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La musica è una delle grandi passioni del bolognese Gianluca Morozzi, scrittore di professione e musicista per hobby. L'amore per le canzoni, unito a quello per la terra d'origine, traspare chiaramente dalle righe della sua ultima fatica letteraria, L'Emilia o la dura legge della musica, un brillante divertissement che guida il lettore attraverso i colori, i sapori, i suoni di una delle regioni più ospitali e gradevoli della nostra penisola. Da quella terra provengono alcuni mostri sacri della musica italiana, dai Nomadi a Guccini, da Vasco Rossi a Ligabue, di cui Morozzi narra le gesta, affastellando citazioni, riflessioni, esperienze personali in un collage musicale-letterario fresco e brioso. È sufficiente il verso di una canzone, il ricordo di un concerto o di una serata fra amici per accendere la narrazione e dare il via a una rapida ed estemporanea incursione nei multiformi territori della canzone d'autore e del rock rigorosamente ”made in Emilia“. Abbiamo intervistato l'autore.
D. Il Suo nuovo libro è un viaggio scanzonato e ironico lungo la via Emilia, dove hanno mosso i primi passi verso la gloria molti scrittori e ancor più numerosi musicisti. Quali criteri ha seguito per delineare questa storia ideale dell'Emilia contemporanea? Come sono stati selezionati cantautori e band?
R. Sinceramente, un criterio del tutto arbitrario e personale. Se mi fossi soffermato su ogni band o cantautore della regione avrei scritto un libro di mille pagine. Ho fatto così: ho pensato a ogni singolo capitolo come a un racconto autonomo, con un proprio tono e un proprio stile, e ho utilizzato quegli artisti/band che mi ispiravano per una storia in forma - appunto - di racconto. Cioè: per parlare di beat emiliano ho inventato uno sfortunatissimo musicista che, dopo essersi fatto sempre scavalcare per eccesso di perfezionismo dall'Equipe 84 e dai Corvi, appende la chitarra al chiodo e diventa andrologo. Oppure ho inventato la storia del supercomputer di Novellara, Nomad 4.0, che nella notte trasmette lezioni di storia dei Nomadi nei cervelli dei dormienti.
D. Ogni ”scuola“ - quella milanese, genovese, romana ecc. - tende a produrre un determinato tipo di musica con caratteristiche facilmente riconoscibili. Da questo punto di vista la scuola emiliana ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il rock, da Vasco Rossi a Ligabue, passando per le molteplici esperienze di band locali punk-rock. Come spiega questa inclinazione?
R. Forse l'essere l'Emilia una regione centrale e di passaggio, nonché una terra di ex contadini e di famiglie canterine - come dice Guccini -, ha favorito l'inclinazione al rock, che è una musica rivolta all'esterno e alla comunicazione col pubblico. I carrugi di Genova, per dire, sembrano più adatti della nostra grande pianura a un certo tipo di cantautorato introspettivo. Non dimentichiamo poi le radio che hanno portato e portano il rock nelle nostre terre, fin dai tempi di Vasco Rossi come dj. Noi rocker, appena varchiamo il confine tra Bologna e Modena, ci sintonizziamo su K-rock.
D. Nella prima parte del libro, Lei ripercorre gli oltre quarant'anni di storia dei Nomadi, un gruppo che ha saputo rinnovarsi e conquistare un pubblico trasversale. Quale misteriosa alchimia spinge fan di generazioni differenti a seguire, fianco a fianco, i loro concerti?
R. L'alchimia, per l'appunto, è misteriosa e difficilmente spiegabile. La magia, quando si spiega, muore. Credo che le canzoni dei Nomadi siano diventate una colonna sonora di quelle che entrano sotto pelle per tre generazioni, e che sopravviveranno anche ai componenti del gruppo. Non dubito ad esempio che i Nomadi proseguiranno la loro carriera anche quando Carletti, ultimo membro fondatore tuttora nella band, appenderà la tastiera al chiodo. E che il pubblico continuerebbe a seguirli anche se sul palco ci fossero i loro figli.
D. Una ricognizione musicale dell'Emilia non può prescindere dalle canzoni di Francesco Guccini. In quale misura la ricerca linguistica e la ricchezza lessicale dei suoi testi hanno segnato la storia della canzone d'autore italiana?
R. Tantissimo. Intanto mi permetto un aneddoto personale: la prima canzone che ho sentito in vita mia, probabilmente, è stata Canzone delle osterie di fuori porta, che mio padre mi suonava per farmi addormentare quando ero piccolissimo. Un vero imprinting. Nel libro parlo di come Guccini sia solito usare parole che gli altri non usano: in quanti adoperano verbi come ”Birillare“, aggettivi come ”Babeliche“, termini oscuri come il mitico ”Cribro“? Non lo chiamano il ”Maestrone“ a caso.
D. La musica della sua terra negli ultimi anni s'identifica soprattutto con la voce e con la chitarra di Ligabue, un rocker che offre il meglio di sé nei concerti (che hanno spesso la tendenza a trasformarsi - come si narra anche nel suo libro - in veri e propri eventi). Come vive Morozzi il rito del concerto?
R. Il rito del concerto è qualcosa di piuttosto sacrale per me. Intanto cerco sempre di vederlo il più vicino possibile al palco, magari abbarbicato alla transenna o appoggiato al palco stesso. Poi cerco di stare molto vicino alle casse: accetto di buon grado il rischio sordità pur di ovviare al fastidio tremendo che mi causano suonerie di cellulari, commenti stupidi dei vicini di concerto, brusio di sottofondo, qualsiasi cosa che non sia partecipazione al concerto, insomma. E poi, una nota personale: odio i cellulari che fanno le foto ai concerti. Fosse per me, come scrivevo in Accecati dalla luce, ci vorrebbe un'onda magnetica che disattivasse i cellulari durante i concerti.
D. Il suo viaggio musicale è condito da considerazioni personali e da numerosi aneddoti dal chiaro sapore autobiografico. Quanto le è servito questo libro per mettere a fuoco i suoi tratti di ”emilianità“?
R. Un amico di Gorizia mi diceva che è sorprendente leggere un libro come questo, perché noi emiliani - e noi bolognesi in particolare - diamo per scontate un sacco di cose che ormai consideriamo come acquisite: dalle radio rock al trovarci Guccini in osteria ai tanti concerti che ci capitano in regione. Se non ho messo a fuoco i miei tratti emiliani, di certo li ho ribaditi all'esterno.
D. I suoi ultimi libri si segnalano soprattutto per la vena goliardica e umoristica. Il thriller Blackout resterà una parentesi nella sua produzione o si cimenterà nuovamente nella narrativa di suspense?
R. Certamente. Intanto un mio lungo racconto noir dal titolo L'eliminatore uscirà a luglio nell'antologia Le città in nero. Nel 2007 uscirà una mia graphic novel dai toni fortemente cupi, in contemporanea con un romanzo che invece sarà avant pop. E nel 2008 vorrei pubblicare un romanzo durissimo e cattivo che ho già in mente. Dovrebbe intitolarsi La tempesta.
Intervista a cura di Marco Marangon
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