La Garzantina per iPad
    Home   |   Chi siamo   |   Database del romanzo   |   Database delle librerie   |   Indice Generale del Portale   
[S]peciali di Infinitestorie.it
Indice Speciali


Cerca tra gli Speciali
 

pagina 21 di 35

Un’idea di viaggio  Secondo Marco Aime

Mi piace sorprendermi  Conversazione con Jonathan Safran Foer

Ceneri della vita di coppia  Intervista a Charlotte Link

“Sono le ultime che mi fai...”  Le foto di Cottinelli a Terzani

Mangiare poco per vivere sani? Davvero?  Ce ne parla Gillian McKeith

Una storia semplice in Afghanistan  Incontro con Lucia Vastano

Il versante “occulto” dei fatti  Intervista a Christine Von Borries

I fantasmi della Grande Guerra  Intervista a Rennie Airth

Affresco gotico in trilogia  Intervista a Alan D. Altieri

Ci è andata proprio bene…  Intervista a Serena Zoli

La Terra è in pericolo?  Incontro con Michael Crichton

La cultura araba, l’Islam, l’Occidente  Incontro con Adonis

Magia e realtà  Incontro con Silvana Gandolfi

Quel “bianco” così einaudito...  Conversazione con Ernesto Ferrero

Un noir dalle cadenze goldoniane  Intervista a Alda Monico

Un noir in piena luce  Incontro con Ferdinando Albertazzi

La Fiera del Libro 2005  Una lettera del direttore, Ernesto Ferrero

Due “buoni” dottori  Intervista a Damon Galgut

Raccontare in noir  Intervista a Marco Vichi

Alla scoperta del Corano  Intervista a Ahmad ‘Abd al Waliyy Vincenzo

All'alba di un giorno qualunque...  Intervista a Hans Tuzzi

Introduzione a un ABC (80 anni dopo)  di Piergiorgio Odifreddi

Un luogo dove si raccolgono i destini  Intervista a Guido Conti

L'ego e la vita del "Serpente"  secondo Giuseppe Conte

L’universo femminile del terzo millennio  Intervista a Lucia Etxebarria


pagine: 1  2  3  4  5  6  7  8  9  10  11  12  13  14  15  16  17  18  19  20  21  22  23  24  25  26  27  28  29  30  31  32  33  34  35 
simonetti.jpg Passione e disciplina a ritmo di danza
Incontro con Chiara Simonetti
autrice di Contraddanza
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)
[La foto è © di Elena Bertolucci]

Sudore, dolore, sangue e un pensiero fisso: se davvero mi impegno ce la farò. Provare e riprovare, cadere e rialzarsi, trangugiare sconfitte e umiliazioni per raggiungere, un giorno, la perfezione: questa è la danza classica. Un mondo asfittico, rigido, formale, che schiaccia la personalità di chi vi entra nel tentativo di plasmare creature perfette, inavvicinabili, sacerdotesse devote di un'arte spietata che non ammette debolezze. Leggendo Contraddanza, il romanzo d'esordio di Chiara Simonetti, si può udire il bastone che colpisce ritmicamente il pavimento della sala prove, scandendo il tempo della danza, sentire l'odore della pece in cui si strofinano le scarpette, vedere la propria immagine riflessa nello specchio. Ma si può anche vivere un'esperienza privata e insieme ricordare sottopelle l'inquietudine degli anni di piombo in Italia che emergono dallo sfondo con la naturalezza e l'orrore tipici della quotidianità. Ne abbiamo parlato con la scrittrice.


D. Disciplina e passione caratterizzano il mondo della danza che Lei descrive con grande intensità nel suo romanzo d'esordio. Un'intensità che sembra dettata da una profonda conoscenza e frequentazione di questo mondo. Quanto vi è di autobiografico in questa storia?

R. Abbastanza. Ho effettivamente studiato danza classica per molti anni, covando il desiderio, nascosto e bruciante, di diventare una ballerina. Da bambina ero molto alta e lo sono rimasta: trent'anni fa i bambini erano molto più bassi di quelli di oggi, per non parlare delle danzatrici, che erano minuscole. E poi avevo, ho ancora, piedi lunghissimi: allora un ostacolo praticamente insormontabile per l'arte che volevo coltivare. Facevo fatica a trovare le scarpette del mio numero, ero goffa e macilenta; insomma, ho vissuto per anni una piccola ma autentica tragedia personale, che a un certo punto ho deciso di formalizzare. Poi però, scrivendo, la storia ha preso una piega tutta sua, inaspettata: c'è una scena che si svolge tra il terzo e il quarto atto dell'Aida che mi ha molto divertito scrivere.

D. Contraddanza, un termine preso in prestito dalla musica e dal ballo. Che cosa l'ha spinta a sceglierlo come titolo del suo libro?

R. Volevo che nel titolo ci fossero la parola ”danza“, e la parola ”contro“ e che suonasse come ”controcanto“, che però fosse in danza. La parola ”danza“, generalmente suggerisce dolcezza, eleganza, leggerezza, ragazze diafane e leggiadre, ben educate, composte. Ragazze che vestono di rosa, che si truccano con cura, ragazze perfette, impeccabili; anche piuttosto basse, se vogliamo. La mia ”contraddanza“ invece è una specie di danza spontanea, ribelle, spettinata.

D. Un personaggio, tra quelli che descrive, colpisce per la sua originalità e forza, Melina, la nonna della protagonista, che sembra uscire dagli schemi, sempre indaffarata e incapace di stare con le mani in mano. A chi si è ispirata nel creare questa figura?

R. Melina è davvero esistita, era la mia nonna paterna, con la quale ho trascorso molto tempo, da bambina. Una donna eccezionale, dal carattere impossibile, forte e sola. Ho un rammarico nei suoi confronti: in questo libro non ho scritto che lei lavava proprio tutto, anche le uova.

D. Lei si occupa di teatro, letteratura e di giornalismo, non è quindi nuova alla scrittura. Quando ha scoperto questa vena creativa?

R. Mi toccherà darle la solita risposta: da sempre.

D. Il romanzo è ambientato sullo sfondo degli anni Settanta, un periodo caratterizzato da un'atmosfera ribelle e ricca di inquietudine, la stessa che vive la protagonista adolescente. I moti del cuore rispecchiati nel mondo che la circonda?

R. Io sono nata nel 1964 e sono troppo giovane per aver vissuto sia il Sessantotto sia il Settantasette, appartengo cioè a quella classica generazione di mezzo che non c'entra niente ma che c'entra sempre, di riffa o di raffa. Ho frequentato a Torino un liceo che era stato molto politicizzato ma che, quando ci arrivai nel 1978, stava vivendo gli ultimi fuochi di un passato turbolento che ho sentito prevalentemente raccontare. Sì, c'era qualche picchetto e qualche sciopero, perfino qualche carica delle polizia, ma tutto era piuttosto blando, forse anche forzato. Era forzato il linguaggio, che ho sempre detestato, quel chiamarsi ”compagni“ quando non lo si era affatto, quegli orribili ”nella misura in cui“ e ”a prescindere“, le sciarpette luccicanti di Fulgenzi, le ragazze con gli zoccoli che si tenevano per mano e le canne di gruppo, i collettivi, le assemblee con il megafono. Certo, portavo gli zoccoli anch'io, e al posto della cartella avevo una borsa di paglia che ero molto fiera di portare, c'era qualcuno che si bucava e qualcuno che faceva politica per davvero, ma il massimo della trasgressione era ascoltare Eugenio Finardi o Enzo Maolucci, e magari tentare di agganciarsi a un corteo di operai che ti gridavano di tornare a casa, cioè nulla di trascendentale o di mitologico. Conosco persone che invece ci hanno marciato, e tanto. Di quegli anni ho assorbito una certa cupezza, se non del pensiero, almeno delle speranze, nulla a che vedere con quei meravigliosi matti - matti e liberi davvero - che nel Sessantotto avevano vent'anni, cioè i sessantenni di oggi. Più che altro, in questo libro, volevo che quei falsi ideali che non sentivo stridessero con l'assurdità del mondo asfittico e anacronistico della danza di trent'anni fa. Il terrorismo, che qui viene soltanto citato, è un'altra faccenda.

D. Dove e quando ama scrivere?

R. Amare è una cosa, potere è un'altra. Amo scrivere ovunque, in treno, in aereo, al bar, ai giardini, a letto, in cucina. È bello scrivere di giorno, con una tazza di caffè lungo e il telefono che non suona: ma non succede quasi mai. Per stare tranquilla scrivo di notte. Non che non mi piaccia scrivere di notte, ma certe volte non sarebbe male vedere la luce del sole. Forse succederà quando i miei figli, che adesso sono ancora piccoli, saranno cresciuti.

1 novembre 2006