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Un tesoro che viene dall'acqua  Intervista a Laura Bosio

Il serial killer dei rosari  Intervista a Richard Montanari

La “lunga” notte di un cronista  Intervista a Roberto Perrone

Un giallo fiorentino nel Cinquecento  Incontro con Patrizia Debicke van der Noot

Le identità in movimento  Incontro con Ilija Trojanow

Una madre di fronte all’autismo  Intervista a Cammie McGovern

Un feroce assassino al conclave  Intervista a Juan Gómez-Jurado

Un amore al di là della morte  Incontro con Ángela Becerra

Con l’adolescenza non si scherza, scrive una madre al figlio  Incontro con Rosangela Percoco

Maghi, folletti, principesse, regine spodestate...  Intervista a Susanna Clarke

Questa benedetta barca la compero o no?  Intervista a Carlo Romeo

Storia di un bambino  Incontro con Guido Conti

Tempeste (di ormoni) sul lago  Incontro con Andrea Vitali

Non avere figli: una scelta consapevole  Intervista a Jennifer L. Shawne

Come terrorizzo i miei lettori  Incontro con Franck Thilliez

Segreti di famiglia (scomodi)  Incontro con Monica McInerney

L’affascinante numero Zero  Intervista a Denis Guedj

L’enigma Romanov  Intervista a Steve Berry

Tra compromesso e integralismo  Intervista a Shlomo Ben-Ami

Scerbanenco ritorna  Intervista a Gian Franco Orsi

Un’estate di desiderio  Incontro con Celia Rees

Nell’Inghilterra di Jane Austen  Intervista a Carrie Bebris

1942. Il Medusa affonda...  Intervista a Pietro Spirito

Intrighi e avventura, amori e persecuzioni: insomma, Grande Romanzo  Intervista a Ildefonso Falcones

Yoga: la vita diventa danza  Intervista a Benedetta Spada


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morazzoni.jpg In una notte d’inverno di fine Settecento...
Marta Morazzoni racconta
il suo nuovo libro Un incontro inatteso per il consigliere Goethe
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)
[La foto è © di Giovannetti/effigie]

In una notte d'inverno di fine Settecento, in una locanda alpina isolata dalla neve al confine tra Italia e Svizzera, s'incontrano due poeti, uno grande, uno meno. Sono Goethe e Lorenzo da Ponte, costretti dal caso a un breve confronto prima di riprendere il loro cammino, in direzioni opposte sulla strada come nella vita. E poi... un agente immobiliare che per lavoro si accosta al mondo di una sconosciuta e ne è sottilmente attratto; una famiglia unita e divisa dal progetto di costruire una casa nuova, due fratelli cinquantenni che vivono soli in apparente simbiosi; uno strano incidente stradale. Un incontro inatteso per il consigliere Goethe , nuovo libro di Marta Morazzoni, è composto da cinque racconti che con acume e misura entrano nel mondo a prima vista banale del quotidiano per scoprire i risvolti nascosti dei rapporti tra le persone. Ce ne parla l'autrice stessa.


Da tanto tempo non mi succedeva di scrivere racconti, da quella emozionata volta in cui l'idea di inventare personaggi mi aveva spinto a mettere nero su bianco caratteri cui mi sarebbe piaciuto dare vita. Sono tornata involontariamente sui miei passi, senza una vera determinazione e in certo senso giocando di irresponsabilità: la misura del racconto chiede poca premeditazione e, per una improvvisatrice quale io mi riconosco, è il passo ideale, che si compie senza sforzo e senza allungare troppo lo sguardo. Almeno in apparenza. In realtà la scrittura del racconto per me ha sempre significato il colpo d'occhio, che è quasi un atto di rapina alla realtà che sta intorno e che diventa d'improvviso un dato cristallizzato magari solo in un gesto afferrato al volo e non approfondito.

Cito un autore che amo e a cui mi lega, per così dire, la comune passione per Anton Cechov: è di Carver l'osservazione, che riguarda appunto la natura del racconto, ed è la seguente: ”Prima c'è qualcosa di intravisto. Poi quel qualcosa viene dotato di vita, trasformato in qualcos'altro che illumina l'attimo fuggente e magari si insedierà in modo indelebile nella consapevolezza del lettore. Entrerà a far parte dell'esperienza del lettore. Per sempre, spera lo scrittore. Per sempre“. È in certo senso l'illusione o la convinzione profonda che quell'effimero che non aveva altro destino che l'attimo possa allargarsi alla vastità del ”per sempre“.

Non so dire quanto razionalmente, nel momento in cui una figura prende corpo nella fantasia e prende voce ed espressione, si punti così in alto, ma in certo senso la volontà di fermare il minuto che fugge e dargli una sorte diversa è presente nel momento in cui il racconto, col suo passo breve, col suo respiro apparentemente corto, prende forma. I pochi personaggi che in questi miei cinque (di nuovo cinque, come la prima volta) racconti si muovono in terreni diversi per vivere storie piccole e diverse sono stati afferrati per via, in qualche caso hanno avuto una specie di lenta e lunga incubazione, anche quando poi il risultato è stato quello di risolversi nella brevità, e penso soprattutto alla più rapida di queste cinque fantasie, L'incidente, che mi è sicuramente costato una lenta elaborazione e un ritorno reiterato sui miei passi, finché il poco di cui consiste la piccola storia ha trovato, almeno nella mia testa, una compattezza che la reggesse, perfettamente autonoma e chiusa in se stessa, davvero un colpo d'occhio che ignora quello che sta prima e quello che verrà dopo.

Per le altre è occorso, per paradosso, meno lavoro di lima: in qualche caso sono riemersi il felice stato d'animo e la sensazione che la storia si scrivesse da sola, che i personaggi si configurassero con la dovuta autonomia da me, autore, da cui dipendevano per la pura funzione dello scrivere, del mettere nero su bianco un loro dettato. È difficile spiegare senza parere e senza voler essere presuntuosi questo singolare stato di grazia, che rende magico il momento della stesura del racconto, quando riprendere le fila dell'ultima parola scritta è quasi facile e amichevole, come ritrovare il passo e il tono di voce giusto (giusto per me, naturalmente).

Ha giocato una bella parte in questo caso anche il richiamo, che credevo di avere annullato da tempo, del personaggio di fama, e mi riferisco alla messa in scena di due figure di primissimo e primo piano quali Goethe e Da Ponte: a partire da un paesaggio e da un paese, la svizzera Poschiavo, a partire da una mia antica e mai sminuita simpatia per la figura un po' cialtrona e avventurosa del librettista mozartiano, è nata una storia di cui mi sono sorpresa io stessa a scoprire le tante coincidenza che rendevano possibile l'impossibile ipotesi di un loro incontro, di un dialogo, di un confronto, in cui le personalità diverse dell'uomo arrivato in cima alla fama e di quello che della fama non aveva afferrato che piccoli brandelli, di conserva sulla fama del musicista, si misurassero e si scontrassero.

Voleva essere un ritratto in bianco e nero di due caratteri a confronto, un po' in ombra come delle facce illuminate a tratti solo dal bagliore della brace accesa. Mi ha in certo senso condotto per mano la memoria dell'autobiografia di Da Ponte, che a suo tempo mi aveva suggerito il secondo racconto della Ragazza col turbante, e che in questo modo mi riportava indietro, a un modo di raccontare che mi era stato familiare per un certo periodo, e che consisteva nell'adattare brandelli di verità a brandelli di invenzione, nel farmi largo tra quel che era accaduto e quel che sarebbe potuto accadere. Da quel che ricordo di questo delizioso libro, scritto da Da Ponte nei suoi anni americani, non gli accadde mai di avere un tête-a- tête con il consigliere di Weimar, meno che mai gli accadde a Poschiavo, ma nel caso... se mai fosse successo...

Così, sulla base di un'impossibilità ha preso corpo la storia dei due in un albergo di posta, in una notte d'inverno di un non precisato inizio del 1800. Non serve scoprire le carte degli altri racconti, che hanno in realtà ben poca storia con la maiuscola dietro e molta piccola storia: qui niente nomi noti, piuttosto l'anonimato piccolo borghese di cui ci si circonda quotidianamente, che però, a ben guardare, non mancherebbe di risvolti interessanti, di tendine della casa del vicino scostate un attimo a far vedere cosa sta oltre la facciata. Per scoprire che a volte oltre la facciata stanno inquietanti sorprese, magari piccoli e involontari crimini, sicuramente la bilancia sempre oscillante tra bene e male su cui costruiamo la nostra vita, cercando come possiamo di pareggiare i conti. È quello che Ruskin avrebbe chiamato il rovescio del ricamo, quella parte non detta e non dichiarata che sempre mi ha interessato e su cui mi piacerebbe affondare lo sguardo.

novembre 2005