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Le donne sanno gestire benissimo i soldi: a loro tocca solitamente far quadrare i conti in famiglia, loro sono deputate agli acquisti per la casa. Ma spesso non ne sanno parlare. Hanno conservato un curioso pudore, quasi che i tempi in cui una vera signora non trattava di denaro, perché era inelegante, non fossero passati. Eppure di ragioni per mettere la questione sul tavolo apertamente ce ne sarebbero: per esempio la discriminazione salariale, che le porta a guadagnare il 25 per cento in meno dei colleghi maschi; così come il rischio di diventare povere, che corrono in una percentuale doppia rispetto agli uomini. Le vere signore non parlano di soldi offre una serie di interviste a donne, scelte nei diversi ambiti professionali, sul loro atteggiamento mentale e sul valore che danno al denaro. A discutere di quattrini, di cosa rappresentino per loro e di quali comportamenti le donne dovrebbero adottare per migliorare la propria posizione economica parlano 14 donne che hanno raggiunto grandi risultati nella professione. Ma ci sarà anche un uomo, a raccontare come le vedono ”loro“, l'altra metà del cielo. Abbiamo intervistato l'autrice.
D. Le donne da sempre hanno un rapporto diretto con il denaro. È una consuetudine, infatti, in quasi tutte le famiglie italiane che la gestione dell'economia familiare sia delegata interamente alle donne. Paradossalmente questo rapporto con il denaro non si traduce in una capacità di affrontare l'argomento in termini professionali. Secondo Lei da che cosa dipende?
R. Nonostante le ricerche fatte per questo libro, credo di non avere ancora una risposta definitiva. La situazione è davvero complessa. Sono convinta che in parte dipenda dalla nostra memoria storica e in parte da un'attitudine di genere: fino a cinquant'anni fa le donne lavoravano per la quasi totalità solo entro le mura domestiche, e il loro sostentamento era dovuto al padre prima e al marito poi. Gestivano, sì, il budget famigliare, ma si trattava di una somma data loro in amministrazione dal marito: non la contrattavano, e non era una forma di compenso per il loro impegno. Quando poi hanno iniziato a lavorare, fino a pochi anni fa, il loro era il ”secondo stipendio“; era scontato che fosse una sorta di integrazione all'entrata principale, quella del marito, e anche che l'importo fosse meno importante di quello del coniuge. Una risposta interessante mi è venuta da Lella Costa, e che io condivido. ”Per noi lavorare anche fuori di casa è stato un tale privilegio, una tale conquista, che farci anche pagare adeguatamente ci sembrerebbe troppo...“ Aggiungerei che le donne raramente chiedono: partono dal presupposto che il loro valore e la loro abnegazione saranno ricompensati. Lo fanno nei rapporti sentimentali, lo fanno nel lavoro: se un uomo vuole un aumento, va e lo chiede; le donne se lo aspettano in riconoscimento delle loro capacità.
D. Le statistiche hanno sempre messo in evidenza che, in media, a parità di ruoli e di funzioni, le donne guadagnano meno. La situazione è cambiata o è destinata a rimanere a lungo invariata?
R. La situazione non è cambiata e non cambierà facilmente, almeno senza un intervento di tipo politico. Il governo Zapatero (e in Spagna la discriminazione salariale tocca il 30 per cento, maggiore persino di quella italiana) ha promulgato una legge per combattere questa abitudine. Credo che sia stata un'ottima presa di posizione. Bisognerà ora vedere come reagirà il mondo imprenditoriale spagnolo; certo è che le loro associazioni di categoria hanno commentato la notizia negativamente.
D. Che cosa Le ha ispirato l'idea di questo libro?
R. L'analisi dei risultati ottenuti dai primi anni di applicazione della legge a favore dell'imprenditoria femminile. Nel report realizzato sull'argomento ho letto che le imprenditrici rispondevano alle domande poste dai ricercatori con molto più entusiasmo e disponibilità dei colleghi maschi, ma non quando si trattava di domande sul denaro. Eppure si tratta di donne che, per mestiere, producono anche denaro, quindi non mi spiegavo tale reticenza. Dato che io stessa ho un rapporto difficile con i soldi, mi sono chiesta se fosse un problema che riguardava molte donne, e non solo mio, come avevo sempre pensato. Così mi sono incuriosita. A libro finito, posso dire che non soltanto la mia sensazione era giusta, ma che io mi sono riconosciuta in almeno i trequarti delle contraddizioni espresse dalle mie intervistate; contraddizioni delle quali non avevo neppure coscienza.
D. Qual è stato il criterio di scelta delle testimonianze delle persone intervistate nel suo libro?
R. Volevo donne che avessero raggiunto ottimi risultati nella loro professione, e che quindi non soltanto rappresentassero ”il successo“, ottenuto senza rinunciare alla propria femminilità e al privato, ma che si sentissero assolutamente libere, senza condizionamenti, nel raccontarmi del loro rapporto con il denaro.
D. Qual è la sua personale opinione del rapporto delle donne con il denaro? Crede che cambi a seconda del ceto sociale, della cultura o della categoria professionale?
R. In parte, certamente. Esattamente come la nostra percezione dell'intera vita cambia a seconda delle esperienze fatte, che sono determinate anche dall'estrazione sociale, da educazione, intelligenza, cultura; addirittura dall'aspetto fisico. Ma le donne che ho intervistato, e anche le mie amiche, mi hanno dato tutte le stesso feedback: il denaro, per noi, è uno strumento utile a vivere il meglio possibile; la maggior parte degli uomini carica il denaro di un altro valore simbolico, a noi spesso ancora sconosciuto: quello dello strumento di potere.
D. Il rapporto delle donne con il denaro sembra spesso subordinato ai rapporti sentimentali: è un luogo comune dire che una donna che guadagni più del marito si senta in colpa o corrisponde a verità? Se sì, perché?
R. Purtroppo non credo che si tratti di un luogo comune, e - nonostante la maggior parte delle signore da me intervistate abbia risposto di non essersi mai fatta condizionare da questa paura - sono ragionevolmente certa che tutte noi abbiamo la consapevolezza che la nostra emancipazione, non soltanto economica, sia la ragione principale che sta alla base della difficoltà di rapporto con gli uomini, in questi ultimi anni. Leggevo in questi giorni un libro interessante di uno psicologo che prendeva atto della tendenza femminile a fare un passo indietro, pur di non mettere in difficoltà il compagno, e di non ipotecare, così, una potenziale relazione sentimentale. Non è sempre facile pensare che, se una persona non ti ama per quello che sei, non è la persona giusta. Non tutti e non tutte hanno esercitato il coraggio della solitudine.
D. La società moderna, secondo Lei, è pronta per riconoscere una sostanziale parità, anche dal punto di vista economico tra uomini e donne?
R. Una recente ricerca ha stabilito che la parità di diritti fra uomini e donne, in Italia, è lontana dall'essere raggiunta: in una graduatoria che prende in considerazione 115 Paesi noi ci troviamo al 77mo posto. Il penultimo in Europa.
Intervista a cura di Veronica Viola
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