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Quattro donne sull'orlo della crisi di mezza età. Marisa, Rosa, Ana e Fran lavorano tutte in una casa editrice madrilena alla realizzazione di un atlante geografico a fascicoli. Quattro io narranti che si alternano a capitoli nell'ultimo romanzo di Almudena Grandes, arrivato a concludere una sorta di ciclo letterario inaugurato più di dieci anni fa dallo scabroso e fortunatissimo Le età di Lulù. «Abbiamo un'età che ci colloca esattamente all'epicentro della catastrofe» disse dieci anni fa alla trentenne Almudena l'amica scrittrice Mercedes Abad. Oggi quella frase è l'epigrafe del romanzo, Atlante di geografia umana, che narra la storia quotidiana di quattro amiche che hanno in comune ben di più di un progetto editoriale: la catastrofe anagrafica, appunto, quegli anni tra i trenta e i quaranta in cui soprattutto le donne cominciano a fare il bilancio della propria vita, e a volerle dare per la prima volta una direzione precisa. Insoddisfazione, inquietudine e la sensazione, la coscienza che la memoria ancora da costruire corrisponda quantitativamente a quella già costruita. Un mosaico complesso di voci tutte femminili (ma gli uomini non mancano, perlomeno come comprimari, in questo libro) che ricostruiscono i pezzi di una memoria collettiva oltre che individuale, la storia di una nazione che è maturata insieme alle protagoniste della vicenda, l'evoluzione di una città vivacissima, Madrid, che fa da sfondo e da contorno al romanzo. L'Atlante è la storia di Marisa, bruttina e balbuziente, che da sempre sogna un amore che non arriverà, ma accetta l'affetto di un collega che si prende cura della sua solitudine, di Rosa, sposata e madre di due figli, che si innamora dell'uomo sbagliato, e nel dolore della sconfitta si chiede per la prima volta che fine abbiano fatto i vent'anni trascorsi a credere che tutto andasse bene, di Ana, divorziata e "orfana" di una figlia adolescente che ha scelto di vivere con il padre, che quando ormai è sicura di non potersi più aspettare nessuna sorpresa dalla vita, trova l'amore di un uomo che lascia la sua famiglia per lei, e infine di Fran, la direttrice editoriale, segnata dal destino di donna in carriera, che dopo una devastante analisi che investe tutte le sue certezze, ricostruisce il suo rapporto con il marito, e fa un figlio. Per tutte vale la frase che ognuna di loro pronuncia a conclusione, se non della storia, della crisi o della scelta che l'ha obbligata a cambiare: «a volte le cose cambiano. Sembra impossibile, è incredibile, ma a volte capita». Niente lieto fine, ma finali aperti, per definizione né felici né infelici, come la vita. Ne abbiamo parlato con Almudena Grandes.
D. Un Atlante di geografia umana. È in questo che si trasforma la ricerca editoriale delle quattro protagoniste, unite da una crisi generazionale, che affrontano ognuna a modo proprio e che diventa il catalizzatore di tutte le loro azioni?
R. Attraverso il racconto che Marisa, Ana, Rosa e Fran fanno di se stesse, del loro passato, delle loro sconfitte, delle loro aspirazioni, tracciano una mappa molto dettagliata dei loro sentimenti e dei loro desideri e danno qualche risposta all'interrogativo che alla loro età ci si comincia a porre: dove sono finiti gli ultimi vent'anni? Che cosa voglio fare della mia vita? Fino a trent'anni si vive come se il tempo davanti a noi fosse infinito, come se la vita fosse un enorme pacco regalo con il fiocco rosso. Lo si tiene lì, certi che prima o poi avremo voglia di dare una sbirciata e scoprire che sorprese ci riserva ancora l'esistenza, ma intorno ai trentacinque anni il pacco ormai è aperto e allora ci si chiede se davvero siamo diventati quello che volevamo, se siamo felici, se abbiamo seguito la giusta direzione o nessuna in particolare, in attesa che fosse il nostro momento arrivasse. La crisi inizia quando ci si rende conto che il momento è arrivato e stiamo per farcelo sfuggire tra le mani.
D. Crisi e memoria. La finzione letteraria si basa nel suo romanzo su questi due elementi. Crede che caratterizzino maggiormente la letteratura femminile?
R. La crisi è universale, non investe solo le donne. Certo, per gli uomini il cosiddetto "orologio biologico" gira più lentamente, ma a me non interessa quella che si chiama la crisi dell'età, la pancia o le zampe di gallina, bensì la crisi intima, quella che la precede e che si produce quando ti rendi conto che hai già vissuto metà della tua vita e della restante metà vorresti avere il controllo assoluto. I miei personaggi si costruiscono a partire dalla memoria. Per me tutto parte dalla memoria, che non è, come si può pensare, lo specchio obiettivo della realtà: la memoria è una creazione. Siamo noi a creare la nostra memoria, a ingigantirne i ricordi più piacevoli a dimenticare quelli dolorosi, ma tutti sono ugualmente veri per noi, donne o uomini. Quanto al genere posso pensare che la mia letteratura venga considerata femminile nello stesso modo in cui i libri di uno scrittore vengono considerati maschili. La scrittura ha un sesso, ma è solo un attributo fra i molti. Il genere non è una barriera.
D. Uno dei suoi personaggi dice di detestare le donne insoddisfatte. È così anche per lei? E che cosa vuol dire, invece, essere soddisfatti?
R. Sì, detesto il modello consolidato della donna insoddisfatta: la piagnona, la lamentosa che si sente vittima, quella che non ha la forza di affrontare il mondo perché crede che le cada addosso, che anziché mettersi a pensare alle soluzioni passa il tempo a sentirsi disgraziata e a farlo sapere agli altri. La felicità non è uno stato di ebbrezza esultante: è essere soddisfatti della propria vita. Ed è questo che ci fa vincere la battaglia contro il tempo. Se si è soddisfatti il tempo acquista significato, il suo trascorrere non ti danneggia, perché non ti sfugge.
D. Il prezzo da pagare per una donna scrittrice è alto?
R. Il prezzo da pagare è direttamente proporzionale alla qualità del risultato. Per una donna è ancora maggiore, ma vale la pena. Non è giusto "accontentarsi" se si hanno aspirazioni, sarebbe un controsenso. Che genera insoddisfazione.
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