|
La Marchesa Luisa Casati, nata nel 1881 in una famiglia di ricchissimi cotonieri milanesi di origini austriache, dedicò tutta la vita a divenire «un'opera d'arte vivente». Ovunque andasse creava scandalo. Portava pitoni vivi attorno al collo, passeggiava tenendo al guinzaglio ghepardi con collari tempestati di diamanti, dava feste favolose nei suoi palazzi di Venezia e Parigi, una volta affittò addirittura tutta Piazza San Marco. Ma chi fu veramente? Lo raccontano Scot D. Ryersson e Michael Orlando Yaccarino nella biografia Infinita varietà. E ai visitatori di InfiniteStorie.it lo racconta anche Giuseppe Scaraffia, uno dei primi a essere colpito, già diversi anni or sono, dalla figura dell'eccentricissima signora.
Chi fu la Marchesa Casati? Una precorritrice della body-art o soltanto un'eccentrica figura destinata a stupire con le sue calcolate follie l'alta società intellettuale e mondana del suo tempo? Le sue vittime infatti non furono i rotocalchi o i magazine televisivi ma alcune delle più grandi menti contemporanee, da D'Annunzio a Marinetti, da Balla a Cocteau.
Nata ricca – dal cotonificio Amman, proprietà dei genitori, al marito, il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino – Luisa Casati ha sempre dimostrato un sovrano disprezzo per il denaro che scialava distrattamente. In tutta la sua tumultuosa esistenza, la marchesa non scese mai dalla nube di sete luttuose di cui l'aveva avvolta Boldini nel celebre ritratto in cui l'anti-Gioconda – come fu subito battezzata – fulmina dal biancore del viso la luce cupa dello sguardo.
Il suo incontro con Gabriele D'Annunzio non segui la normale parabola delle relazioni dell'avido poeta, pronto a disprezzare le vittime del suo fascino. L'unica donna di cui parlava con un rispetto pieno di meraviglia era la marchesa Casati, ricorda André Germain, che la frequentò a lungo. Secondo molti la ragione dei suoi successi andava cercata negli audaci exploit dell'aristocratica. Per amore dell'eccesso, puntualizza Germain, si era impiastricciato un viso bellissimo, sfigurandosi dal punto di vista estetico. I suoi fiammeggianti occhi da lupa brillavano in una faccia da incubo. L'eccentricità, abilmente creata, delle sue toelette, accompagnava la laboriosa eccentricità del volto. Nonostante la folla dei suoi ritrattisti, da Boldini a Van Dongen, da Bakst a Zuloaga, Cocteau e Beaton, la vera fonte d'ispirazione furono le sovraccariche divinità di Moreau, predilette dai decadenti. Avvolta, nei fastosi parameriti del paganesimo findesiécle attraversò indenne i tersi orizzonti della modernità affascinando i futuristi, che non esitarono a dichiararla dei loro.
Nessuno più di lei fu lontano dalla sobrietà assoluta prescritta dal dandysmo, con cui ebbe però in comune la propensione a stupire. Come Baudelaire, la Casati preferiva sbalordire che affascinare; riallacciandosi così intimamente a una delle vocazioni dell'avanguardia. La marchesa fu la pittrice, la scultrice e la commediografa di se stessa, nell'intento di abbagliare i contemporanei non con la raffinata esasperazione della sobrietà dei dandy, ma con il rutilante macchinario di cui si circondava. Il suo zoo privato spaziava dal ghepardo al sonnolento boa. Il ghepardo sì comportava abbastanza bene. D'altronde, quando seguiva la sua padrona, era sorvegliato da un domatore. ”La marchesa, per le sue passeggiate veneziane, aggiungeva al ghepardo una colomba. Lui la mangiava solo raramente ...» rammenta un amico. Soltanto una volta il boa aveva causato qualche fastidio, sfuggendo, a Capri, alle carezze della sua padrona per esibirsi sotto gli sguardi atterriti dei turisti. Poi fu la volta di un pappagallo nero, e il bonario felino cedette il campo a una pantera automatica, dotata di un meccanismo grazie al quale ruggiva e muoveva testa, occhi e coda.
Certo, nonostante alcune somiglianze superficiali, la marchesa non fu una delle femmes fatales, che tanto ammaliavano i contemporanei. Nonostante lo sguardo meduseo e le reiterate esibizioni della sua nudità, non rovinò nessun amante, nessuno si suicidò davanti alla sua porta, nessuno morì di dolore per i suoi abbandoni. I suoi amori, a parte quello, mai finito, con il divino poeta, rimasero al margine della sua eccezionale esistenza.
Gli ultimi vent'anni della vita della Casati si snodano sotto il segno della rovina fisica e finanziaria. Dissipate in follie e festeggiamenti le sue ragguardevoli sostanze, fu soccorsa da un caritatevole inglese, nel cui castello, ricorda Germain, ritrovava il suo splendore e la sua aria altera.
Se Cecil Beaton colse, con un trabocchetto, le ultime patetiche immagini della primadonna, ormai vecchia e segnata, sotto la spessa veletta e la pelliccia tarlata di leopardo, in realtà soltanto Man Ray seppe cogliere il suo segreto nel ritratto «magico» del 1922. In questa fotografia la Casati ha due serie dei suoi famosi occhi sovrapposte, l'una «gli occhi di mica» di Balla, fatti per essere guardati, gli altri, affioranti sotto i primi, per guardare, spiare gli spettatori dell'attardato miracolo della sua parabola di decadente cometa.
[Giuseppe Scaraffia]
|