|
Appena finita la seconda guerra mondiale l'Italia si risolleva dalle macerie per dare il via a una vera e propria rivoluzione, industriale, sociale, di costume. È il boom economico. In un paesino del Veneto un giorno del 1945 compare un militare giapponese giunto in Italia al seguito di una missione culturale nipponica e poi catturato dagli americani. Ha perduto tutto e decide di rimanere nel piccolo borgo ai piedi delle montagne, dove tra lui e un gruppo di ragazzi si instaura un profondo rapporto di amicizia, basato sul rispetto dell'altro, della sua diversità, e sui pilastri di una cultura e di una mentalità lontanissima da quella del paese che lo ospita (e dove per tutti, fino alla fine del romanzo, lui sarà sempre "il cinese") e ricche di saggezza e umanità. Speravamo di più, il nuovo romanzo di Pietro Spirito, è il racconto di un'amicizia e di un'Italia di altri tempi, allegoria di ciò che il paese è diventato adesso. Ne abbiamo parlato con l'autore.
D. Com'è nato Speravamo di più?
R. Da una curiosità: volevo vedere come andava a finire se in un borgo rurale nell'Italia dell'immediato dopoguerra, il posto più degradato e distrutto che si possa immaginare, arrivava per caso un maestro di arti marziali giapponesi.
D. Che cosa sta alla base della sua originale scelta?
R. Avevo bisogno di dare forma a un'idea di diversità. Vivo a Trieste, in una zona di confine, a cavallo tra due culture e due lingue, e in tempi in cui – tra immigrazione, globalizzazione, guerre etniche e conflitti tra mondi – la diversità è qualcosa con cui non si può non fare i conti. Oggi più che mai.
D. La vicenda si svolge essenzialmente nell'Italia del dopoguerra.
R. La fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta sono stati un periodo fondamentale nella storia recente del nostro Paese. È allora, tra la macerie della guerra, che sono stati i gettati i semi della società attuale. La fine della guerra segnò il passaggio definitivo, non privo di traumi, da un Paese essenzialmente rurale a un Paese industrializzato. Un cambiamento enorme, più profondo di quanto sia avvenuto durante il Ventennio, e che comportò uno stravolgimento la cui portata – sotto certi aspetti – non credo sia stata ancora sufficientemente misurata dagli storici. Inoltre ci sono paralleli tra la società di allora e quella attuale, per esempio uno sfrenato consumismo ed edonismo.
D. Perché un personaggio giapponese?
R. Pratico le arti marziali e sono spesso in contatto con maestri giapponesi, per lo più docenti universitari e insegnanti di scuola superiore. Sono persone straordinarie, portatori di una cultura tanto vasta e lontana dalla nostra quanto piena di possibilità e occasioni di crescita, e non di rado con loro si instaura un rapporto di profonda amicizia. Il confronto con queste persone, con questa cultura così diversa, mi ha arricchito molto. L'apporto della diversità, in questo caso, è stato importante. Volevo raccontare tutto ciò.
D. Junichiro Koijki, il personaggio principale di Speravamo di più, arriva in Italia nella primavera del 1945, poco prima della fine della guerra, per una specie di missione culturale.
R. Per evidenziare l'idea di alterità era necessario che il giapponese arrivasse in quel momento. Oggi l'Italia pullula di maestri giapponesi di arti marziali, inoltre il Giappone va piuttosto di moda e sui giapponesi dilagano i luoghi comuni. Nel '45 era senza dubbio più inusuale trovare in Italia un personaggio del genere, e io avevo bisogno che fosse così, appunto per mettere in risalto la portata dell'alterità. Inoltre il giapponese doveva avere un buon motivo per restare in Italia.
D. La bomba su Hiroshima?
R. Appunto. È l'evento che distrugge la sua città, tutto il suo mondo mentre lui è tanto lontano, e che lo costringerà a scegliere un'altra vita in un'altra terra. Junichiro decide di stabilirsi a Borgo Sant'Aquila, paesino immaginario di un Veneto immaginario, dove vive un gruppo di ragazzi disadattati, che in alcuni casi hanno alle spalle storie di violenza e di abbandono.
D. L'amicizia è l'altro tema dominante del romanzo.
R. Sì. Riccio e gli altri ragazzi sono figli di un mondo violento che – finita la guerra – da un lato sembra offrire loro nuove possibilità, dall'altro li spinge verso nuove forme di emarginazione. Gli anni Cinquanta e Sessanta furono un periodo di violenza diffusa, era l'altra faccia del boom economico. L'amicizia con il giapponese, che per i ragazzi del borgo diventa maestro (e non soltanto di arti marziali), apre prospettive inedite di crescita, anche e soprattutto spirituale. E loro poco alla volta ne diventano consapevoli.
D. Finché spunta la figura di Grappo Quieto. Strano nome per un personaggio.
R. Grappo rappresenta il potere onnivoro e corrotto. È lui, in realtà, il motore primo della violenza distruttiva. È la personificazione di un certo modo di intendere la politica e gestire il potere. Quelli come Grappo Quieto portano sempre guai. In quanto al nome...un giorno stavo camminando in riva al mare, nella zona del porto, e pensavo al personaggio negativo del romanzo, a come l'avrei costruito, quale nome avrebbe avuto. A un tratto notai una vecchia benna galleggiante all'ormeggio. Era un' imbarcazione massiccia, grigia, venata di ruggine, con un'enorme tenaglia d'acciaio in grado di ghermire e prelevare dal mare qualsiasi cosa. Così, con quella tenaglia chiusa e sospesa, la benna dava l'impressione di una macchina immobile e potente, a riposo ma pronta in ogni momento a tuffarsi e artigliare. Sulla cabina della chiatta era dipinto il nome: Grappo Quieto. Era perfetto.
D. La storia d'amore tra il giapponese Junichiro e la giovane Lauretta...
R. È la storia di un incontro fra due solitudini. Sia Junichiro sia Lauretta hanno perso tutto, sono stati segnati in modo indelebile dalla vita. E non possono essere uno più diverso dall'altra. Si incontreranno in quella regione dell'anima che è la disperazione, e capiranno che insieme ne possono venire fuori. Ci sono tanti modi di amare, questo credo sia uno dei più potenti, capace di superare qualsiasi ostacolo e qualsiasi alterità.
|