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Piero Colaprico e Pietro Valpreda sono i creatori del personaggio di Pietro Binda, maresciallo della sezione Omicidi, protagonista di tre romanzi polizieschi di grande successo. La morte di Pietro Valpreda, sopraggiunta nel luglio 2002, ha posto bruscamente fine al progetto editoriale, che doveva comprendere in origine quattro gialli ambientati nelle quattro differenti stagioni. Dopo la pubblicazione di Quattro gocce d'acqua piovana, La nevicata dell'85 e La primavera dei maimorti mancava all'appello soltanto il romanzo da collocare in estate. Ora però, a distanza di un anno dalla morte dell'amico anarchico, lo scrittore e giornalista Piero Colaprico ha ultimato la serie con L'estate del Mundial. L'indagine ha inizio nel giugno 1982. Mentre l'Italia viene contagiata dalla febbre collettiva per gli azzurri di Enzo Bearzot, Pietro Binda, alle soglie della pensione, si trova coinvolto in un duplice caso: il generale Casiraghi lo esorta a fare luce sulla misteriosa morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano; l'amico Loris gli chiede invece, in via del tutto confidenziale, di occuparsi dell'omicidio di Lavinia Marbella, ex soubrette dell'avanspettacolo (Loris stesso è nella lista dei sospettati). Abbiamo parlato con Piero Colaprico della sua ultima fatica.
D. L'estate del Mundial è il primo romanzo che lei scrive dopo la morte di Pietro Valpreda. Il libro si chiude con una lettera in cui lei si rivolge all'amico scomparso per un ultimo affettuoso saluto e per coinvolgerlo idealmente nel capitolo conclusivo del ciclo. In che misura è presente Valpreda in questa quarta indagine del maresciallo Binda?
R. Svelo un segreto, del quale non so sino a che punto Valpreda era a conoscenza. Binda è un po' lui. Ora, tra una persona che era considerata anarchica persino dagli anarchici e un maresciallo "di carta", sembra non poterci essere nemmeno un'assonanza. Invece, alcuni modi di dire, la dignità, l'età, l'essere aperto, il saper dialogare, sono cose di Valpreda che ho appiccicato, anche con Valpreda vivo, a Binda. È un paradosso, ma ogni volta che scrivo Binda c'è, anche involontariamente, Valpreda.
D. Com'è nato il progetto di scrivere romanzi polizieschi a quattro mani?
R. Il discorso è complesso. Valpreda, all'origine, aveva in mente la storia di un professore che moriva ammazzato, con accanto al corpo la scritta SOS SOS. E un maresciallo in pensione che, seduto sotto un albero mentre pioveva, vede cadere sul suo librone quattro gocce d'acqua piovana e, zac, intuisce. Ma quest'idea semplice, con un colpevole che in origine era diverso da quello poi scelto, è cresciuta lentamente, ma inesorabilmente, con un lavoro quotidiano. Ci siamo reciprocamente martellati ai fianchi, senza diplomazie, ma con grande senso pratico. Con amicizia, ma anche con severità. E così siamo andati avanti. Finito il libro, l'abbiamo portato all'editore, Marco Tropea, che però ci ha fatto incazzare.
D. E perché?
R. Ci ha detto: "Bellissimo, davvero. Però non ve lo pubblico". Valpreda stava per "aggredirlo verbalmente", diciamo così, ma Tropea ci ha spiegato: "Se andate in libreria, trovate dieci Camilleri, sette Lucarelli, cinque di qualsiasi autore. Se voi uscite con un libro, sembrate il giornalista paraculo e il personaggio pubblico ormai dimenticato che cercano di fare un po' di grana. È così. Se avete talento da narratori, dimostratemelo dandomi un altro giallo. Di questo, però, vi do l'anticipo". Un discorso che sulle prime ci ha innervosito, ma già al bar sotto la casa editrice ci siamo detti "ok, proviamo". Anche perché, scrivendo il primo, buttavamo giù idee per i prossimi, da scrivere se il primo fosse andato bene.
D. Ma come organizzavate il vostro lavoro?
R. Era una vera scrittura a quattro mani, io mettevo computer e mani, lui le vettovaglie e il tavolo di casa sua, entrambi la testa e il cuore. Poi, nella notte, io rivedevo, scioglievo qualche frase. Ogni 20, 30 pagine, stampavo e lasciavo la copia. Pietro aveva vari bigliettini: "a pagina 52 dire che il cielo è grigio", "a pagina 20 Binda dev'essere stanco", cose così, su cui discutevamo e aggiustavamo. Ci sono capitoli che avremo rivisto venti volte. Un bell'artigianato, alla fine. Con tre libri all'attivo, le prime tre "stagioni" della pizza che ho dovuto però finire da solo, dedicando un libro alla stagione mancante, l'estate.
D. Che cosa l'ha indotta ad ambientare la vicenda proprio nell'estate del Mundial in Spagna? Vi era forse l'intento di contrapporre l'immagine lieta di una nazione in festa con gli scenari desolanti offerti dalla malavita e da un'umanità sofferente?
R. Più che altro, c'era l'idea di dire che anche mentre si gioisce, bisogna continuare a pensare. Nel libro il calcio resta sullo sfondo, com'è giusto che sia. Sono tifoso, sono stato abbonato, ma scrivo che Binda non può guardare tutte le partite, perché ha molto da fare. E così dovrebbe essere per tutti, il calcio viene dopo, non prima. Infatti, in quell'82, prima dei mondiali di Spagna c'è l'omicidio Calvi, subito dopo quello del generale Dalla Chiesa. Era anche quella l'Italia, molto pericolosa, molto difficile da interpretare, e non c'è gol di Paolo Rossi che ci possa far vivere meglio.
D. Binda appare all'inizio del romanzo piuttosto stanco e logorato: è ormai vicino alla pensione, ha qualche guaio in famiglia e non appena apprende la notizia della morte di un collega in un agguato di mafia scoppia in lacrime. Quando però l'indagine entra nel vivo, il maresciallo si scuote dal torpore dando prova di inesauribile vitalità. Che cosa dà una simile carica al maresciallo? L'amore per quella divisa con cui molti hanno perduto la vita? La sete di giustizia? L'amicizia per l'anarchico Loris, che lo coinvolge nel caso?
R. Un po' tutto questo ma anche il suo bisogno di verità. Binda sta sempre dalle parte delle vittime. Dice che è un peccato trascurare i vivi, ancora di più trascurare i morti, che non hanno parola. Lui ascolta la parola di chi non si può difendere, è questa la sua molla morale. E infatti è così preso da questo che non si accorgerà nemmeno della moglie che soffre.
D. L'estate del Mundial ritrae due ambienti distinti di Milano: il mondo dello spettacolo e quello del denaro. Quale dei due ambienti le è stato più difficile ricreare?
R. Quello dell'avanspettacolo, perché non c'è più; ho parlato con un po' di anziani per documentarmi. Quello del denaro lo conosco piuttosto bene, non perché sia ricco, anzi purtroppo sono un perfetto esemplare della working class, se non lavoro non mangio eccetera... È che ho seguito tutta l'inchiesta chiamata Tangentopoli dal '92 al '94, e, se posso scherzarci su, ho visto cose che noi italiani non potevamo nemmeno immaginare. Sono da vent'anni, per lavoro, in mezzo alle strade di Milano, e ho incrociato gente molto, ma molto varia.
D. Nella sua scrittura compaiono con una certa frequenza modi e inflessioni dialettali. Dal momento che il milanese non è la sua "lingua madre", ci può spiegare quali accorgimenti ha adottato per ottenere una resa linguistica così fedele e realistica?
R. Quando non so chiedo. Però mi sono sposato due volte, con milanesi, e ho avuto e ho quindi ben due suocere milanesi. Qualcosa uno impara, se non si tappa le orecchie. E poi i pugliesi sono per loro natura portati alla mimetizzazione. É difficile che parlino come Lino Banfi, o parlino di orecchiette e cime di rape; si trasformano, si amalgamano all'ambiente, veri camaleonti, veri levantini. Io stesso, quando vado nelle valli bergamasche, se sto zitto, dopo un po' vengo invitato con parole incomprensibili a mangiare qualcosa in compagnia.
D. Poiché il "ciclo delle stagioni" è terminato, tutto lascia supporre che per il maresciallo Binda sia arrivato il momento della pensione, non soltanto nella finzione narrativa ma anche nella realtà. Si tratta di un congedo definitivo o vi è qualche speranza di rivedere il suo personaggio più popolare in un'altra indagine?
R. Per la prima volta in vita mia, ci sono lettori, con nome e cognome, che mi dicono di non far morire Binda, e mi mandano delle mail sul tema, anche con scherzose minacce. Di proseguire su questa strada me l'hanno chiesto in articoli che ho ritagliato anche colleghi come Augias e Afeltra, Pent, Marina Morpurgo, Daniele Abbiati. Tutto ciò mi dà forza, ma non so davvero cosa fare. Tropea, al quale ormai attribuisco qualità taumaturgiche, quando gli ho detto che per me la partita era chiusa, mi ha detto: "Perché toglierti uno spazio di divertimento, dovunque vada la tua strada?". La frase è di grande saggezza, così ho deciso di non affrontare la questione prima della fine delle vacanze della prossima estate. Come fa Binda, vorrei cercare anch'io di ascoltare la voce di un morto e chiedergli: "Pietro Valpreda, che faccio? Ti piacerebbe rivivere un pochino, con le avventure di un personaggio di cui eri co-genitore? O vuoi l'oblio su questa parentesi letteraria che, alla fine di una vita difficile, ti ha dato del buon umore?". Chissà se trovo qualcuno che mi aiuta a ricevere la risposta giusta.
Intervista a cura di Marco Marangon
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