: scappano letteralmente per l'Europa senza lasciare un indirizzo, nemmeno un'esile traccia che possa in qualsiasi modo essere seguita, scompaiono.
Nessuno riesce quindi a informarli che gli indumenti ritrovati erano quelli rubati alla bambina e nascosti tra gli scogli da un cane che voleva soltanto giocare, che Lucy non è morta ma è stata ritrovata viva. Viva, certo, ma con la mente indelebilmente segnata dal senso di quel piccolo peccato, che lei sente istintivamente aver causato la rovina della sua vita ma anzitutto di quella dei genitori. E anche di quella di altre persone. Non se lo perdonerà mai.
Passano i decenni, la Seconda guerra isola ancora di più l'Irlanda dall'Europa. L'ignaro papà Gault ricompare finalmente dopo tanti anni, solo, come un fantasma emerso da altri tempi. E con lui ricompaiono altri fantasmi, materiali e della mente. Immersi come sono nella variante di grigio specificamente scelta da William Trevor per l'Irlanda di questo libro, essi vi si confondono e annullano. Il grigio è invincibile, a nulla possono valere, se non a esaltarne la dolente uniformità, pochi sapienti lampi di colore: una valigia azzurra, gli abiti bianchi di Lucy, qualche squarcio di cielo... Di un romanzo straordinario come questo — straordinario per la qualità della scrittura e della composizione ma anche per la struttura e le cadenze quasi da suspense — non si può rivelare di più.
[Mario Biondi]
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