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Per procedere Di buon passo Andrea Bocconi parte a piedi. Non si allontana di molto da casa, non sonda il fascino di luoghi esotici e non vive avventure in paesi remoti e stranieri. Eppure scopre, tra il Casentino, l'Umbria e la Romagna, un mondo davvero lontano e, forse ancora di più, un tempo completamente diverso dal suo. E a conclusione delle ventidue giornate di questo singolare viaggio, muta il suo (e il nostro) senso del tempo e delle distanze, consegnandoci una guida ideale e irrituale. N abbiamo parlato con lui.
D. Nei suoi libri precedenti si parlava di grandi viaggi in luoghi esotici. Nell'ultimo, invece, lei cammina Di buon passo nella sua Toscana, a due passi da casa. Che cosa c'è da raccontare di un simile viaggio?
R. Credo che sia proprio dietro casa che si possa fare un grande viaggio, dove il velo dell'esotismo cade e si colgono aspetti più sottili. Se si entra in un convento della nostra tradizione, o si monta la tenda in un bosco che abbiamo visto soltanto di giorno, o ci si ferma a parlare all'alba con la gente che abita in un paesino montano, siamo in grado di capire più cose, di sentire le tracce della storia di cui facciamo parte.
D. Perché ha scelto di andare a piedi?
R. Per risparmiare. No, scherzo. Volevo la semplicità massima, anche la bicicletta mi pareva troppo tecnologica, forse anche troppo veloce. Il mio lusso era essermi preso il tempo abbondante per questo viaggio, progettato da tempo ma senza troppe tappe e mete.
D. Lei va Di buon passo alle sorgenti dei fiumi: perché?
R. Tutte le civiltà nascono attorno ai fiumi, una romanità senza Tevere o un Rinascimento senza Arno non possono essere. Ma oggi i fiumi sono trascurati, inquinati, interrotti: a me sembra che questo non derivi soltanto da motivi economici, ma anche dalla perdita della sacralità del paesaggio, che diventa una merce invece di essere la nostra culla. E allora volevo andare alle sorgenti , come gli indiani che vanno a Gangotri, dove nasce il fiume sacro.
D. Un pellegrinaggio?
R. Parola grossa: semmai non di un devoto, ma di un panteista laico.
D. Come mai, allora, parla tanto di Francesco e ne visita i monasteri?
R. E perché non dovrei? Il fatto è che i luoghi francescani sono di bellezza speciale, ruvida ma sempre armoniosa, con un rapporto di rispetto tra la costruzione e la natura in cui nasce. Si sente l'amore per le grandi pietre, per le forre, per i torrenti. E Francesco, benché sia vissuto poco e sia stato tradito da tutti, Papa e confratelli compresi, ha molto da dire.
D. Che cosa ha trovato che non si aspettava in questo viaggio?
R. Non mi aspettavo di non trovare nessuno sui sentieri, segnati o meno che fossero. E non mi aspettavo di trovare un'Italia gentile nei paesi e nelle piccole città: il libraio Paci di Città di Castello che mi presta sulla fiducia la sua copia di un raro libro su Burri; la signora che si affaccia dal giardino per invitarmi a prendere un caffè, mentre arranco sull'aslfalto della strada provinciale.
D. Ha mai avuto paura?
R. Soltanto quella di scivolare in un sentiero sui calanchi, per il resto mi sono sentito protetto dalla solitudine. E poi un camminatore è innocuo, che cosa può mai capitargli? Al massimo di non essere visto da un camion se è costretto a camminare sulla statale.
D. Come mai ogni tappa si apre con un arcano dei tarocchi?
R. Perché sono partito dalla località "Il Matto", dove vivo, e alla fine del viaggio erano passati proprio 22 giorni, quanti sono gli arcani maggiori. Abbinarvi a posteriori le carte, con i loro complessi simbolismi, mi è servito a rileggere il viaggio da una prospettiva diversa, forse più inconscia
D. Che consigli darebbe a chi volesse fare un cammino come il suo
R. Scarpe buone e collaudate, uno zaino leggero, e andare piano, prendendosi tutto il tempo che ci vuole e anche di più. Non portare anche in un cammino l'ansia da performance, infischiarsene delle medie e lasciare che a decidere la meta successiva siano l'intuizione e il piacere del momento. E se il ”piano“ si coniuga con ”l'andare vicino“, si scoprirà quanto può essere esotica la collina dietro casa.
Intervista a cura di Antonio Forges
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