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Un felino in crisi esistenziale, un invadente convitato peloso, una nonna vendicativa troppo affettuosa con la gatta delle vicine: graffianti, sornioni, beffardi, talvolta spietati, i tre racconti di Serena Vitale, raccolti nel libro Gatti in crisi d'identità, svelano il lato più ironico e solare di una 'zarina' della letteratura italiana. Ispirati alle centinaia di miniature ad acquerello dipinte per lei dal marito e pittore boemo Vladimír Novák, i racconti danno voce e movimento alla portentosa e multiforme galleria di felini trasformisti. Protagonisti assoluti i due gatti di casa – i persiani Nina e Yorick – 'musi ispiratori' dell'artista, i quali di volta in volta assumono vesti e personalità diverse, pur restando quello che sempre sono: eleganti, indipendenti, affettuosi, indispensabili compagni di vita. Di loro e di questo libro Infinitestorie.it ha parlato con Serena Vitale.
D. Una signora della letteratura italiana che si cimenta in un genere in apparenza lontano dalle sue corde. Si tratta di una sfida, di un divertissement o semplice voglia di sperimentare?
R. Prima di rispondere, poiché già TV e giornali ci martellano con le notizie sul 'grande esodo' estivo, vorrei rivolgere un accorato appello ai gatti senza cuore – sono pochissimi, ma esistono. Miei cari felini vacanzieri, non abbandonate i vostri amici a due zampe sulle piazzole di sosta degli autogrill, in autostrada, in periferia... Li condannereste a morte sicura e poi la coscienza vi rimorderebbe per sempre. Se non potete permettervi delle dignitose pensioni in cui lasciare i vostri padroni mentre voi siete al mare o in montagna, lasciate in casa abbondante e vario scatolame (tonno, carne in gelatina, piselli, farro, ecc.), fette biscottate, e magari anche qualche pizza congelata nel freezer. Con qualche euro otterrete che il custode dell'edificio in cui abitate porti ogni giorno ai vostri amici a due zampe una bottiglia di acqua fresca, anche di rubinetto: con l'occasione potrà controllare che non vi abbiano fatto visita i ladri. E ora torniamo alla prima domanda. Il fatto è che, a onta dell'età, non sono propriamente una 'signora'. Lo testimonia il fatto che (dolori alle ossa e femore permettendo) appena posso gioco con i gatti miei conviventi: a nascondino, a bocce, ai quattro cantoni, a palla... A volte anche a poker. Una 'signora' con una parte infantile accuratamente occultata... Mi chiedeva, dunque, se Gatti in crisi d'identità nasca da una sfida. Sicuramente no. Divertissement? Forse. Mi sono molto divertita, scrivendo queste storie, ma – a ben guardare – non più di quando scrivo altro. Sono una persona fortunata: nonostante la costante lotta con la lingua e le mille riscritture, il mio lavoro mi diverte, sempre. Quanto alla voglia di sperimentare: mi ero già cimentata nel genere del racconto con "La casa di ghiaccio", dove l'amatissimo protagonista di una delle mie venti storie russe era un gatto (Vasja) realmente esistito nella Russia del '700... Se proprio devo decidere: ho scritto questi racconti per senso del dovere, per pagare finalmente (ma non definitivamente – credo che tornerò sull'argomento...) il debito che in più di mezzo secolo ho contratto con i gatti. Per ringraziarli delle lezioni – di eleganza, inventività, buffoneria, dolcezza, follia ecc. – che mi hanno impartito. Per la pazienza con cui tutti i conviventi felini della mia età adulta hanno sempre aspettato che finissi di lavorare, accettando i miei impossibili orari. Per la loro capacità di comprendere, e cercare di lenire, i miei dolori. Per la loro – soprattutto – imprevedibilità: massimo fra i talenti felini.
D. Falsi, egoisti, opportunisti, cinici e amanti solo della bella vita e di chi dà loro da mangiare. Questo è il cliché più comune sui gatti che lei ha scelto come protagonisti dei suoi racconti. Quanto c'è di vero?
R. Nulla, ma non starò a tessere le lodi dei gatti. Chi li conosce, chi ne ha o ne avuto uno come compagno di vita, sa già quanto falsi e stupidi siano questi pregiudizi. Se qualcuno continua a coltivarli – be', il problema è davvero soltanto suo.
D. Uno, nessuno e centomila: parenti ed estranei, protagonisti e osservatori, ”metafore pelose“ e ”musi ispiratori“. I suoi gatti, più che in crisi d'identità, sembrano possederne moltissime...
R. Il fatto è che sono entrati in crisi dopo essersi scoperti nei panni di Al Capone, Nerone, Luigi XVI, Karl Marx, Baudelaire, odalisca, ballerina da café chantant, Maria Antonietta, duchessa d'Alba... Del resto è cosa largamente risaputa: i gatti non sono uni, esattamente come gli esseri umani. Pirandello docet. Dostoevskij docet.
D. Nomen omen. Il primo racconto è un diario che descrive il mondo attraverso gli occhi di uno dei suoi gatti, Yorick, nome profetico ed evocativo. È forse un modo leggero per suggerire una riflessione sul nostro essere mortali?
R. È, semplicemente, il diario di un gatto in fuga dal proprio nome, dall'identità-cartellino che gli altri ci incollano addosso una volta per tutte, senza alcuna fantasia. Semmai, in tempo di saldi, abbassano il nostro prezzo... È il diario di una gatto in rivolta. Il mio Yorick, sa, ha letto moltissimo. Filosofia, mistica medievale e letteratura persiana. Pochissimi romanzi. Nina, invece, legge esclusivamente Colette, ne conosce a memoria tutti i libri.
D. Nel "Convitato di pelo" il felino è un compagno di vita sottilmente vendicativo, un osservatore dallo sguardo spietato con echi mozartiani. Dobbiamo forse stare in guardia dai nostri amici 'zampi neri'?
R. Echi mozartiani, certo, echi – soprattutto – pushkiniani. Da: «Com'è pesante il palmo tuo di pietra!» a «Com'è affilata la tua unghia, zampo nero!». E comunque il gatto Dado non è vendicativo come il Commendatore: sono certa che, finito il racconto, non trascinerà Don Giovanni negli Inferi. Faranno pace, resteranno sulla Terra, e vivranno tutti e tre (Dado, Yves e Giulia) felici e contenti. Dado ha solo riportato la giustizia sulla Terra. Gatto, nella lingua degli dei, fa rima con libertà.
D. Il terzo racconto sembra essere più legato ai ricordi della sua infanzia. Si tratta di una storia vera?
R. Tutto vero: la nonna avvelenatrice, il nonno libertino, la gatta incinta, la misteriosa terrazza-cortile, la nipotina (io) che finisce in ospedale, i micini salvati... L'unica vera arte che mi riconosco è quella di salvare i gatti. Le racconto una storia – un'altra. Una volta viveva con me la splendida gatta Cipolla, trovata in un giardino romano. Frutto di chissà quale mésalliance, aveva il pelo lungo e una folta, maestosa coda da persiano. Io spacciavo per suoi figli gli orfanelli che continuavo a raccogliere in giro o che mi affidavano come a un gattile, e molto spesso riuscivo ad accasarli: «Guardi che meraviglia la madre...» Quando, passati molti mesi, i padroni (uso questa parola per brevità, ma la detesto: un gatto non è una cosa, un oggetto) capivano l'inganno, era ormai troppo tardi: amavano i loro conviventi dal codino glabro...
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