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Doppia vita di un marito insospettabile  Intervista ad Andrew Gross

Un incontro-scontro tra fede e ragione  Intervista a Jostein Gaarder

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Morte e rinascita del Sogno Americano  Incontro con Ethan Canin

Davvero "il viaggio è morto"? Macché...  Recensione di Mario Biondi a Rolf Potts

Il Macellaio di Cambridge  Intervista a Ruth Newman

Il cuore pulsante dell'ideologia antiberlusconiana?  Accaldata polemica tra Il Foglio di Giuliano Ferrara e il presidente e a. d. del GeMS, Stefano Mauri

Giornalismo e tv. Com'eravamo e come siamo oggi  Intervista a Paolo Bianchi

Il rifugio della nostalgia  Intervista ad André Aciman

Alla ricerca delle origini  Intervista a Padma Viswanathan

La verità, tutta la verità, nient'altro che… (al 95%)  Intervista a Tom Knox

Gli dei dell’Olimpo discendono a Londra  Intervista a Marie Phillips

Lo scheletro della modernità  Intervista a Russell Shorto

Alle radici della paura  Intervista a Jeffery Deaver


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pederiali.jpg Un Natale di sogno
Racconto natalizio di Giuseppe Pederiali
 


(© di Giuseppe Pederiali. Per gentile concessione in esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Alle dieci in punto della sera, ogni sera, cascasse il mondo, Valerio andava a letto. Anche se fuori ci si vedeva ancora e gli ultimi raggi di sole della giornata estiva rosseggiavano i tetti della Mirandola. Chiudeva gli scuri, dava da mangiare al gatto e si coricava. Alle sette si alzava, senza che ci fosse bisogno della sveglia: lo chiamava il gatto che saltava sul letto e veniva a mettersi sul cuscino vuoto del letto matrimoniale. In quelle nove ore dormiva e sognava come tutti, ma i suoi sogni erano nitidi, intensi, movimentati. E interessanti, molto più della vita reale che conduceva tra casa e ufficio, nel paese troppo grande, tra gente
distratta e grigia.

Non era grigia la gente che incontrava nei sogni: avventurieri, donne affascinanti come quelle dei film, spie e perfino extraterrestri. Insieme a loro viveva storie d'amore, intrighi internazionali, viaggi in paesi esotici, faceva incontri che neppure la fantasia di un romanziere sarebbe riuscita a combinare.

Tutto era cominciato molti anni prima, quando Valerio aveva quattordici anni e attraversava la crisi dell'adolescenza: piccole delusioni, incomprensioni con i genitori, un andamento scolastico mediocre. Tutte cose rimediabili, che però turbavano il ragazzo e lo rendevano triste. Una notte fece un sogno che da solo risolse tutti i problemi. Si vide di fronte a una commissione formata dai suoi professori, intenti a interrogarlo sulle materie di scuola e anche su argomenti scientifici degni di un genio. Lui rispondeva con prontezza, senza sbagliare mai, strappando addirittura applausi alla commissione e ad alcuni compagni di scuola che assistevano all'interrogazione. Tra i compagni c'era anche Meri che lo guardava incantata. Poi uscirono insieme, Valerio e Meri, dopo che il padre di lui si era congratulato e gli aveva regalato un orologio d'oro, simile a quello che possedeva Antonio, il più ricco della classe. Portò Meri ai giardini di via Poma e rimasero a lungo su una appartata panchina a fare progetti e a baciarsi.

Alle sette in punto sua madre lo chiamò perchè si preparasse per andare a scuola. Gli ricordò che oggi c'era il compito in classe di matematica: che cercasse di spuntare almeno la sufficienza. Valerio pensava al sogno. Lo aveva ancora chiaro nella memoria, scena per scena. Il ricordo di quella fantastica interrogazione, dell'orologio d'oro e di Meri, lo accompagnò per tutta la giornata, regalandogli una concreta sensazione di felicità, quasi lo avesse vissuto davvero. E che differenza c'era se il risultato significava felicità? Non gli importò molto non essere riuscito a risolvere il problema di matematica, di non possedere un orologio d'oro, di scoprire che la sua compagna di classe, Meri, scambiava languide occhiate con Alfredo, il compagno a lui più antipatico. Nel sogno le cose erano andate diversamente, e nel migliore dei modi.

Prese a sognare più spesso, quasi fosse in qualche modo riuscito a spalancare la porta di un mondo molto più colorato e buono di quello reale. Non faceva mai dei brutti sogni, e non saltava mai una notte; inoltre li ricordava sempre, e questo lo aiutava a superare le giornate, per grigie e sfortunate che fossero.

Oggi, a trent'anni compiuti, continuava a vivere così, accontentandosi di un impiego sicuro, anche se senza alcuna prospettiva di carriera, di un bilocale che stava pagando con il mutuo, di scarsi rapporti con i colleghi. Qualche volta, di domenica, andava al cinema o, più spesso, guardava la televisione, ma solo per aiutare il tempo a trascorrere e far venire le dieci di sera. Allora, solo allora, dopo avere salutato il gatto, essersi infilato sotto le lenzuola e spenta la luce, Valerio cominciava a vivere una esistenza senza limitazioni, neppure quelle della logica: una volta aveva sognato di esistere nel medesimo momento in due luoghi diversi, a bordo di una barca a vela che partecipava alla Coppa America (naturalmente si trovava in testa), e anche in compagnia di una bellissima ereditiera californiana che a bordo di un grande panfilo seguiva la medesima regata.

A volte, seppure raramente data la sua indole scontrosa, gli era capitato di ricevere degli inviti. Per una gita aziendale, per una festicciola o una cena organizzata da colleghi e colleghe, per andare al cinema in compagnia. Rifiutava. Nella realtà succedeva sempre qualcosa che sciupava la vera felicità. Meglio continuare a vivere soltanto nei sogni. E poi, per il resto della giornata, seguitare a gustare l'avventura nella memoria.

Siccome per lui tutti i giorni erano uguali (non le notti!) il capo ufficio ne approfittava per affidargli lavori in giorni speciali. Come controllare dei tabulati proprio la sera della Vigilia di Natale.

«Come hai detto, scusa?» domandò Valerio alla collega china su di lui, davanti al tavolo ingombro di tabulati.

«Ti ho chiesto se mi accompagni a casa. Siamo rimasti soltanto noi due in ufficio per colpa delle statistiche di fine mese, e io ho paura a fare la strada con il buio, da sola. Stai tranquillo, non abito molto lontano da te.»

La richiesta aveva il tono di una gentile preghiera.

Non poteva rifiutarsi. Comunque erano soltanto le otto e avrebbe fatto in tempo a coricarsi alla solita ora, senza perdere neppure un minuto del prezioso sonno e dei sogni che lo aspettavano. Uscì con Claudia e si incamminarono verso casa. Per la prima volta osservò che la ragazza era molto carina: una brunetta che somigliava un poco alla figlia del re dei contrabbandieri di diamanti incontrata nel sogno di due settimana fa.

Valerio non parlava, per timidezza e perchè non sapeva cosa dir le. «Sei fidanzato?» domandò lei, con una confidenza che lo sorprese.

«lo no.»

«Neppure io.»

Forse si era trattato di un segnale, di un incoraggiamento, ma Valerio era troppo poco pratico di ragazze per capirlo. Tornò nel suo mutismo dal quale non lo strappò neppure il sorriso che Claudia gli dedicò.

Un uomo sbucò dal buio. Aveva in mano un grosso coltello la cui lama
scintillò sotto la luce del lampione. «Datemi il portafoglio, la borsa, gli orologi e ogni oggetto d'oro che portate addosso!»
La ragazza, spaventata, strinse forte il braccio di Valerio.

«Su, muovetevi! » ordinò il rapinatore.

Lo sorprese il gesto di Valerio che si gettò all'indietro e sferrò un calcio alla mano armata di coltello, facendo volare via l'arma. Spaventato, l'uomo fuggì senza aggiungere una parola.

Le mani della ragazza erano ancora aggrappate al braccio di Valerio.

Lo lasciarono per abbracciarlo, nella felicità dello scampato pericolo.

«Sei stato grande. Non ti credevo così coraggioso e deciso!»

Valerio arrossì.

«Non lo credevo neppure io. Credo proprio che siano le occasioni a fare emergere certi aspetti sconosciuti del nostro carattere.» Claudia era rimasta tra le sue braccia...

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