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Chicca Gagliardo vive a Milano. Scrive di cultura e costume per molti dei più importanti giornali femminili. Ha deciso di esordire come narratrice utilizzando la chiave, solo apparentemente distante dall'universo che bene conosce, del racconto surreale. Proprio questa formula le consente di entrare in un mondo abitato da donnastre, donne che hanno potere, indossano abiti d'alta moda, utilizzano prodigiosi prodotti di bellezza, possiedono ambizioni smisurate, corpi perfetti, vite organizzate e sterili. Con stile onirico ed elegante, con Nell'Aldilà dei pesci l'autrice dipinge ritratti dolci e amari, disegna la gabbia e suggerisce possibili vie di fuga. L'abbiamo incontrata per chiederle di raccontarci il suo percorso.
D. Fin dal titolo c'è un'idea metaforica ma anche metafisica in questa originale raccolta di racconti, strana alchimia di surrealtà ed estrema attualità. Perché questa scelta?
R. Non è stata una scelta studiata. Tutto per me è cominciato proprio come inizia il libro: mi è venuta in mente l'immagine di un pesce che vuole spiccare il volo per scoprire che cosa c'è al di là del mare, dall'altra parte del suo mondo. Ho seguito quel pesce, l'ho visto entrare in una casa e imbattersi in Rosa, una donna che si è talmente allontanata dalla propria psiche da sembrare una figura irreale, per certi versi molto più irreale di un pesce che vola. Eppure, è una figura terribilmente attuale. Ho sentito che stavo toccando una corda sensibile. E sono andata avanti. Volevo vedere che cosa c'è dietro la facciata delle donne che si compiacciono di apparire vincenti e dure, dentro il cuore delle donne che inseguono il mito della perfezione comunque essa sia intesa: come carriera che non può avere cedimenti o come corpo che deve essere senza difetti.
D. Lei ha trovato la parola ”donnastra“: una categoria dello spirito, un'incarnazione dello spirito dei tempi, o soltanto un'etichetta spiritosa?
R. Ho notato che chi legge il libro poi si diverte a usare la parola ”donnastra“. Mi fa piacere, vuol dire che è un termine che funziona per indicare questa tipologia femminile. L'ho pensata ovviamente come una storpiatura scherzosa della parola donna, ma anche per segnalare un pericolo: diventare donnastre significa prendere una strada che porta a un vicolo cieco, a una solitudine feroce che non lascia scampo, perché queste donne se la costruiscono con le proprie mani. Vedono la vita come una sfida continua, una sfida che devi sempre vincere, e per vincere devi dimostrarti ogni volta che nessuno è alla tua altezza. Ma se nessuno può essere alla tua altezza, con nessuno puoi condividere la tua vita. La protagonista di un racconto arriva a divorarsi perché nessun uomo è degno del suo corpo che lei ha reso perfetto.
D. Sembra conoscere davvero bene questa tipologia femminile: frequentazione assidua o c'è anche un pizzico di autoanalisi?
R. Basta guardarsi intorno per vederla, si sta diffondendo a macchia d'olio: in televisione, nei posti di lavoro, strade e locali ne sono pieni. Ho cercato di osservarla con attenzione. Certo, anch'io conosco la strada che porta al vicolo cieco, perché tutti oggi sentiamo il peso di questa ossessione maniacale della perfezione. Alcune lettrici mi hanno detto preoccupate: ”Mi chiedo se sono anch'io una donnastra“. Ma chi si pone la domanda è già fuori pericolo. Le vere donnastre non se la pongono.
D. Vestiti che divorano, creme che dissolvono il corpo... Paradossalmente l'ossessione per l'apparire porta molte delle protagoniste dei suoi racconti a scomparire. Una visione un po' pessimista?
R. Non credo che il mio libro sia pessimista. Le donne che scivolano nella trappola del mito della perfezione conducono vite infelici, che realmente le annulla, le inghiotte. Il mio libro, in fondo, vuole suggerire: ”Non cascarci, liberati!“. C'è un filo che lega i racconti, quasi una trama sotterranea, che alla fine porta fuori dalla gabbia. In ogni storia compare un al di là (dell'ufficio, del cuore, del proprio naso), un limite da oltrepassare, perché nel nostro mondo, al di là del mare, ci sono confini ovunque. Al termine della galleria di donnastre di diversa specie c'è chi riesce a spiccare il volo, come hanno fatto i pesci. E poi c'è anche una donna che mostra un lembo del nostro Aldilà, quello che immaginiamo noi, oltre la vita. Ed è una donna straordinaria, che ha la dote di rendere più leggera la vita degli altri.
D. I suoi ritratti femminili sono attraversati da un costante anelito all'autenticità. Il mare, con i pesci che nuotano liberi e giocosi, rappresenta uno spazio originario e utopico di pienezza e naturalità?
R. L'acqua, diceva Jung, rappresenta l'inconscio. In questo senso il mare non è uno spazio utopico, ma reale. Per le donnastre, però, è una dimensione perduta. Non riescono più a vedere se stesse, né a rapportarsi agli altri. Nel racconto intitolato ”Sapete riconoscere una strega?“ si legge: «Il loro godimento supremo è trasformare le donne in zerbini e schiacciarle sotto i tacchi. Lo fanno anche con gli uomini, ma ci provano meno gusto perché, dicono, gli uomini sono dei molluschi invertebrati e sotto le scarpe si spiaccicano subito. Le donne, invece, scricchiolano che è un piacere». Ma le vere vittime di se stesse sono proprio loro, che hanno schiacciato l'interiorità.
D. Il racconto breve, la fiaba surreale: perché questa formula narrativa?
R. Perché mi ha dato una libertà assoluta. Non solo a me, che avevo voglia di provare a volare, di ascoltare le ombre che parlano, di incontrare il Tempo, ma anche ai personaggi. Nel surreale tutto può succedere, come nei sogni notturni, che sono brevi, concentrati e senza schemi di tempo e di spazio. Scrivere questo libro per me è stato come immergersi in una dimensione onirica diurna. Mi appariva una visione, la tenevo dentro mentre passeggiavo, mentre camminavo per andare al lavoro. Lasciavo che tutto si muovesse come voleva muoversi. Solo quando la storia si era composta, la scrivevo. E allora lavoravo sulla scrittura, che ho cercato di rendere più essenziale possibile, per dare voce alle immagini. Dopo un po' mi sono accorta che questa tipologia di donne aveva una reazione simile di fronte a qualunque avvenimento fantastico che poteva cambiare la loro vita, liberarle. Perché tutto per loro diventava competizione.
D. Il divertimento, dallo sguardo ironico al gioco di parole, sembra una cifra costante della sua scrittura, che pure si confronta con concetti importanti (l'Amore, il Tempo, il Vero Io), ma sempre con mano leggera.
R. La leggerezza per me è uno stile e una filosofia di vita che apre gli occhi. La pesantezza impedisce di vedere, acceca. La leggerezza però è una dimensione molto delicata, va coltivata, difesa, curata. Spesso sparisce, e allora bisogna andare a cercarla di nuovo.
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