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La nuova frontiera dell’avventura  Incontro con James Rollins

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Da Lisbona a Pechino in 212 giorni  Intervista a Paolo Brovelli

Ritorno al passato  Come lo racconta Sarah Waters

Befana  Racconto per l’Epifania di Matteo Collura


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concina.jpg L’uccellino Francesco e il Saggio Solitario
Intervista a Bruno Concina
autore di Un uccellino chiamato Francesco
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Un uccellino di nome Francesco compie un grave "crimine". Trasgredisce alla ferrea Prima Regola degli Uccelli risparmiando un appetitoso verme e lasciandolo libero, impietosito dalle sue suppliche. I genitori decidono di affidarlo al misterioso Saggio Solitario che vive isolato su una cupa montagna, perché lo rieduchi. Quando Francesco scopre che il Saggio Solitario è un vecchio falco con una toppa nera su un occhio si vede perduto. Ma il precettore non è quello che sembra. Dolcissimo e saggio, ma con un terribile e vergognoso segreto alle spalle — che si rivelerà solo a fine libro —, insegna a Francesco esattamente il contrario di quello che si aspettavano i genitori. Lasciar vivere il verme è giusto e generoso se inquadrato in un'ottica superiore. La figura di San Francesco illumina alcuni esempi portati dal Saggio Solitario, che però l'uccellino prende troppo alla lettera, rischiando grosso. Una storia divertente e ricca di suspense raccontata nel romanzo Un uccellino chiamato Francesco da Bruno Concina, che ha accettato di farsi intervistare da Infinitestorie.it.


D. Solitamente un libro nasce e cresce gradualmente, da una serie di sensazioni, osservazioni spesso casuali, riflessioni apparentemente scollegate, che poi confluiscono in un tutto unico. È accaduto lo stesso anche per Lei?

R. Certo. Penso che nel mio caso l'ispirazione nasca dal mio mestiere di insegnante elementare, dal mio lavoro quasi trentennale di scrittore di fumetti per bambini e ragazzi e dalle mie prime letture. Tom Sawyer di Mark Twain è stato il libro della mia infanzia. Credo di averlo letto circa trenta volte. Avendo già una certa pratica di cartoni animati, venni interpellato dal direttore di una grossa casa di produzione per fornire la trama di un lungometraggio. Era un'occasione unica per mettere in scena le cose nelle quali credo maggiormente: gli eroi incompresi, l'amicizia, l'educazione, la serietà infantile. Così studiai la trama del cartone animato (quello che sarebbe poi divenuto il mio libro) per un mese e mezzo. Al direttore piacque, ma per ragioni economiche il progetto non si concretizzò. Perciò mi trovai solo con Francesco, due genitori preoccupati, un Saggio Solitario misterioso e accattivante e, sullo sfondo, la verginale serietà infantile e la figura di San Francesco che illuminava tutta la scena. Mi ero così profondamente innamorato della vicenda e dei personaggi che "non" potevo rinunciare a farli vivere compiutamente nella mia fantasia e sulla carta. Non avevo troppe speranze di veder pubblicata la storia. Ma, ripeto, ormai i personaggi vivevano di vita autonoma e non mi lasciavano in pace. "Volevano", in qualche modo oscuro, che la loro storia fosse raccontata. Allora feci una cosa molto poco professionale: rinunciai a scrivere fumetti per quattro mesi e mi tuffai perdutamente nel libro.

D. Quali temi affronta Un uccellino chiamato Francesco?

R. I temi principali sono: la generosità e la genuinità infantile, il conformismo spesso involontario ma obbligato per scopi autodifensivi dell'adulto. Ma soprattutto l'educazione, l'amicizia, la comprensione, la crescita priva di traumi se affiancata da un maestro illuminato, l'amore. Il tutto rischiarato dalla figura di San Francesco che, pur rimanendo sullo sfondo, giganteggia nella vicenda.

D. Un uccellino chiamato Francesco è dunque un libro religioso?

R. Ritengo che lo si possa definire anche così. Ma mi sembra troppo riduttivo. È una vicenda profondamente laica. I valori che il Saggio Solitario trasmette a Francesco sono quelli della bontà, della generosità, della riflessione, della solidarietà, dell'assoluta onestà verso gli altri e, prima ancora, verso se stessi. Valori religiosi ma anche assolutamente, totalmente laici. Perfettamente sovrapponibili, direi.

D. Per chi ritiene più adatta la storia del piccolo Francesco?

R. Penso che il libro abbia tre possibili chiavi di lettura possibili. Ho fatto un esperimento sul campo. I primi capitoli sono stati letti in classe da mia moglie, che insegnava in una terza elementare, e sono stati capiti perfettamente dagli alunni, stimolando anzi una ricca produzione di disegni e di ministorie parallele scritte dai bambini. I miei primi lettori hanno incontrato soltanto due o tre parole di non facile comprensione, e le ho eliminate, attenendomi poi alla ferrea regola della semplicità di stile e di terminologia in tutto il resto dell'opera. Paragonerei questo libro a un pozzo: ognuno può prendere l'acqua nella quantità che gli è necessaria. Per i BAMBINI si tratta di una vicenda divertente, dotata di una buona suspense, allegra, con seminati tanti piccoli misteri che si sciolgono nel finale. Per i GENITORI, che, volendo, possono fare una lettura più approfondita scrutando tra le righe, la semplicità fornisce anche delle annotazioni sulla psicologia infantile che può (almeno mi auguro) aiutarli a capire meglio qualche lato dei loro figli. Per un EDUCATORE, nella storia è seminata tutta una serie di indizi che, al di là dell'apparente semplicità, fornisce una chiave d'interpretazione ulteriormente stimolante.

D. Lei, oltre che sceneggiatore di fumetti e saggista, è un ex insegnante. L'educazione può non essere noiosa?

R. Non soltanto può, ma deve essere stimolante, appassionante, viva, realistica. Tutto, tranne che noiosa. La noia è mortale, uccide l'interesse e spegne le capacità di apprendimento. Nella mia aula avevamo tappezzato le finestre di radiografie portate dagli alunni, fino a ricostruire uno scheletro umano (leggermente sproporzionato, per la verità). Le bidelle, ogni volta che entravano, rabbrividivano. I ragazzi si divertivano moltissimo, sia per le lastre radiografiche che per la paura delle bidelle. Ricordo che una volta, per spiegare la peristalsi, mi misi (e misi poi gli alunni, uno alla volta) in posizione rovesciata durante la merenda. Il cibo scendeva lo stesso nello stomaco, ovviamente...anzi: "saliva"! Credo che tutti abbiano capito cosa sia la peristalsi e, fatto più importante, che non lo dimenticheranno più.

D. Perché ha scelto un uccellino? Un gatto, un cane non sarebbero andati altrettanto bene?

R. Francesco doveva essere un uccellino. Amo i gatti, da buon veneziano ne ho sempre avuto uno in casa. Ma sono animali troppo domestici, dalle abitudini troppo conosciute. Inoltre, a chi poteva risparmiare la vita un gatto? La ciotola con i bocconcini? Serviva un personaggio drammatico e dotato dell'assoluta libertà che consente il volo. La libertà equivale alla possibilità di scelta. Nel finale, Francesco "...volò in alto, sempre più in alto...". È l'altezza raggiunta dall'educazione che il Saggio Solitario gli ha impartito. La fine, ma sarebbe più esatto dire l'inizio, del suo percorso verso la consapevolezza.

D. Certo che non tutti hanno la fortuna di trovare un insegnante come il Saggio Solitario.

R. Ce ne sono più di quanti si possa pensare. Del resto, se nel libro io mi identifico in Francesco, il Saggio Solitario è una sintesi di alcuni insegnanti che ho avuto e di altri che mi sono trovato a fianco come colleghi.

D. Ha in progetto di scrivere un nuovo libro?

R. L'educazione, ma soprattutto l'autoeducazione, hanno mille sfaccettature. Ho già pronto un secondo libro -— totalmente diverso da questo: di magia, su Streghe e Fate — e sto lavorando a un terzo. Dovrebbero formare una trilogia sulla presa di conoscenza di sé e degli altri. Un percorso, mi scuso se mi ripeto, verso la consapevolezza.