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Due celebri autori britannici a cui ho chiesto se i loro viaggi li avevano in qualche modo cambiati — la serafica (e incrollabile) Freya Stark e il problematico Colin Thubron — mi hanno risposto "no", sia pure con intonazioni diverse. Non sembra invece essere dello stesso parere un altro grandissimo esploratore di deserti e località scomodo-islamiche, Wilfred Thesiger, che, nel Prologo al suo affascinante Sabbie arabe, scrive: «Nessun uomo può vivere questa vita [quella dei bedù] e rimanere immutato. Egli porterà l'impronta, per quanto tenue, del deserto, il marchio del nomade...»
Se ne intendeva, Thesiger. Nato nel 1910 ad Addis Abeba da famiglia diplomatica britannica e poi educato a Eton, porta su di sé indelebile (a 93 anni) il marchio del nomade, smerigliato dalla coazione ad affrontare i deserti. È stato il primo, tra l'altro, ad attraversare più volte lo Empty Quarter, la sterminata distesa di sabbie senza vita (e in parte mobili) del Sud della penisola arabica, tra Arabia Saudita, Yemen, Emirati e Oman. Lo attraversò più volte negli Anni Quaranta in compagnia di fedelissimi adolescenti bedù, rimastigli anch'essi nel sangue. Si estenuava con loro in groppa a cammelli o a piedi nudi su pietraie intrise di sale, dormiva con loro sulla sabbia, mangiava (meglio: digiunava) con loro. E i bedù lo consideravano uno di loro. Tanto, appunto, da non consentirgli di "rimanere immutato".
Lasciata finalmente la penisola arabica si trasferì lì di fronte, a non grande distanza, nelle paludi di canne formate dal congiungersi di Tigri ed Eufrate, nell'estremo sud della Mesopotamia, detta Iraq. E non è improbabile che le truppe britanniche inviate a "portare la democrazia" agli ex sudditi di Saddam Hussein, si siano giovate nella loro avanzata proprio delle informazioni a suo tempo raccolte da Thesiger, della sua "mappatura" di quel territorio. Mappatura senza dubbio accurata quanto quella dello Empty Quarter e delle zone limitrofe.
Gli "scrittori di viaggio" britannici si ritengono gli unici al mondo, ma questi sono, in definitiva, la loro natura e il loro destino (o perlomeno lo sono stati nel passato): fare, consapevoli o meno, da avanguardia all'imperialismo del loro paese. Tuttavia postulare l'ipotesi dell'inconsapevolezza è una pura cortesia, visto che sapevano tutti benissimo di lavorare per il Foreign Office. Per questo, per esempio, quando Freya Stark si trovò in difficoltà nello Yemen del Sud (Le porte dell'Arabia) arrivò immediatamente alla riscossa un impavido pilota della Raf con il suo aeroplano.
Dal canto suo Thesiger attraversava deserti forte più o meno dello stesso imprimatur: era ufficialmente incaricato di cercare la misteriosa zona dove si riproducono le locuste, per cercare di sterminarle alla fonte. La trovò, questa zona? Non saprei. Di sicuro fu però di straordinaria diligenza nel rilevare picchi, tracciare uadi, mappare piste eccetera. Sapeva benissimo quello che faceva.
Sapeva benissimo, cioè, che tutto questo impervio viaggiare con i suoi ragazzi bedù aveva fondamentalmente uno scopo non dichiarato: aprire la strada alle compagnie britanniche del petrolio. Prospettiva che lo inorridisce, che esecra, contro cui non cessa mai di scagliarsi, ma tant'è. Partito lui dalla penisola arabica (e anche mentre era lì) ecco subito fare capolino i petrolieri. Lo sapeva lui e lo sapevano gli sceicchi locali, che, complicandogli il passaggio e minacciandolo di morte, tiravano astutamente sul prezzo delle future concessioni.
Sdegnato, Thesiger se ne andò per sempre dalla penisola. Non voleva assistere al degradarsi della purezza bedù, asfissiata dagli effluvi dei tubi di scappamento. Esecrava le automobili; come mezzo di trasporto nel deserto ammetteva soltanto il cammello. Scriveva: «la velocità e la facilità dei trasporti meccanici dovevano spogliare il mondo di ogni diversità». Ma in più di un'occasione, urgendogli la presenza al suo fianco di questo o quello dei ragazzi bedù, non esitò un solo istante a chiedere l'assistenza dei locali funzionari del Foreign Office britannico sotto forma appunto di auto, se non addirittura di aereo. Assistenza che gli fu puntualmente e prontamente fornita. Per cercare meglio le locuste, naturalmente. E i ragazzi bedù, meno schizzinosi di lui, erano beati di viaggiare su velocissime macchine a propulsione petroliera.
Andatosene lui, questi ragazzi sono invecchiati, si sono inurbati e naturalmente vivono tra automobili, frigo, tv e forni a microonde, come tutto il mondo. Ma portano di sicuro con sé il ricordo di questo singolare individuo allampanato, dal naso devastato (a Eton aveva praticato come d'obbligo la boxe) e dallo sguardo di fuoco, ascetico come uno dei loro santi e quasi più forte dei loro cammelli, capace di guidarli in spedizioni e scoperte che da soli non avrebbero forse affrontato. «Sei una vera guida!» gli gridarono una volta, pieni di ammirazione, riempiendolo di giusto orgoglio.
Che il suo fine non fosse in definitiva cristallino ma piuttosto torbido come l'acqua di cui doveva fare tesoro insieme ai suoi ragazzi e alle sue navi del deserto, sembra del tutto evidente. Ma la cronaca delle traversate desertiche che ci regala con Sabbie arabe è sensazionale, un libro palpitante, che si divora più di un romanzo d'avventura. Semplicemente preziosa la prefazione di Stefano Malatesta, da leggere prima del testo e rileggere dopo.
Mario Biondi
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