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Perché un incontro amoroso viene generalmente associato a un'overture culinaria e il termometro della salute di una coppia si misura dalla qualità del tempo trascorso insieme a tavola? A queste domande risponde la scrittrice francese Irène Frain - dalla cui penna prolifica sono già scaturite oltre venti opere - nel libro La felicità di far l'amore in cucina e viceversa - Riflessioni su sesso, cucina e letteratura. Secondo lei, infatti, esiste un nesso profondo tra cibo, desiderio e linguaggio, tre elementi che hanno nella cucina un punto d'incontro unico. Attorno al focolare e al cibo, la coppia scopre il piacere di parlarsi, di prendersi cura l'uno dell'altro e quindi di amarsi e di nutrirsi. Infinitestorie.it ha intervistato l'autrice di questo testo, garbato e ironico, che invita a riprendersi il gusto e il tempo di mangiare bene, comunicare e sedurre.
D. Come è nata l'idea di questo libro?
R. Tutto è accaduto per caso. La mia famiglia attraversava un periodo di lutto e come reazione ho sentito l'esigenza di scrivere per sfogarmi. Ho così cominciato un manoscritto dedicato alla gioia di vivere che, inizialmente, doveva essere lungo una trentina di pagine. Ma più il lavoro proseguiva, più mi rendevo conto che avevo molte cose da dire. Ho voluto scrivere un libro sulla quotidianità e sul cibo, elemento, quest'ultimo, che occupa un posto molto importante nella nostra vita. Cucinare rappresenta un atto d'amore e serve a trasmettere la vita.
D. Tutto ciò ha luogo in cucina...
R. Sì, nella mia esperienza personale la cucina è il cuore della casa, ma anche degli affetti. Sono nata in Bretagna dove, nelle case rurali, la cucina è un pezzo originale e spesso unico. Là c'é la parola, là si svolge la vita, tra acqua e fuoco. In cucina, come nell'amore, c'é una forma di abbandono, così come la camera da letto è il luogo del silenzio e del segreto. In cucina si imparano gli usi della vita sociale, per questo diventa il luogo dell'insegnamento e dell'apprendimento.
D. Le piace cucinare?
R. Adoro cucinare perché sono golosissima, ma soltanto i miei piatti preferiti: dal soufflé al cioccolato alla crema inglese, passando per la crostata alle susine selvatiche. Ho anche inventato un piatto molto buono, che si chiama la ”tarte loupée“, simile al crumble. Amo anche cucinare il pesce e i crostacei.
D. Quali studi ha fatto per diventare scrittrice e dove ama scrivere?
R. Non esistono studi specifici per diventare scrittore. Ho studiato lettere classiche e posso dire di aver letto molto, inoltre sono stata professoressa di lettere. Scrivo da ventiquattro anni e inizio a lavorare alle sei del mattino. Scrivere è sempre impegnativo, ma è anche un mestiere ricco di soddisfazioni. Scrivere un romanzo è come creare un universo che sembra a volte più vero del mondo reale. Non esiste un luogo dove prediligo scrivere: se ho con me il mio computer portatile posso lavorare ovunque, l'importante è che ci sia tranquillità. All'inizio scrivere è un dono, ma in seguito è necessario impegnarsi come fa un cantante o un attore. Senza il tocco magico iniziale però non si va da nessuna parte...
D. Cerca un rapporto diretto con i suoi lettori?
R. Uso molto la posta elettronica. I miei lettori comunicano spesso con me via mail. Sono convinta che il contatto con i lettori sia molto importante perché il mestiere di scrivere è estremamente solitario. Contrariamente agli attori e ai cantanti, non si ha un costante contatto con il proprio pubblico. Non c'è nulla di immediato e questa situazione non è sempre facile da gestire.
D. Che cosa legge solitamente?
R. Leggo per il puro piacere di leggere. Amo i libri che sappiano trasportarmi in un altro universo e mi facciano dimenticare dove sono.
D. Che cosa rappresenta per lei la felicità?
R. In passato la felicità veniva definita con il suo contrario: per gli epicurei era l'assenza di problemi mentre per gli stoici l'assenza di sofferenza. Ma le cose non sono così semplici e schematiche. Nell'epoca moderna ci hanno presentato la felicità come ideale necessario e assoluto da perseguire a ogni costo. Io credo che la tristezza sia una scelta, mentre la felicità sia una virtù. Nella virtù c'è coraggio. La virtù è un albero che si pota, è il proprio giardino che ognuno di noi si coltiva. Di questa felicità fa parte, in effetti, l'accettazione che la gioia, il piacere, il giubilo, l'entusiasmo non siano sempre scontati e che al loro posto si possa presentare anche la sofferenza.
D. La cucina è spesso un luogo dell'immaginario cinematografico. Quali film incarnano maggiormente il suo ideale di cucina?
R. Indimenticabile è sicuramente Il pranzo di Babette in cui c'era la tipica cucina di un tempo con le tavole coperte di tela cerata, il fornello che bisognava riempire di pezzi di carbone e di piccoli pezzi di legno fin dall'alba, prima di mettere a scaldare sulla sua ruvida ghisa la lama del ferro da stiro sotto recipienti di rame allineati in ranghi serrati, lucidi come elmetti militari. Mi piace molto rivisitare anche la cucina cinematografica in cui, durante tutta Una giornata particolare, immersa tra piatti sporchi e biancheria da lavare, Sofia Loren immagina, sognante, l'amore ed è talmente posseduta dai suoi fantasmi da non sentire il sinistro rullare delle fanfare di quel Duce che tuttavia continua ad ammirare. Ma la mia preferita in assoluto, quella che considero la più erotica, è la cucina dei Ponti di Madison County dove Maryl Streep, in piedi tra il tavolo e il fornello, si infiamma per Clint Eastwood. Mentre ognuno dei due comincia a mostrare all'altro la figura della propria attesa, il triangolo acquaio - frigorifero -fornello si stringe intorno alla coppia fino a formare una figura della fatalità amorosa.
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