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hamilton.jpg A caccia di vampiri
Intervista a Laurell K. Hamilton
autrice di Nodo di sangue
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)
[La foto è © di Suzy Gorman]

Anita Blake è giovane e carina, forte e coraggiosa, con qualche tenera debolezza, come dormire con un pinguino di peluche chiamato Sigmund. Esce per le strade della St. Louis contemporanea con un crocifisso in argento che le pende sul petto e va in ufficio dove, nel cassetto della scrivania, tiene una Browning Hi-Power calibro 9 con proiettili placcati in argento. È il minimo che possiamo aspettarci da una che, di professione, fa la risvegliante di morti e la cacciatrice di vampiri. Anita nasce dalla penna dell'americana Laurell K. Hamilton, che ha già firmato undici romanzi incentrati su questa eroina e ha scalato le classifiche grazie ai suoi personaggi affascinanti, a un mondo costruito nel dettaglio e a storie ben congegnate, sempre sospese tra horror e thriller, in cui le investigazioni sono colorate di nero. Possiamo apprezzare tutto questo nel primo romanzo della serie, Nodo di sangue. Addentriamoci allora in questo mondo insieme all'autrice, che ha risposto con entusiasmo ad alcune nostre domande.



D. Quando è nato il suo interesse per il mondo della notte e dei vampiri?

R. Ho sempre attribuito il mio interesse per il macabro alle premature tragedie della mia vita: la morte di mia madre e di mio padre. Ma quando sono cresciuta e ci ho ripensato, mi è venuto in mente che, in effetti, ero già attratta da tutto quello che è oscuro prima ancora che mia madre morisse. Ricordo che a cinque anni, cioè un anno prima della sua morte, supplicavo di poter guardare l'originale Frankenstein con Boris Karloff. Poiché mia nonna non voleva, dovetti accettare di stare sveglia tutta sola a guardare la TV, con una sola luce accesa, e poi di spegnere entrambe prima di andare a letto. Ce l'ho fatta a vedere quasi tutto il film. Quindi questo mio interesse risale alla tenera età. Non ne conosco la ragione, è quasi un tratto genetico. Anche quando giocavo da bambina, ad esempio ai cowboy, per me non era sufficiente scendere per un dirupo: alla sua sommità doveva esserci un nido di serpenti a sonagli. Doveva sempre esserci qualcosa di un po' più oscuro, un po' più pauroso.

D. Ha avuto dei modelli letterari? Quali?

R. Sono stata subito ispirata da Louisa May Alcott. Non tanto per ciò che ha scritto, quanto per il fatto che fosse una donna: una donna che viveva facendo la scrittrice. Anche da Andre Norton, autrice di fantascienza e fantasy. Se entrambe ci erano riuscite, potevo riuscirci anch'io. E poi, Andre Norton era in vita, fatto assai raro, perché la maggior parte degli scrittori che leggevo erano uomini bianchi ormai defunti. Una delle mie prime influenze per quanto riguarda ciò che scrivo attualmente è stato Robert E. Howard. Ho scoperto la sua raccolta di brevi storie, I colombi dell'inferno, quando avevo tredici o quattordici anni. È stato il primo libro di fantasy noir e horror che ho letto. Non soltanto ho deciso di diventare scrittrice: volevo scrivere proprio roba così. Dopo questi scrittori, hanno avuto la loro importanza H.P. Lovecraft, Edgar Allan Poe, Stephen King, soprattutto Le notti di Salem, Intervista col vampiro di Anne Rice, Carmilla di Sheridan Le Fanu. Per i dialoghi e per il tono del detective "hard boiled", Robert B. Parker.

D. Come si è sviluppata l'idea di una realtà così complessa e articolata come quella dei non-umani, con una precisa gerarchia nella scala sociale dei vampiri, con zombie, ratti mannari, necrofagi e così via, ciascuno con caratteristiche proprie?

R. Come possono confermare i miei amici, io non sono capace di fare una qualunque cosa in modo semplice. L'unico modo in cui comprendo davvero la realtà dev'essere complicato, perché tutte le cose sono collegate tra loro. Questo, in parte è dovuto alla mia laurea in biologia, che insegna appunto a guardare le cose dal punto di vista delle loro interrelazioni. Al college, poi, ho seguito molti insegnamenti di storia, scienze sociali e politiche, e ho imparato che anche il mondo sociale e politico sono tra loro collegati e nulla accada in modo isolato. Quindi, poiché il mondo reale è complesso, dovrebbe esserlo anche un mondo di fantasia.

D. Per costruire i suoi personaggi, che hanno una personalità ben definita, prende ispirazione da persone reali?

R. No, non potrei, perché sono un po' superstiziosa. Se basassi un mio personaggio su una persona che conosco e nel libro me ne sbarazzassi in un modo orribile, e alcuni giorni dopo la persona reale morisse in maniera orribile, mi sentirei male. Posso prendere come tratto di un personaggio un atteggiamento particolare, un modo di dire o un movimento del capo, il modo in cui una persona si muove occasionalmente. Ma tendo a usare estranei.

D. C'è qualcosa di Laurell K. Hamilton in Anita Blake?

R. Sì, due cose: la statura e la caparbietà. Dal punto di vista fisico abbiamo la stessa taglia. L'ho scelto deliberatamente perché, sapendo che sarei andata alla ricerca di armi per lei e che avrei costruito scontri fisici, almeno non sarei dovuta uscire a prendere in prestito un amico per vedere su di lui come queste azioni funzionassero. Inoltre, non sono mai stata alta, così era più facile farne una donna di bassa statura. L'altra grande caratteristica che condividiamo è la caparbietà. Mia nonna la chiamava "testardaggine, testardaggine bell'e buona". Siamo entrambe molto indipendenti e ostinate. Se ci si dice che non possiamo fare una cosa, soprattutto perché siamo troppo piccole o perché siamo donne, allora diventiamo ancora più determinate a farla, con tutte le nostre forze. Ma questo meccanismo non funziona al contrario: non faremo mai quello che, in primo luogo, siamo noi a non voler fare.

D. I lettori italiani per ora conoscono il suo primo libro. Senza svelare troppo, ci può anticipare se l'attrazione dell'affascinante vampiro Jean-Claude verso Anita avrà un seguito?

R. No, mi dispiace, sono tremenda nel dare accenni. Ne do sempre troppi. Non riesco nemmeno a fare regali, o feste a sorpresa, perché apro la bocca e viene fuori molto di più di quanto vorrei.

Intervista a cura di Elena Cristiano