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Con il taglio dell'inchiesta giornalistica, il libro rivisita l'affondamento dell'Andrea Doria e gli eventi seguiti a quel tragico 25 luglio 1956. Polemiche, indagini, denunce anonime, operazioni di spionaggio e diplomatiche, e una ”lobby della memoria“ che da anni combatte per ristabilire la verità e riabilitare l'equipaggio dell'Andrea Doria. E con esso, l'immagine della marineria italiana. È una lunga navigazione nel passato, che in Assolvete l'Andrea Doria Fabio Pozzo compie insieme ad alcuni personaggi del caso fino ad approdare anche alle conclusioni dell'inchiesta della commissione speciale del ministero della Marina Mercantile italiano. Pagine rimaste segrete per mezzo secolo e che ora, pubblicate per la prima volta, possono forse mettere la parola fine al caso Andrea Doria: fu la Stockholm a causare, con un'accostata errata e fatale, la collisione. Sulla vicenda e sul libro abbiamo intervistato l'autore.
D. Alle 23,10 del 25 luglio 1956, l'Andrea Doria, ammiraglia della flotta italiana, una delle più belle navi passeggere dell'epoca, con a bordo 1134 ospiti e 572 uomini d'equipaggio, salpata da Genova e diretta a New York, entra in collisione con la Stockhom. Undici ore dopo affonda. Tutti i passeggeri sopravvissuti all'impatto sono tratti in salvo: sarà la più grande operazione di salvataggio della storia della navigazione. Perché, dopo 50 anni, riaprire il caso Andrea Doria?
R. Perché non si è mai chiuso. Nessun tribunale ha mai emesso un verdetto che indicasse il colpevole della collisione, ma l'illazione che la responsabilità del sinistro fosse italiana è stata sollevata sin dai primi giorni dagli svedesi, che l'hanno sostenuta con un'efficace campagna di marketing, a differenza degli armatori italiani che opposero il silenzio, e da allora tale peso continua a gravare sull'equipaggio dell'Andrea Doria. Gli ufficiali della nostra ammiraglia sono stati condannati alla pena del sospetto senza alcuna sentenza. Ingiustamente, perché è stato dimostrato che l'errore fu svedese.
D. C'è stato un processo a New York.
R. Subito dopo la tragedia, la Svenska American Ljnie, la società armatrice della Stockholm, citò l'Italia di Navigazione, proprietaria dell'Andrea Doria, davanti alla corte federale degli Stati Uniti, a New York. Gli svedesi chiesero di essere esonerati da ogni responsabilità, affermando che la collisione era stata causata da una manovra errata del transatlantico italiano. La società Italia replicò e addossò tutta la colpa del sinistro alla Stockholm, perché aveva improvvisamente e senza motivo aveva virato a dritta, tagliando la rotta dell'ammiraglia italiana. Due versioni contrastanti, che rimasero tali e che non furono mai confutate dal giudice: l'istruttoria preliminare, infatti, s'interruppe prima del tempo. Il giudizio fu preceduto da un accordo delle compagnie di navigazione, che transarono e misero fine al procedimento. Questa decisione fu la migliore per gli armatori, per gli assicuratori e anche per i passeggeri, che furono risarciti in tempi record, ma non per la verità.
D. Non ci sono state altre inchieste?
R. La collisione è stata oggetto di un'inchiesta americana, affidata a una commissione della Camera dei rappresentanti, che però non poteva esprimersi nel merito. Le autorità svedesi, invece, sposarono subito le tesi difensive dei loro ufficiali e non ritennero di svolgere indagini approfondite. Quanto all'Italia, il ministero della Marina Mercantile varò un'inchiesta formale che attribuì la colpa del sinistro agli svedesi. Le conclusioni di questa inchiesta, però, non furono mai rese completamente note. Io, però, ho avuto l'opportunità di consultare queste pagine e ne ho riportato per la prima volta i contenuti.
D. Che cosa emerge dall'inchiesta italiana?
R. La collisione è stata causata da un errore umano, imputabile al terzo ufficiale svedese. L'unico ufficiale presente quella notte sulla plancia della Stockholm, nonostante la nebbia, il traffico marittimo particolarmente intenso in quella zona di oceano - non a caso conosciuta come la Times Square dell'Atlantico - e l'ordine del suo comandante di avvisarlo in caso di condizioni di visibilità ridotte e comunque di problemi. L'Andrea Doria, invece, poteva contare sugli occhi vigili e l'esperienza di Calamai e di altri due ufficiali.
D. Qual è stato l'errore commesso dall'ufficiale scandinavo?
R. Secondo quanto è emerso dall'inchiesta italiana e dagli studi dell'americano John C. Carrothers, nonché dagli approfondimenti successivi del Gruppo di lavoro dell'Andrea Doria, avrebbe calcolato erroneamente la distanza che separava le due navi, a causa del radar mal tarato. Un errore fatale, al quale ha fatto seguito una manovra altrettanto fatale, vale a dire un'accostata improvvisa di 20-22 gradi a dritta, che ha provocato la collisione.
D. Com'è strutturato il libro?
R. Ho ripercorso con il taglio dell'inchiesta giornalistica i fatti di Nantucket, ma soprattutto il dopo. Indagini, denunce anonime, operazioni diplomatiche e di spionaggio, incontri segreti, e una lobby della memoria - costituita da un gruppo di ex ufficiali della nave, dirigenti dell'Italia di Navigazione, legali e tecnici - che da oltre vent'anni combatte per ristabilire la verità e riabilitare l'equipaggio dell'Andrea Doria e l'immagine della marineria italiana.
D. Qual è l'obiettivo del suo libro?
R Chiarire una volta per tutte il caso Andrea Doria, pubblicando l'unica sentenza emessa da un'autorità costituita e così facendo sgravare dal peso del sospetto gli ufficiali dell'ammiraglia, dando il giusto riconoscimento a loro e all'equipaggio in generale, che salvo qualche eccezione si comportò coraggiosamente, salvando il 70% dei passeggeri. Un riconoscimento che va, postumo, anche al comandante Calamai, il vero protagonista di questa storia. La sua, quella notte sulla plancia, fu una scelta difficile, ma, con il senno di poi, la più giusta, perché ha salvato tante vite umane.
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