|
Quando si ha lì fuori ad attenderci un orto o un giardino, non si vorrebbe fare altro che passarci il proprio tempo. È la pace. Un senso di pienezza. Una beatitudine che fa godere del vento, delle nuvole, di uno scroscio di pioggia. Un senso di felicità che Pia Pera cerca di comunicarci in L'orto di un perdigiorno. Tutto qui? No, l'autrice non cerca soltanto di spiegarci quanto sta bene nel suo orto. C'è anche un altro impegno: convincere chi è preso da certi odierni ingranaggi distruttivi che è possibile invertire il senso di marcia di un'economia che sta distruggendo il nostro pianeta. Temi di cui abbiamo parlato con lei.
D. L'autunno è l'alfa e l'omega di L'orto di un perdigiorno: per lei che cosa rappresenta questa stagione?
R. La dolcezza dei lavori conclusi, la promessa dell'ozio invernale, del camino acceso, delle letture. L'attesa del ritorno della luce.
D. Il tema del suo libro fa pensare ad alcuni personaggi che hanno amato molto (e a vari livelli) la natura, da Derek Jarman a Thoreau, fino ai flaubertiani Bouvard e Pécuchet, che lei cita «per contrasto». Quali sono i suoi punti di riferimento «letterari»?
R. Il Goncarov di Oblomov, l'Aksakov di Cronaca di famiglia, il Puskin di La figlia del Capitano e dei Racconti di Belkin, il Genji Monogatari, Camillo Boito, il Calamandrei di Inventario della casa di campagna, il Libro d'ombra di Tanizaki, La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrel, Luoghi etruschi di D.H. Lawrence. È soltanto una raffica di titoli, i primi che mi vengono in mente. Non ho punti di riferimento letterari veri e propri. Prediligo gli autori capaci di prescindere dalla psicologia, di tradurre in immagini la precisione della natura, che non è mai vaga perché mai incorporea.
D. Lei scrive: «L'orto che vorrei devo ancora crearlo». Qual è il suo orto ideale? Che legame ha con la sua vita interiore?
R. Per me l'orto ideale è vicino a una fonte d'acqua, a una sorgente oppure a un ruscello, un fiume... Insomma, acqua da incanalare con intelligenza, tale da mantenere la terra al giusto livello di umidità, in una condizione di fertilità mai minacciata, riducendo al minimo il lavoro. Amo Masanobu Fukuoka, teorico dell'agricoltura naturale, detta anche della non-azione: dove, a rigore, l'orto nemmeno c'è perché ci si limita a raccogliere quanto la natura offre spontaneamente. L'orto ideale era nell'Eden: lì l'uomo coltivava senza sudore della fronte, senza lavoro abbrutente, era semplice custode di un orto/giardino/frutteto bellissimo e generoso, specchio perfetto dell'anima. Ecco, un orto/giardino in cui si realizzi l'armonia, il passaggio equilibrato delle stagioni, rimanderà un'immagine di pace, sarà capace di accogliere i ritmi della vita interiore.
D. Il grande artista giapponese Soseki diceva che per essere un buon pittore bisogna conoscere la differenza fra le stagioni: e nella narrativa, quanto conta la natura?
R. Mi viene in mente Libereso Guglielmi, il giardiniere del padre di Italo Calvino, il quale diceva che per essere un buon giardiniere bisogna saper disegnare. Credo voglia dire che, più si è ricchi di talenti, più questi talenti si fecondano fra loro. Quanto conta la natura nella narrativa... non mi sento del tutto a mio agio con questa domanda. La riformulerei così: è concepibile, auspicabile, un universo – e la narrativa è soltanto uno dei tanti universi possibili – che prescinda dalla natura, che se ne recida anziché partecipare al suo respiro? Per il mio modo di vedere, no. Anche se viviamo in un mondo sempre più stretto, in cui la natura è quasi ridotta nelle riserve, come gli indiani d'America. A dire il vero, nemmeno nelle riserve è ormai rispettata: basti pensare a quanto sta accadendo nei parchi, in quello degli Abruzzi, per esempio, oppure in Alaska... Il potere della scienza della tecnica e della meccanizzazione ha ridotto la natura sulla difensiva. Ma io non credo che si possa essere uomini buoni, uomini giusti, lontano dalla natura. Etty Hillesum restò colpita dal fatto che nel campo di concentramento in cui era stata imprigionata non c'era nemmeno un albero. E questo ne riassumeva per lei l'orrore.
D. Oblomov, Virgilio (Bucoliche), Petrarca: il sogno della vita agreste è realistico, oggi? Quanti uomini e donne potrebbero essere affascinati da questo modo di vivere? E praticarlo?
R. Rigiriamo la domanda: è forse realistico – nel senso di sostenibile – l'incubo del degrado che stiamo vivendo? Uomini e donne vengono affascinati dalle cose più strane. Il problema non è che cosa affascini l'uomo, ma cosa lo nutra e gli dia pace. Che cosa gli permetta di vivere in condizioni di libertà e autosufficienza. Che cosa gli permetta di misurare le sue forze. Di conoscere un senso di beatitudine affrancato dai consumi di mercato. Di apprezzare il senso di questo bellissimo verso di Anna Achmatova: "Il pianeta dall'umile nome di Terra". Io credo che alla radice di questa ondata crescente di urbanizzazione e sradicamento dalle campagne si trovi in larga misura un'offensiva economica, politica e culturale che ha privato di autostima i contadini, ha tolto qualsiasi prestigio alla vita dei campi. Consiglio di rileggere il Fedro di Platone: all'inizio Socrate afferma di frequentare la città perché è dagli uomini che impara, non certo dagli animali o dagli alberi. Dopo avere però passato la giornata conversando con Fedro al riparo di un platano maestoso, vicino a un corso d'acqua, si rende conto che la presenza di questo albero sacro gli ha migliorato l'anima, lo ha reso più degno giusto e capace di conoscere il vero. Gli ha trasmesso non sapienza tecnica o artificio retorico, ma quel genere di saggezza che la natura, organismo vivente, condivide silenziosamente con l'uomo che la sappia ascoltare.
Intervista a cura di Carlo Grande
|