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Abbondio, Amicizia, Cinema, Circolo, Gattopardo, Giustizia sono solo alcune delle voci che compongono questo affascinante dizionario nato da un'attenta, appassionata lettura-analisi dell'opera di Sciascia. Una lettura a tutto campo, trasversale, con cui Matteo Collura, legato al grande scrittore siciliano da una forte amicizia, ci guida attraverso la sua opera con grande tensione etica. Sciascia è siciliano, e la Sicilia è al centro delle sue riflessioni: una terra carica di storia che diventa destino, metafora del mondo. I temi a lui cari, il vivere quotidiano, la tolleranza, la giustizia nutrirono il suo universo creativo di romanziere e saggista fra i più interessanti del Novecento, ma anche il suo impegno civile, il suo essere testimone scomodo, e quindi "eretico", del nostro tempo. Abbiamo parlato di Alfabeto eretico con l'autore.
D. Già dalle prime pagine, o meglio parole, del libro si avverte un'alta tensione morale: mi piacerebbe partire dall'Amicizia. Perché l'Amicizia viene prima ancora dell'Amore?
R. Per un siciliano quale Sciascia l'Amicizia è importantissima. Nella gerarchia dei valori, per lui è importante purché per un eccesso di essa non si arrivi fino a sacrificare la verità. Nel libro racconto ciò che avvenne tra Sciascia e Guttuso, un fatto che mise fine alla loro grande amicizia, un'amicizia in nome della quale — secondo Guttuso, in questo senso molto più siciliano — tutto è consentito, persino non rispettare la verità. Per Sciascia questo è inaccettabile, l'amicizia dev'essere lo specchio stesso della verità.
D. "Aragona Caldare" è una delle voci che ho trovato di grandissimo interesse. Ci spieghi che cosa vuol dire quando parla della causalità della nascita e perciò della certezza del proprio destino di uomo e di scrittore.
R. Se è vero che il nascere è un luogo appartenente alla casualità — anche in senso sociale, nascere ricchi o poveri —, ne discende un destino, una certezza, che spiega perché si diventa scrittore, artista. È un mistero, il mistero del nascere, dell'essere portati a vivere in un luogo anziché in un altro. Pirandello aveva costruito la sua vita d'artista su questo mistero che segna la vita. In Sciascia questo insondabile arcano prende il nome di Aragona Caldare, località altrimenti insignificante.
D. Aragona Caldare, vista come una possibilità di scelta, un aleph, ci conduce a Borges. Lei scrive "parlare di Borges per Sciascia è parlare di sé", che cosa vuol dire?
R. Entrambi hanno un'idea della letteratura come vita parallela. Borges per Sciascia è il maestro che attinge a una sorta di quarta dimensione, un maestro di indagini filologiche e filosofiche nei frammenti del pensiero umano. L'esperienza da cui si trae spunto è soltanto un'occasione. Comunque Sciascia non è soltanto letterato, ma anche uomo d'azione.
D. L'uomo d'azione ci conduce direttamente alla parola "Gattopardo": suscita ancora stupore l'accoglienza negativa riservata da Sciascia al romanzo.
R. Era il 1958, e questo è importantissimo da dire. A lui non è che non piacque il romanzo o altro. Ciò che lo infastidì era il senso ultimo che veniva fuori da questa storia, una storia che piaceva molto agli uomini della sinistra. Sciascia era un uomo di sinistra, eretico, libero, non imbavagliato in una chiesa. Con Il Gattopardo la saracinesca piomba sulla speranza. Venti anni più tardi, lui dirà che purtroppo Tomasi di Lampedusa aveva ragione. Ma questa riflessione non è priva di coerenza, perché Sciascia non smetterà comunque di credere che sono le idee a muovere il mondo. C'è il pessimismo della ragione, ma insieme l'ottimismo della volontà. Da questo contrasto nasce la sua letteratura, la sua idea di letteratura, che è anche la mia.
D. Il "Cinema" e il "Circolo" sembrano rappresentare due finestre sul mondo, la prima per uscire da un mondo chiuso, la seconda per giudicarlo e in fondo subirlo. È così?
R. Per uomini della generazione di Sciascia e Bufalino il "Cinema" è stato un'occasione, un'esperienza fondamentale. Un "altrove", una finestra che dava una possibilità di capire, di sfidare la realtà chiusa, soffocante, isolata. Per la mia stessa generazione il cinema è stato importante, il sogno. Quando vidi Picnic, con William Holden e Kim Novak, dissi a me stesso: "voglio essere come questo qui". È stato uno stimolo straordinario per chi aveva in animo di fare qualcosa della vita. Il "Circolo" è la cultura del "Circolo", che porta la gente a una sedentarietà capace di spaccare il capello in quattro, a speculazioni filosofiche che rasentano la follia. Il "Circolo" è la cultura del parlare, non del fare, mentre alla verità si arriva attraverso il fare. Sciascia ha attinto dalla civiltà del "Circolo" e poi se ne è andato, per non lasciare un segno soltanto su quella poltrona. Bisogna passare dal "Circolo", così come bisogna uscirne.
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