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Che cosa succederebbe se gli dei dell'Olimpo scendessero sulla terra e si trovassero a vivere nella Londra contemporanea? Da questa surreale ipotesi di partenza prende le mosse Per l'amor di un dio. Nella versione alternativa di Londra proposta da Marie Phillips, gli dei non sembrano certo al massimo del loro fulgore. Zeus ed Era, confinati al terzo piano di una triste dimora di Hampstead Heath, non danno più segni di vita da anni. Anche le altre divinità non se la passano bene e in ogni punto della casa londinese la monotonia regna sovrana. L'unico a non annoiarsi mai è Ares, il dio della guerra: i mortali gli offrono ogni giorno motivi di svago. Artemide fa la dog-sitter, Afrodite si occupa di chat erotiche, mentre Eros, divenuto cattolico praticante, si trova a convivere coi sensi di colpa. La storia si accende quando Apollo, colpito da una freccia di Eros, si innamora di Alice, una ragazza mortale che si era offerta agli dei come domestica. Sarà proprio l'amore non corrisposto a mettere in moto una girandola di eventi tragicomici. Abbiamo intervistato l'autrice.
D. Com'è nata l'idea di far discendere gli dei dell'Olimpo nel nostro mondo?
R. Avevo già smesso da tempo di lavorare per la televisione quando mi trovai ad effettuare delle riprese in una scuola inglese. Un'amica mi aveva chiesto di aiutarla nella realizzazione di un film. Mentre ero impegnata sul set, mi capitò di ascoltare la lezione di un'insegnante sulle differenze tra le divinità greco-romane e quelle cristiano-giudaiche. Fu allora che mi domandai: ”e se i popoli greco-romani avessero avuto ragione e fossero dunque quelle le vere divinità che governano il mondo?“. Mi sono divertita a immaginare che cosa sarebbe potuto accadere.
D. In un recente libro Richard Dawkins cita un aforisma di Ralph Waldo Emerson che suona così: ”le credenze religiose di una determinata epoca costituiscono motivo di intrattenimento letterario per le epoche successive“. Condivide lo spirito di questa frase e l'atteggiamento da ateista militante di Dawkins?
R. In gran parte sì, anche se non condivido l'aggressività polemica di Dawkins. Una delle cose che mi è parsa subito interessante, durante la mia incursione nella mitologia greca, è stata la possibilità di scrivere di divinità a cui nessuno crede più. Mentre mi documentavo, continuavo a chiedermi come fosse possibile che la gente di quell'epoca credesse a quegli dei senza rilevarne il chiaro significato metaforico. Eppure ci credevano, se è vero che si compivano sacrifici umani e si innalzavano templi. Altrettanto poco plausibili mi sembrano le credenze dei tempi moderni, dai miti ebraici ai miracoli del cristianesimo. Anche se non sono credente, queste tematiche mi hanno però sempre affascinato, soprattutto dal punto di vista antropologico. Mi sono spesso interrogata sulle motivazioni che spingono a credere in ciò che non è dimostrabile scientificamente.
D. Per l'amor di un dio è un libro molto divertente. Le piace la definizione di ”romanzo comico“ o la ritiene deduttiva? Ha qualche modello di riferimento per la sua scrittura, ad esempio Wodehouse?
R. Innanzitutto è bellissimo sentir definire divertente il proprio romanzo. La definizione mi sta bene. A dire il vero qua e là nelle pagine sono disseminate anche alcune idee filosofiche e temi più profondi, ma non è un certo un problema se i miei lettori si limitano a farsi qualche risata e ne apprezzano la comicità. L'idea di poter essere inserita nella tradizione tipicamente britannica del romanzo comico è per me motivo di enorme soddisfazione. Wodehouse mi piace molto. Ma ancor di più mi piacciono Douglas Adams, autore della Guida galattica per gli autostoppisti, e Terry Pratchett. I miei libri non appartengono al filone della science-fiction, ma questi due autori mi sono particolarmente cari; è stato mio fratello a farmeli conoscere quando avevo circa dodici anni. Sicuramente hanno influito sul mio senso dell'umorismo e sul modo di scrivere.
D. Apollo è il vero protagonista del suo romanzo. È quello che preferisce tra gli dei dell'Olimpo?
R. La vicenda di Apollo è piuttosto curiosa. In un primo momento doveva ricoprire un ruolo marginale. Poi però ha cominciato a reclamare spazio e a prendere decisamente il sopravvento. Sapevo che dietro la brutta avventura capitata in sorte ad Alice - resto nel vago per non rovinare la sorpresa al lettore - doveva esserci per forza il suo zampino. Credo che Apollo rappresenti in un certo senso il peggio di tutte le divinità, soprattutto per via del suo egocentrismo e per la sua incapacità di interagire con gli altri. Non riesce a capire che le sue azioni possono avere conseguenze terribili perché è interamente concentrato su se stesso. È stato divertente scrivere di lui: il contrasto tra come il personaggio è visto da fuori e come lui stesso si vede si presta a infiniti spunti comici. Dire che Apollo mi piaccia non sarebbe forse giusto. Diciamo che una parte di me, quella più narcisistica, lo comprende. E poi gli sono grata perché nei dialoghi in cui è protagonista mi ha consentito di scatenare il mio umorismo.
D. È stato più difficile dar vita agli dei dell'Olimpo o ai mortali?
R. Le figure mortali di Neil e Alice mi hanno dato qualche grattacapo in più. Ho impiegato diverso tempo per trovare la via giusta. Nella prima stesura mi ero avvalsa di due mortali ”normali“, con un discreto successo nella vita. Lui era un architetto, lei una giornalista. Ma il libro così concepito non funzionava e non riuscivo a comprenderne la ragione. Poi mi sono finalmente resa conto che mancava un elemento di forte contrasto. Le personalità debordanti degli dei, mescolate a quelle altrettanto accentuate dei mortali - professionisti di successo - rendevano piatta la storia. Da qui la necessità di esagerare in difetto le caratteristiche dei mortali, sottolineandone la modestia e l'ordinarietà. Non è stata un'operazione semplice: deformare i personaggi in chiave comica comporta una perdita di realismo e diminuisce la capacità di identificazione del lettore.
D. Ho trovato molto originale la sua descrizione dell'oltretomba. Come mai tanta distanza dai modelli classici?
R. È stata una decisione presa fin dall'inizio. Era mio fermo desiderio allontanarmene. I regni ultraterreni descritti da Dante e Virgilio andavano bene ai lettori di quel tempo perché erano il prodotto di una certa cultura e società. Io ho scelto un aldilà che fosse consono al XXI secolo e che riflettesse i cambiamenti che ha portato la modernità. Nei testi antichi prevale l'idea dell'oscurità, tutto è buio se si escludono i Campi Elisi, in cui vivono le anime elette. Io invece ho immaginato l'aldilà come un posto dove non accade quasi nulla, dove le persone fanno di tutto nel disperato tentativo di ammazzare il tempo. L'ho descritto come una sorta di periferia senza fine su cui aleggia una sgradevole pesantezza e una generale insensatezza. Non un luogo piacevole.
Intervista a cura di Marco Marangon
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