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Una vicenda agghiacciante, ambientata nell'onesta, laboriosa, ma un po' soffocante, ipocrita campagna tedesca. La vita sembra scorrervi tranquilla, concreta, fondata su principi consolidati e apparentemente immutabili. Una vita di assoluta normalità, insomma. Se non fosse che... Un giorno scompare una ragazza. Poi un'altra. E un'altra ancora. E il ricordo collettivo risale più o meno consciamente ad altre sparizioni, di tanti anni prima, nel clima livido del nazismo. Ma alcune di queste persone sono scomparse davvero, o se ne sono soltanto andate di loro spontanea volontà? La giovane ebrea per sfuggire all'Olocausto, un'altra per perdersi nei meandri della droga... Nella cittadina vive il ragazzo Ben, un innocente totale, non baciato dal lume dell'intelligenza. È sano, buono, gigantesco, ma articola a stento poche parole, sa qual è il bene e quale il male, ma non sembra in grado di collocarli nel posto giusto. Sua madre e pochissimi altri credono ciecamente in lui, molti di più no. È Ben il colpevole? Ecco la torbida, incalzante vicenda raccontata da Petra Hammesfahr in Il seppellitore di bambole, ormai suo ventesimo romanzo, anche se è il primo ad apparire in Italia. Abbiamo incontrato l'autrice e ne abbiamo parlato con lei.
D. Lei non scrive soltanto romanzi, ma anche testi per la televisione. Ci sono differenze tra i due generi di scrittura?
R. In passato ho scritto molto per la televisione, ma non lo faccio più. Lì tutti si sentono autorizzati a intervenire sulla "scrittura". Il regista, anzitutto, ma anche gli sceneggiatori, i cameramen, persino gli attori. E lo scrittore finisce con il confondersi, non realizza più ciò che aveva in mente. Quando scrivo un romanzo, invece, lo faccio da sola, è una mia creatura. E preferisco lavorare così.
D. Il seppellitore di bambole è tipico del suo modo di fare narrativa? O ha affrontato anche altri generi?
R. Questo mio romanzo è senz'altro tipico del mio modo di scrivere: appartiene al genere che amo definire "psycho-thriller". Il mio genere preferito. Ne ho affrontati anche altri — il romanzo storico, per esempio —, ma con risultati che non mi hanno soddisfatto. Quindi sono libri che non ho pubblicato. Non ancora, almeno.
D. Come mai questo genere noir, o "psycho-thriller", le risulta così congeniale?
R. La psicologia è una componente fondamentale del modo di pensare e agire. E io amo moltissimo studiare quella della gente, per poi riversarla nelle sottigliezze di comportamento dei miei personaggi. Esso è sempre studiato con la massima cura sotto questo profilo. In particolare quello del ragazzo Ben, che avendo pochissimo "intelletto" è fondamentalmente fatto di "istinto", e quindi di psicologia.
D. Nel suo romanzo c'è un profondo senso del dolore. Appartiene alla sua personalità? Addirittura alla sua storia privata?
R. Il comportamento è determinato da quanto si ha alle spalle, dal proprio passato. Quello che lei chiama "dolore" io preferisco definirlo "il dolore che ci è stato provocato". E, senza scendere nei dettagli, a me ne è stato provocato molto. È inevitabile che si riversi nel mio modo di pensare e di vedere il mondo, e quindi nei miei personaggi.
D. Il personaggio del ragazzo Ben sembra legato al grande filone culturale tedesco che vede la salvezza soltanto (o soprattutto) nell'innocente. Fa venire in mente il dumm, lo "scemo" Siegfried di Wagner. Ma ancora di più fa venire in mente, e con grande dolore, Lennie, lo "scemo" di Uomini e topi di Steinbeck, mirabilmente portato sullo schermo da John Malkovich.
R. Ovviamente l'accostamento a Wagner, ciascuno nella sua giusta posizione, non può che lusingarmi. Certo, a mio modo di vedere, per attingere alla salvezza è indispensabile un "innocente", che sappia con la sua sola presenza produrre un'irreparabile crepa nel muro delle convenzioni, dell'ipocrisia, e farlo crollare. Mi onora anche l'accostamento a Steinbeck, anche se non ho mai letto il romanzo. Conosco certamente il film, ma quando l'ho visto avevo già chiarissimo in mente il personaggio di Ben, e se devo essere franca non ho nemmeno colto il parallelismo.
D. Si riferisce ad altri scrittori di noir, o li considera suoi maestri?
R. Sarò sincera, non li leggo molto. Non so se questo è tipico di tutti gli scrittori, ma quando leggo un contemporaneo mi viene un'irrefrenabile coazione a correggere le sue storie, i suoi personaggi. Non credo sia presunzione. Anzi, a pensarci bene, credo che tutti i lettori procedano più o meno consapevolmente ad adattare i libri a se stessi, alla propria personalità, alle proprie esigenze culturali o anche soltanto sentimentali.
D. Il finale del Seppellitore di bambole è un po' criptico: sembra quasi lasciare spazio a un seguito.
R. È così. Infatti questo seguito è già stato pubblicato in Germania e si intitola precisamente Lukka's Erbe, "L'eredità di Lukka". Le parole con cui si chiude Il seppellitore di bambole.
D. Sta scrivendo qualcos'altro? Ce ne può parlare?
R. Sto scrivendo diverse altre cose. Ma in particolare sto scrivendo un'altra vicenda di giovani donne che scompaiono inesplicabilmente, a date quasi fisse. Ma non sempre fisse... In essa rimane coinvolto anche il marito di una delle donne svanite nel nulla, un fotografo. E su di essa indaga un investigatore del Bundeskriminalamt, ovvero dell'ufficio centrale di polizia criminale dei länder tedeschi. Non posso dire di più...
[Intervista a cura di Mario Biondi]
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