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Le forme dell’amore  Ce le racconta Antonella Cilento

Vivere nella giungla con i Fayu  Intervista a Sabine Kuegler

La mia estetica del male  Intervista a Jean-Christophe Grangé

Tre tipi di amore  Incontro con Chiara Zocchi

Vivere in armonia con la luna  Intervista a Thomas Poppe

Spy-story o “romanzo d’intrigo”?  Intervista a Stefano Di Marino

La tragedia nascosta nella fiaba  Intervista a Silvana De Mari

Il dovere di essere impertinenti  Intervista a Piergiorgio Odifreddi

Solitudine e amicizia nelle vie di Tokyo  Intervista a Taichi Yamada

“Vedo” le storie che scrivo  Intervista ad Allan Folsom

Raccontare il viaggio  Intervista ad Andrea Bocconi

In vetta una fata mi ha raccontato una storia  Intervista a Kurt Diemberger

«Nuovi» antifascisti o fascisti «redenti»?  Secondo Mirella Serri

Ritorna Henry Smart  Incontro con Roddy Doyle

Corso rapido di saggezza buddhista  Incontro con Giulio Cesare Giacobbe

Sogni di provincia ai tempi del Duce  Intervista ad Andrea Vitali

Nomade nel colonialismo italiano  Intervista ad Alessandro Spina

La sinistra e il complesso dei migliori  Intervista a Luca Ricolfi

Gli dei di burro  Nel Tibet di Giuseppe Tucci

I labirinti della mente  Incontro con Angelo Cannavacciuolo

Un’indagine tra passato e presente  Intervista a Jeffery Deaver

Quando scrivo mi si apre un terzo occhio  Intervista a Renate Dorrestein

Quando gli uomini spiavano tra le montagne  Racconta John Keay

Un thriller oceanico  Intervista a Frank Schätzing

Odissea di un aspirante scrittore  Intervista a Gianluca Morozzi


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bosio.jpg Un tesoro che viene dall'acqua
Intervista a Laura Bosio
autrice di Le stagioni dell'acqua
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

A pochi chilometri dalle grandi città del nord c'è un mondo quasi immutato da secoli, con i suoi specchi d'acqua dove cielo e terra si riflettono. È il mondo delle risaie, legato ai cicli di un lavoro unico che continuamente si rinnova modificando il paesaggio e dominando le vite e le storie che qui si susseguono e si intrecciano. In una suggestiva tenuta tra le risaie, chiamata Torricella, si svolge il romanzo di Laura Bosio, Le stagioni dell'acqua. L'incontro dell'anziana proprietaria con una giovane donna è l'occasione per avvicinare vicende e personaggi singolari e di grande fascino: una suora fuggita dal convento, un tedesco disertore che ha perduto la memoria, un fattore di lunga esperienza, un vecchio inetto cacciatore di pipistrelli, due losche sorelle che riserveranno un inaspettato colpo di scena. E un nuovo amore arriva all'improvviso a muovere le pagine di un destino. Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice.


D. I dimenticati, Annunciazione, Le ali ai piedi, Teresina : sono libri importanti, ma anche viaggi narrativi sulle tracce di motivi, suggestioni, incontri fra dissipazione dei corpi e spiritualità, connotati quasi sempre da un tema di fondo, esplorato e studiato nella sua completezza, fra passato e presente. E ora le risaie. Perché e come è comparso questo nuovo spunto narrativo ?

R. Sono nata a Vercelli, terra di risaie, ma la mia famiglia (purtroppo per noi) non ha a che fare con il riso, che è la vera ricchezza, in ogni senso, della città. Avevo desiderio di conoscere meglio quel mondo, più da vicino, quel lavoro così duro, ma anche così affascinante, così unico. Prima di scrivere il romanzo ho guardato a lungo il paesaggio delle risaie, a me tanto familiare e insieme tanto sconosciuto, in tutte le stagioni, per osservarlo, scoprirlo, toglierlo dallo sfondo in cui per me, che abito a Milano ormai da venticinque anni, era rimasto. Di portarlo in primo piano, con le sue storie forti, come ho cercato di fare nel libro. Ecco, avevo in mente un libro orizzontale, pieno di acqua e di riflessi, di riverberi, come le risaie.

D. Nella scrittura, così limpida, lineare, apparentemente piana, distesa, c'è sempre un singolare avvicendamento fra pura narratività, invenzione e racconto o resoconto documentario. È una sua peculiarità? È uno stile entro il quale hai delimitato un territorio suo? Come ci è arrivata? Per quali strade?

R. Non so se sia un territorio che ho delimitato io. È un territorio che esiste, e che a me, che sono una lettrice di saggi, è congeniale. La distinzione tra i generi, in particolare tra saggio e romanzo, secondo me oggi è aleatoria. Quello che conta non è il genere, ma la forza del linguaggio, della scrittura. Non a caso, a mio parere, i libri più innovativi e più potenti degli ultimi cinquant'anni sono opere di ”sconfinamento“, penso a Borges, o a Marguerite Yourcenar, o a Giuseppe Pontiggia... Ma gli scrittori amano il percorso extraterritoriale. E, anche in un mondo disorientato come il nostro, continuano a inseguire una libertà di espressione e di movimento che valga per gli uomini e le donne, per i romanzi che li descrivono, li fanno vivere, o rivivere.

D. Il titolo, Le stagioni dell'acqua, è molto bello e fa ”vedere“ bene il paesaggio delle risaie, con la ritualità legata all'acqua, che lo rende, appunto, unico. Uno specchio dove terra e cielo si riflettono, si confondono, si scambiano le parti. Un paesaggio che, anche se come sfondo, ti è sempre stato familiare. In che modo ti è documentata sulle storia delle risaie?

R. Ho passato più di un anno a interrogare chiunque avesse a che fare con il riso e le risaie: agricoltori e ex mondine, chi si occupa delle distribuzione dell'acqua e chi studia i diserbanti... A leggere i romanzi, non molti, che hanno al centro il riso, ma anche a entrare nel mondo della campagna italiana attraverso i libri di scrittori che la conoscono bene e l'hanno indagata a fondo. Ho raccolto storie, studiato la storia e le tecniche di coltivazione, riunito fatti, episodi e leggende, che ho poi provato a tradurre in narrazione. Il titolo è ispirato a un verso di Giuseppe Conte.

D. Allora le vicende del romanzo sono in gran parte vere? A chi si è ispirata per delineare i caratteri dei vari protagonisti? C'è un personaggio nel quale si è identificata in modo particolare?

R. Sì, è così, le vicende sono in gran parte vere, anche se, scrivendo, le ho variamente rimescolate, interpretate, immaginate. Ad esempio, delle suore di clausura ospitate durante la guerra al piano alto di una cascina, per proteggerle da incursioni dei tedeschi, mi è stato parlato. Il personaggio di Orientina, la suora fuggita dal convento e rimasta a vivere nella tenuta, è invece un'invenzione. La persona che le aveva ospitate, le ricordava così: ”Sembrava di avere rondini sulla testa“. Questo frammento di dialogo, che mi sembrava molto bello, è entrato nel romanzo. Ma anche il ”mago dell'acqua“, il vecchio fattore della tenuta in cui è ambientato il libro, è un uomo che ho conosciuto, Enrico Arduino, di straordinaria vitalità, a cui ho attribuito caratteri suoi e insieme storie raccontate da altri. Così come la mondina che ha fatto la comparsa in Riso amaro, con quelle sue osservazioni sulla Mangano... A tavolino non verrebbero mai in mente simili immagini.

D. Lei svolge da sempre un metodico lavoro di editing su testi di altri scrittori. Come si concilia con lo spazio della sua scrittura? Le voci non rischiano di sovrapporsi? Quanto influiscono il suo occhio, il suo orecchio sulla scrittura personale?

R. Per me è un modo di entrare, attraverso quello che mi interessa di più, e cioè la parola, la scrittura, in mondi e linguaggi diversi dai miei. E quindi in esperienze diverse dalle mie. E poi mi illudo di acquisire, attraverso il lavoro sui testi degli altri, una distanza critica anche dai miei. Ma è, appunto, un'illusione. È difficile mettere i propri testi alla giusta distanza, un occhio esterno è un apporto indispensabile. Credo che la letteratura sia fatta di questo scambio, di queste collaborazioni sotterranee e necessarie.

D. Quali consigli darebbe a un giovane aspirante scrittore?

R. Borges, rispondendo a questa domanda che gli aveva rivolto Alberto Arbasino, ha risposto: ”Bisogna leggere molto, scrivere molto e pubblicare molto tardi“. Non è una regola, ma è un buon suggerimento. Non bisogna avere fretta. Paola Mastrocola ha raccontato che Natalia Ginzburg le aveva detto in una lettera che scrivere è una lunga pazienza. Sottoscrivo e faccio tesoro.

4 maggio 2007