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Successo letterario notevole, che mette per una volta d'accordo critica e pubblico, l'originale esordio nella letteratura per adulti di Mark Haddon, scrittore quarantaduenne inglese già autore di una quindicina di libri per ragazzi, racconta le vicende esistenziali e le avventure poliziesche sui generis di Christopher Boone, ragazzo autistico protagonista e narratore di un romanzo che mescola, con inconsueta levità e asciuttezza emotiva, handicap e normalità, intelligenza narrativa e sensibilità umana. Il 9 marzo 2004 abbiamo ascoltato a Milano, alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, l'autore dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte, sollecitato dalle osservazioni di Piergiorgio Odifreddi e dalle domande di un pubblico attento e numeroso. Ecco di seguito alcune delle domande che gli sono state fatte, con le sue risposte.
D. Com'è nato Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte?
R. In passato mi è capitato di lavorare con persone handicappate. Probabilmente alcune di queste erano autistiche, anche se allora non venivano definite così. Da quella esperienza ho maturato un interesse per la disabilità che non mi ha mai più abbandonato. Tuttavia penso che per gran parte della loro vita le persone invalide si trovino ad affrontare le stesse questioni esistenziali e gli stessi problemi legati alla quotidianità che appartengono a tutti: il sesso, i soldi, la lavatrice che non funziona... Perciò ho fatto di tutto per presentare Christopher come una persona normale. Non ho voluto fare un libro sull'autismo. Non a caso, infatti, nel libro questa parola non viene mai usata. Tutto, in verità, è partito da un'immagine forte che mi sembrava adatta a coinvolgere il lettore: un cane trafitto da un forcone. Questa immagine, che – non me ne vogliano gli animalisti – ha qualcosa di grottesco, perfino di divertente, per essere resa in modo davvero efficace necessitava di essere descritta in maniera neutra, in qualche modo distaccata. Finito il primo capitolo mi sono domandato: di chi è la voce narrante? Da qui è nato Christopher, e non dalla volontà di scrivere un libro sull'autismo, che sono sicuro sarebbe venuto pessimo.
D. Eppure il libro ha saputo descrivere con efficacia il punto di vista sul mondo di un ragazzino che soffre del morbo di Asperger, come testimoniano le numerose famiglie di pazienti autistici presenti in sala che esprimono gratitudine a un autore che è stato capace di raccontare in maniera così credibile una realtà ai più sconosciuta. Dunque l'invenzione – chiede Odifreddi – può paradossalmente essere più verosimile della realtà?
R. Christopher è una mia creazione. Non ho mai incontrato nessuno che gli somigli. Certamente Christopher è ispirato a molte persone che conosco, ma non ad autistici. Ogni aspetto del personaggio, preso singolarmente, appartiene a persone che conducono un'esistenza del tutto normale. Così da un lato Christopher appare alieno, un diverso, ma nello stesso tempo assomiglia alle persone che conosciamo, possiede aspetti che fanno parte di tutti noi. Dunque è possibile che da questa sensazione di straniamento e familiarità insieme derivi una forma d'identificazione inattesa.
D. Che cosa succede invece a uno scrittore che decide di calarsi nei panni di un ragazzino autistico? E poi come si esce da questo processo di immedesimazione?
R. Ogni personaggio che si crea porta naturalmente a un processo d'identificazione, tuttavia, per quanto mi riguarda, l'autore è perfettamente in grado di levarsi il personaggio di dosso quando non lavora, un po' come accade con un maglione che indossi e togli quando vuoi. Per quanto riguarda la creazione del personaggio, Christopher è per molti versi più facile da immaginare di altri personaggi. Per esempio, identificarsi con un punto di vista femminile è, per me, molto più difficile. Entrare nei panni di Christopher per un certo periodo è perfino rassicurante. Per tutta una vita sarebbe difficile, ma vivere per una settimana senza preoccuparsi dei sentimenti degli altri può essere un'esperienza davvero riposante.
D. Come mai ha scelto il filtro della matematica per raccontare il punto di vista di un ragazzino autistico?
R. Adoro la matematica, tutti i generi di enigmi. Siccome solitamente non è facile inserire la matematica nella scrittura narrativa, questa volta ne ho approfittato, visto che fra il modo di ragionare di Christopher e la matematica esiste una sintonia profonda.
D. Alcuni matematici si sono riconosciuti in taluni aspetti del protagonista, anche se forse quella di Christopher è un'idea riduttiva, forse perfino parodistica della matematica.
R. Questo è un po' imbarazzante, dato che io condivido perfettamente il punto di vista di Christopher. Pur non essendo un esperto, ho un modo scientifico di vedere il mondo. Per me la scienza, dunque la matematica, è però uno strumento per scoprire il mistero del mondo, non per svelarlo. Come quando da bambini ci s'interroga, senza giungere mai a una risposta, sull'infinità dell'universo. È un pensiero che assomiglia in qualche modo a quello religioso. Christopher funziona rispettando delle regole molto precise, ma in realtà tutti noi funzioniamo attraverso schemi mentali e comportamentali piuttosto rigidi, anche se non ce ne rendiamo conto. Lo sguardo di Christopher diviene così uno strumento per mettere in luce questo aspetto della realtà.
D. Christopher non capisce le metafore, quindi è portato a un'nterpretazione letterale della realtà. Nonostante ciò risulta un ottimo narratore.
R. In effetti esiste questo paradosso: la letteralità, l'anaffettività del protagonista dovrebbero dar luogo a una cattiva narrazione, incapace di coinvolgere il lettore. Invece è proprio attraverso questo punto di vista così neutro che i lettori sono portati a riempire il vuoto e la piattezza con le proprie emozioni. Alcuni mi hanno detto che hanno riso molto leggendo il libro, altri che l'hanno trovato molto triste. È come se il libro costringesse, in ogni caso, a una reazione, a un investimento emotivo da parte del lettore. Sono soddisfatto che il libro stimoli questo tipo di reazione.
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