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16 giugno 1816, lago di Ginevra, villa Diodati. Da un'animata conversazione tra letterati sui temi del soprannaturale nacquero non soltanto il capolavoro di Mary Shelley, Frankenstein, ma anche un romanzo autobiografico di George Gordon Byron, un inedito di cui la figlia Ada diverrà gelosa custode. John Crowley parte da questa ipotesi per costruire un'architettura narrativa complessa, fra romanzo gotico e moderno giallo psicologico, su tre diversi piani di lettura: il gioco di analogie e rimandi al testo byroniano, le glosse scritte da Ada e la corrispondenza fra i personaggi contemporanei. Lo scrittore del Maine, classe 1942, già apprezzato autore di La traduttrice, omaggia la grande letteratura in questa sua ultima fatica, sul cui soggetto d'elezione, Byron, ci svela qualche aspetto inatteso.
D. Quali sono le sfide, e i rischi, di scrivere un romanzo nel romanzo?
R. Le scatole cinesi vanno una dentro l'altra in un modo soltanto. Il divertimento di scrivere un romanzo fatto di parte interrelate è che non occorre un ordine stabilito: una scatola può essere fuori, ma anche un'altra. Spero che lo spettatore si diverta a scoprire le connessioni multiple fra le parti, alcune, mi auguro inattese e rivelatrici, come del resto lo sono state per me, che le ho scoperte mentre scrivevo.
D. In che maniera si è sforzato di imitare la prosa di Byron scrivendo La terra della sera?
R. Ho tentato di rendere il suo stile il più possibile. Adoro la prosa di Byron, quella delle sue lettere e dei sui diari, e le note acute e ricche di informazioni alle sue poesie più lunghe. Ho provato a riprodurre la maniera rapida e ironica in cui scriveva, il senso di dare con una mano e togliere con l'altra. D'altro canto non penso che Byron avrebbe scritto un romanzo nello stesso modo in cui scrisse le lettere. Ho cercato di immaginare lo stile letterario in cui avrebbe potuto scrivere una prosa narrativa. Naturalmente ognuno immagina il suo proprio Byron: qualcuno ha scritto che non c'era un rigo di quello che ho scritto che suonasse neppure vagamente byroniano (il che però mi risulta un po' strano dato che qualche riga per ogni pagina è stata presa di peso dall'opera del poeta).
D. Il romanzo epistolare gode di una lunga e nobile tradizione nella letteratura inglese. Crede che l'avvento della posta elettronica possa rinverdire, modificare ed estendere questa tradizione?
R. Non so. In effetti l'e-mail combina caratteristiche del linguaggio scritto e di quello parlato, dato che solitamente questo tipo di comunicazione è caratterizzato da una certa fretta, trascuratezza e istantaneità. In un romanzo epistolare si può distinguere i personaggi dallo stile di scrittura, mentre un romanzo di mail crea i personaggi più attraverso il dialogo. D'altro canto credo che sia piuttosto noioso doversi sorbire un intero romanzo fatto solamente di corrispondenza elettronica, con tutte quelle abbreviazione e quelle comunicazioni sbrigative. Ci vorrebbe un maestro per rendere la cosa vivace.
D. Byron è una figura letteraria di grande fascino. Quali sono gli aspetti che l'hanno colpita a tal punto da metterlo al centro del suo nuovo romanzo?
R. In effetti è una fascinazione di lungo periodo. Già nei tardi anni Sessanta scrissi un lavoro teatrale su Byron e Shelley a Pisa, e sulla morte di Shelley. Mostrava un Byron mediamente sensuale e ambiguamente realista in opposizione alla visione utopica di Shelley, e di come i due svilupparono una profonda amicizia nonostante la diversità. In questo modo ho cominciato ad appassionarmi a entrambi, ma in particolare a Byron. Così sono voluto tornare a esaminare, attraverso la chiave romanzesca, il mistero e il fascino di questa figura leggendaria.
D. In che modo sente che la vita e l'opera di Byron abbiano rilevanza per il lettore odierno?
R. Una cosa che penso possa interessare e affascinare i lettori oggi, anche se non hanno letto le opere di Byron, è il suo status di personaggio famoso. Non c'è stato, in questo senso, davvero nessuno come lui prima di allora nella letteratura inglese. Non si guadagnò la fama soltanto per quello che scrisse ma per quello che nessuno ai suoi tempi avrebbe definito (ma oggi tutti chiamano così) stile di vita, i problemi in cui si trovò coinvolto, le voci sulle sue abitudini, il fallimento del matrimonio, lo sperpero del denaro, la morte prematura. Per di più è sempre stato molto consapevole di essere una celebrità: aveva un atteggiamento moderno di guardare con disprezzo alla fama e ai suoi fan, e nello stesso tempo di farsi influenzare da questi aspetti per costruire il suo personaggio. Inoltre mi affascina molto il modo in cui questo autore apprezzava e usava ciò che oggi chiamiamo cultura pop: prima di lui c'era, da una parte, la cultura alta, gli scrittori eruditi custodi consapevoli della tradizione letteraria e narrativa, e dall'altra la cultura bassa, i racconti e le canzoni popolari, le ballate e le feste... Con Byron, e il tempo della borghesia, i confini diventano meno netti: il teatro, il romanzo vanno incontro ai gusti del lettore comune. Byron ama questa produzione culturale e vi fa continuo riferimento nella sua opera, come uno scrittore moderno fa riferimento alle canzoni, al cinema, alla pubblicità. Lui si rende conto di far parte della cultura pop.
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