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Indice Speciali


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A immagine e somiglianza della scimmia  Ci spiega Piergiorgio Odifreddi

La vecchiaia: una dimensione dove qualcosa nasce  Incontro con Marco Missiroli

Lo chef che cambiò Venezia nel Rinascimento  Incontro con Elle Newmark

Un neonomade in cerca di sé  Intervista a Miro Silvera

Professioniste dolci ma appiccicose, a Londra  Intervista a Stickyboy

La fede tormentata di Salvatore Quasimodo  Incontro con Curzia Ferrari

Un fumetto in forma di romanzo  Intervista a Gianluca Morozzi

Un dramma nazionale sul Monte Bianco  Intervista a Marco Albino Ferrari

Il “rumore dell’ombra” in un thriller  Incontro con D. Carrisi

Giallo, storia d’amore, o satira?  Intervista a Mario Baudino

Una detective vittoriana all’ombra delle piramidi  Intervista a Elizabeth Peters

Viene, viene la Befana  Racconto per l'Epifania di Laura Bosio

Un menu per il cenone di Capodanno  Ce lo suggerisce Allan Bay

Il colmo della sf...  Racconto per Natale di Mario Biondi

Sulla contraddizione cinese  Recensione di Mario Biondi a Ji Chaozhu

Nella gabbia di un amore  Intervista ad Alberto Gentili

Tempestose, romantiche avventure di una veneziana  Intervista ad Andrea di Robilant

La vita di un Numero Uno  Un incontro milanese con Gigi Buffon

Perché le favole sono una cosa seria  Intervista a Paola Mastrocola

Un’avventura esotica del cuore  Intervista a Jane Johnson

Senza libertà di scelta  Come spiega Emmanuelle de Villepin

In un orrore sospeso  Intervista a Camilla Noli

Non è stato un miracolo!  Conversazione con Piergiorgio Odifreddi

Gli abissi dell’anima  Intervista a Philippe Claudel

Bacci Pagano indaga tra i partigiani  Intervista a Bruno Morchio


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pera.jpg Verza Cappuccio e Nero
Racconto per Natale di Pia Pera
autrice di L’orto di un perdigiorno
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(© Pia Pera. In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Cara Benedetta,
scusami se quest'anno la mia lettera ti arriva in ritardo, ma con tutto quello che è successo in questa nostra campagna, le giornate sono corse via senza che me ne rendessi conto. Intanto ti annuncio che in casa c'è stato un nuovo arrivo. Piuttosto inatteso. È cominciato tutto con i cavoli. Non puoi immaginare come ci sono venuti bene quest'anno. Le più affascinanti sfumature dal verde fondo al blu quasi di Prussia all'azzurro ceruleo al verde rossiccio al grigio militare. Cavoli verza, cavoli cappuccio, cavoli neri... Contro il fondo oro della paglia sparsa di fresco.

Perché – ecco la seconda grande notizia – quest'anno c'è un orto nuovo. Ho invitato dei ragazzi di una cooperativa qui vicino a prepararlo secondo un sistema che mi attira molto. Si installa una volta per tutte, e poi non si fa più niente: né vangare, né rivoltare la terra... Pensa quanta fatica risparmiata, alla mia età. Le aiuole sono curve e il disegno d'insieme ricorda le sezioni di certe conchiglie a spirale. Non ci sono praticamente linee diritte, anche la superficie dell'aiuola, che è rialzata, stonda al margine. In natura la linea curva è molto più diffusa di quella retta – anzi, a ben pensarci forse in natura la linea retta non esiste affatto. Almeno, per quanto mi sforzi, a me di linee rette in natura non ne viene in mente nemmeno una. La terra delle aiuole, ti dicevo, si lavora una volta sola, per spezzarla e renderla soffice, se occorre ci si mescola del letame, della pollina, della sabbia, dipende, dopodiché bisogna che resti sempre coperta, di paglia o magari di foglie perché non si trovi mai nuda, altrimenti è come carne spellata e la terra, viva com'è, soffre.

Fra questa paglia, avevamo dunque piantato i nostri piccoli cavoli invernali, presi nella seminiera. Tempo poche settimane, erano venuti su grandi e grossi, di una bellezza, che ogni volta che andavo a prenderne uno per cucinarlo mi faceva pure dispiacere, con quelle foglie belle croccanti, spesse e carnose, di quel verde ceroso, a spezzarle fanno crac, piene di succhi e sapore. Le verze, poi, così bene non mi erano mai venute, dei palloni di calotte reticolate un po' come la trippa. A proposito: la trippa con le verze, ti piace, vero? Oppure gli involtini di verza, io ci vado pazza.

Martino, mio nipote, gli voleva tanto bene anche lui, ai cavoli, veniva sempre con me, ci parlava, li toccava. «Andiamo a vedere i cavoli!» strillava entusiasta ogni mattina. E non era solo per via dei cavoli, ma perché una volta, stanca delle sue domande, gli avevo chiuso la bocca con quello che si racconta agli ometti della sua età, che i bambini nascono dai cavoli. E siccome lui si era messo in testa di avere una sorella, andava tutti i giorni a vedere se gliela avevano ”consegnata.“ Era arrivato al punto di inginocchiarsi davanti ai cavoli più grossi, le manine giunte, e dire una strana preghiera: Caro Cavolo Cappuccio, ti prego, portami una sorellina. Oppure: Caro Cavolo Verza, Caro Cavolo Nero... a seconda, lui chiedeva a tutte le razze, tanto per non sbagliare. Questa storia era così buffa, sapessi quanto ci ridevamo, anche con Maria, la ragazza che mi aiuta in casa.

Senti un po' che succede. Un giorno che c'è stata una bella nevicata, coi monti tutto intorno imbiancati, Martino va nell'orto a controllare che i cavoli non abbiano preso freddo. Torna eccitatissimo: «Nonna! Nonna! Finalmente!» «Finalmente cosa?» «È arrivata la mia sorellina! Me l'hanno portata Cavolo Verza e Cavolo Cappuccio! Andiamola a prendere!» Io me ne stavo tutta comoda davanti al fuoco, comunque, per accontentare Martino mi alzo, mi infilo il giaccone, esco. Che avrà combinato quel diavoletto, avrà messo un pupazzo nell'orto, e già mi preparavo a fargli festa e dire che bella bambina, portiamola in casa prima che si raffreddi.

Perché il termometro era davvero sceso! Dalla bocca mi usciva il fiato a condensa, il cielo era di uno spaventoso azzurro ghiaccio, bellissimo ma spietato. Una giornata a suo modo splendida, con i rami dei salici smaltati dal gelo, gialli arancioni e carminio lucidissimi, sferzate di colore sulla terra nera spolverata dal nevischio. Un'aria che i suoni arrivavano come cristallizzati, tesi da spezzarsi.

E proprio così, sottile, fragile, mi arriva un pianto di bambino. Mi fermo di botto. Mi sembra di essere rimasta lì per un tempo infinito, con quel senso di sgomento che prende quando ci troviamo davanti un pezzetto di vita che senza di noi non ce la fa. Poi il pianto è ricominciato, allora con la paura di non arrivare in tempo sono corsa nell'orto, dove Martino mi stava già aspettando. C'era un neonato avvolto in un maglione rosso –il mio – appoggiato nel cestino degli erbi. Aveva le manine nude, le guance chiare appena chiazzate di rosa, gli occhi spalancati. Urlava, e Martino lo guardava tutto contento.

Appena l'ho raggiunto, mi ha chiesto di ringraziare insieme a lui il Signor Cavolo Cappuccio e il Signor Cavolo Verza, che in tutto quel freddo se ne stavano belli grossi, di un lucido verde bluastro l'uno, verde giallognolo l'altro, le nervature delle foglie lisce e dure. L'immagine stessa della fertilità. Una distesa di cavoli sulla terra bruna, e nel bel mezzo quel puntino rosso geranio urlante, che bisognava portare subito al caldo.

In un attimo ho agguantato il cesto col bambino e l'ho poggiato davanti al fuoco, poi ho mandato Maria a chiamare Laura, la mia vicina, che allatta ancora il suo di tre mesi. «Non c'è bisogno, signora» mi fa Maria, «ci penso io.» «Come sarebbe» le chiedo, «e il latte dove lo prendi?» Mi ha risposto con un'occhiata intimorita ma decisa. In un lampo ho capito: il bambino era suo.

Quella furbacchiona, forse per paura che non la tenessi a servizio con il bambino, ispirandosi alle fantasie di Martino lo aveva lasciato in mezzo ai cavoli. Signore ti ringrazio, ho detto con un sospiro di sollievo. Tutto si spiegava e tutto si aggiustava. Il bambino aveva la sua mamma, non c'era da cercare lontano. E Martino, era davvero la sorellina che desiderava tanto?

Non ho avuto cuore di chiederlo a Maria. Bisognerà cambiare i pannolini, ho detto. Be', pannolini in casa non ce n'erano, comunque si è presa una salvietta e abbiamo preparato dell'acqua tiepida. Speriamo in bene, mi dicevo intanto, che Martino non resti deluso. Lui ci stava intorno, tutto eccitato di avere finalmente la sua sorellina.

Quando però si è accorto che invece era un maschietto, ha strillato ed è corso nell'orto. «Avevo detto una sorellina!» E intanto tirava dei brutti calci, un po' al cavolo cappuccio, un po' a quello verza. «Martino, calmati!» Non lo avevo mai visto così arrabbiato! «Vi avevo detto una sorellina!» ha strillato più agitato che mai. «Martino, rifletti! Che stagione è questa?» «L'inverno», ha risposto tirando su col naso. «E quando l'hanno trovato il bambino Gesù?» «Di questi tempi» mi ha risposto sconsolato. «Vedi, i cavoli invernali è più facile portino i maschietti. Se vuoi una sorellina, meglio chiederla ai cavoli estivi, d'accordo?»

Martino non la smetteva di piangere. «Ma non sei contento di avere intanto un fratellino?» Lui mi ha guardato con occhi ingigantiti dalle lacrime. «Abbastanza,» mi ha risposto. Poi, di colpo, s'è rischiarato in viso, e in un attimo era di nuovo calmo. «Per giocarci va bene anche lui» ha ammesso. L'ho preso per mano e l'ho riaccompagnato in casa, davanti al fuoco, dove abbiamo trovato Maria che allattava il suo bambino.

Puoi immaginare tutte le trafile, e le visite, e le decisioni da prendere. Alla fine ho pensato che la cosa migliore era che Maria venisse ad abitare da noi col bambino, che si chiama Emilio. Quando verrai a trovarci a primavera, lo conoscerai. Vedrai che bel bambino.

Un abbraccio forte dalla tua Antonia che ti augura ogni bene