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Sullo sfondo gli anni cruciali del continente sudamericano, quelli delle rivoluzioni mancate, dei sogni infranti e dei molti colpi di stato. Davanti agli occhi un'Europa da boom culturale d'importazione, sogno realizzato di affermazione e libertà per molti esuli volontari o coatti. In una Parigi da cartolina, ritmata dal canto di chansonnier latini, crocevia di vite ed esperienze che manterranno impresso a fuoco e per sempre il marchio del passaggio in quel mondo, José Manuel Carpio, spiantato cantautore di boleri e milonghe e, all'occorrenza, alacre lavapiatti, e Fernanda Maria del Monte Montes, aristocratica fanciulla della crême salvadoregna educata al bel mondo nei migliori collegi inglesi e svizzeri, si conoscono e si amano. Tuttavia, sbagliando per vocazione quella che in termini aeronautici è lo "estimated time of arriva"l, la loro storia, lunga trent'anni, sarà condannata all'impossibilità di tempi comuni e coincidenze. Ma sopravvivrà, nonostante gli addii, il tempo e le distanze, due figli e due mariti, grazie alla cocciuta e genuina grafomania dei due protagonisti: "In fondo siamo stati migliori nella nostra corrispondenza" commenta malinconico il protagonista maschile. Trent'anni d'amore e lettere, di naufragi e esaltazione, in cui ciò che fu perduto la mattina in cui lui commise l'errore fatale di non fermare al semaforo l'Alfa Romeo verde di lei per dirle che l'amava, facendola ripartire (per sempre) dalla sua vita, si trasforma in un legame perpetuo di amore e amicizia.
Questa, in sintesi, la trama dell'ultimo romanzo dello scrittore peruviano Alfredo Bryce Echenique, il primo dopo un'assenza di più di trent'anni in Italia (Un mondo per Julius fu pubblicato da Feltrinelli nel '70), La tonsillite di Tarzan, dove il Tarzan del titolo è lei, Fernanda Maria detta Mia, la spettacolare rossa dagli occhi verdi esile e forte, perché attraversa incolume (e nessuno è sopravvissuto senza essere un atleta dell'esistenza) il turbine degli avvenimenti dell'America Latina degli ultimi trent'anni attaccandosi ai sentimenti come a liane, senza perdere mai l'ottimismo, l'entusiasmo, la speranza. Con ironia, autoironia e intensità Bryce Echenique traccia uno straordinario ritratto di donna, amica e amante, fraterna compagna di un'intera esistenza, assolutamente veridica, uno di quei personaggi indimenticabili che popolano la migliore letteratura.
D. Un Tarzan in gonnella, che all'urlo della giungla preferisce lo scambio epistolare. Una meravigliosa figura di donna raccontata con una sensibilità tutta femminile nei confronti della vita e degli avvenimenti. Come riesce uno scrittore uomo a calarsi tanto bene nei panni di una "rossa"?
R. I "tratti di scrittura femminile" nella mia scrittura furono individuati da una professoressa colombiana molti anni fa. A me, quella che forse era stata una velata critica parve invece una sfida, tanto che decisi di scrivere la storia di una donna raccontata dal suo punto di vista. Fernanda María è nata così, e la scelta di narrare la sua lunga storia d'amore attraverso le lettere è la risposta al quesito: come si racconterebbe meglio Fernanda? Le lettere si scrivono lentamente, si lasciano e si riprendono, hanno i loro tempi. Si ricevono dopo settimane, e questo differimento è anche il leitmotiv della sua storia con Juan Manuel Carpio: mai insieme nel momento giusto, si amano lasciandosi, sempre. E poi è certo: mai una lacrima bagnerà un'e-mail!
D. Lo stile del romanzo, quello delle lettere come quello della narrazione è emozionato, spontaneo, attinge al ricchissimo patrimonio linguistico del parlato limegno, e in genere del racconto orale. Si definirebbe uno "scrittore orale"?
R. In un certo senso sì, perché mi piace riprodurre lo scorrere dei pensieri e dei sentimenti: ma per far passare l'oralità attraverso lo scritto occorre un grande mestiere letterario, il filtro che trasforma il parlato in romanzo. Scrivo in modo molto emotivo e intuitivo: sono uno che si emoziona, che ride e piange di quello che fa. Le scalette le traccio, ma le tradisco sempre. La ricerca dell'eterna spontaneità, come dicevo, è il frutto di un enorme lavoro.
D. Spontaneità e leggerezza, condite da molto sense of humour, che non cedono mai, neppure di fronte alle atrocità e alla desolazione degli anni più drammatici della storia latinoamericana. Da che cosa nascono?
R. "Spesso soltanto l'ironia ci permette di sopravvivere all'orrore" ha scritto Marguerite Yourcenar. È la cultura degli esuli, la cultura del secondo boom latinoamericano. Vargas Llosa, García Márquez non ne avevano. Ce l'avevano invece quelli venuti dopo, Cortázar, Puig, io stesso. L'ironia per me non è il dardo avvelenato, ma piuttosto la piuma del badmington. E non è neppure la risata sguaiata di chi spalanca la bocca e fa tanto rumore da non sentire più niente lui stesso. È un modo di stare al mondo, è la strizzata d'occhio dello scrittore al lettore, un modo per chiedergli, dandogli del tu: "E se tu fossi qui?" Ed è, prima di tutto, una domanda, una strizzata d'occhio rivolta a sé stessi.
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