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Da bambini, Nathalie e David vengono adottati da una famiglia che li cresce con infinito amore e dedizione. Non sanno nulla dei loro genitori naturali e non hanno legami di sangue tra loro, ma sviluppano un rapporto molto forte, basato sulla condivisione di ciò che significa essere bambini adottivi. Fino all'età adulta, la loro vita scorre tranquillamente, ma l'ordine viene sovvertito d'improvviso, quando Nathalie si rende conto dell'importanza di conoscere la propria vita in tutti i suoi aspetti, le proprie radici, il vissuto di chi l'ha messa al mondo, il motivo per cui è stata data in adozione. Fratello e sorella mostra con grande profondità e delicatezza cosa significa mettersi alla ricerca della propria madre naturale, affrontando un percorso insidioso e doloroso, non solo per i protagonisti, ma anche per le loro famiglie. Joanna Trollope, narratrice inglese, ha al suo attivo già numerosi romanzi, in cui sviluppa vari temi legati alla vita familiare, che sempre riflettono i disagi e i nodi cruciali della società odierna. La abbiamo recentemente intervistata per InfiniteStorie.
D. In Fratello e sorella si muovono molte figure, dalle caratteristiche assai diverse, ma sempre molto realistiche, tanto che non è difficile immedesimarsi nelle loro vicende. Come crea i suoi personaggi?
R. Alcuni dei miei personaggi assommano in sé svariate caratteristiche tipiche degli esseri umani. Ho accumulato vari decenni di osservazione attenta delle persone, dei loro comportamenti, delle frasi che usano, e mi servo di questa esperienza per creare i personaggi dei miei romanzi. Credo di aver osservato le persone con sempre maggiore attenzione nel corso della mia attività di scrittrice, anzi ritengo che chi vuole diventare scrittore debba allenare la propria capacità di osservazione. Se un libro mira a riflettere la vita reale, il personaggio che in esso agisce deve essere reale, la veridicità è molto importante.
D. In questo romanzo ci sono vari tipi di madre: a un estremo Lynne, che non può avere figli propri e sente il bisogno di essere accettata e amata da quelli adottivi, all'altro estremo Marnie, madre-maestra che sembra crescere i figli con grande sicurezza. Non mancano tuttavia capovolgimenti di ruolo. A cosa si deve tanta varietà?
R. Dal mio punto di vista, questa varietà riflette parte della molteplicità dei modi di essere madre: la si può considerare una missione, un lavoro, un gioco, dipende dalla personalità della donna. Uno scopo del mio libro è spiegare che non c'è un unico modo di essere madre, giusto o sbagliato; oltretutto, il comportamento di una madre può non essere il più appropriato alle necessità del figlio. Ogni donna vive una particolare condizione e viene influenzata dalle circostanze e dal suo ambiente, così come lo è il figlio; nella vicenda che narro, per esempio, Marnie ha alle spalle una situazione psicologica e materiale agiata, mentre Lynne deve affrontare il trauma di non poter partorire figli propri. Tuttavia, non necessariamente vivere in circostanze migliori di altre rende migliori le persone.
D. Forse chi non vive la condizione di essere adottato non si rende conto di quanto possa essere forte la necessità di cercare i propri genitori naturali. Ci si sente davvero persone ”a metà“? Non si corre il rischio di scoprire verità spiacevoli?
R. Se una persona non sa da dove proviene, vive senza un paesaggio umano che dà un contesto alla sua esistenza; chi invece conosce le sue origini, ha l'obbligo di comprendere questa difficoltà in chi lo ignora, perché è infinitamente più fortunato. Nelle interviste che ho svolto per scrivere questo romanzo non mi è mai capitato di incontrare qualcuno pentito di aver intrapreso la ricerca della madre naturale, anche se è molto raro che si sviluppi con lei una relazione positiva. Normalmente, la ricerca si rende necessaria quando si dà vita a un figlio proprio: siccome oggigiorno ciò avviene verso i trent'anni, passa troppo tempo per sperare di colmare l'assenza della madre. È importante però incontrarla, per sapere qualcosa anche sul padre naturale, esigenza avvertita soprattutto dai figli maschi. Venire a conoscenza di informazioni anche minime, banali, sui propri genitori sembra dare ai figli adottivi una pace interiore.
D. Il personaggio di Cora, madre di Nathalie, colpisce per la sua forza morale, che contrasta con la sua debolezza fisica e con l'incapacità di gestire se stessa. Ce ne può parlare?
R. Ci sono vari personaggi in Fratello e sorella che non sono a loro agio con il mondo che li circonda e in Cora ho voluto fare una summa di queste condizioni: lei ha una integrità incredibile, una bontà e una semplicità estrema, così forte che Nathalie è quasi in imbarazzo per essere così sconcertata dalla ingenuità sociale della propria madre. La situazione in cui si è trovata Cora rispecchia quella di molte ragazze nell'Inghilterra degli anni Sessanta, costrette a abbandonare i propri figli da enormi pressioni sociali: provenivano per lo più dalla classe operaia e i bambini venivano adottati da coppie sterili del ceto medio. In tal modo, si creava un divario di classe, non solo di tempo, tra queste madri e i loro figli. Ho voluto enfatizzare che Cora è una persona moralmente superiore, dall'incredibile stoicismo, che non mostra alcuna autocompassione nella sua via solitaria.
D. Ha accennato a una ricerca preliminare alla stesura del romanzo.
R. La mia ricerca è durata quattro mesi, ho intervistato figli adottivi ma anche i loro familiari, per avere un quadro più completo delle situazioni in cui hanno vissuto. Chi intraprende il viaggio, coinvolge a livello psicologico e emozionale anche le persone che gli sono intorno, sebbene queste siano escluse dalla ricerca. In tutto, compresa la stesura del romanzo, ho impiegato diciotto mesi, più di quanto mi sia servito per i libri precedenti, data la molteplicità dei punti di vista contenuta in Fratello e sorella.
D. Cosa ha voluto comunicare al lettore di questo suo romanzo?
R. Ho scritto il libro senza scopi sociologici, per motivi puramente narrativi, ma con la speranza che si puntino sempre più i riflettori sulla questione delle adozioni.
Intervista a cura di Annalisa Catalini
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