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Cosimo Calamini ambienta il suo nuovo romanzo, Le querce non fanno limoni, a Montechiasso, un borgo arroccato sulle colline, nel cuore della Toscana. Da lassù, nelle giornate di cielo nitido, si può abbracciare con un solo sguardo tutta la regione. Lì vive la famiglia Malquori: Attilio, comunista disilluso ed ex voce del gruppo rock ”I Timidi“; la moglie Anita, una cinquantenne in crisi d'identità; e la figlia Sara, ragazza inquieta, al suo primo anno d'università. Ma a Montechiasso è presente anche una radicata comunità islamica di cui fanno parte l'imam Khaled e il figlio Averroè, segretamente legato a Sara. Un giorno d'autunno arriva una notizia bomba: nel paese verrà costruita una grande moschea, un'astronave aliena edificata tra le vigne e i campanili. In molti non sono d'accordo, soprattutto Attilio. Ne nascerà una lotta senza quartiere, una discussione sempre sul punto di degenerare, tra razzismi e idealismi, solidarietà e diffidenze. Tutto il paese ne sarà coinvolto: anziani incolleriti e casalinghe insofferenti, attivisti leghisti e cuochi egiziani, politicanti di provincia e preti intraprendenti. E alla fine niente sarà più uguale a prima. Abbiamo intervistato l'autore.
D. Le querce non fanno limoni è un titolo davvero curioso. A che cosa si riferisce?
R. È un antico detto contadino che può essere interpretato in vari modi: ”non si può dimenticare da dove si viene“, oppure ”bisogna sempre ricordare chi siamo veramente“, ma anche ”due mondi lontani non si possono incontrare“. Ho scelto questo titolo perché uno dei temi principali del romanzo è il rapporto con l'altro, in senso lato, analizzato da più punti di vista: politico, privato, all'interno di una comunità - come può essere un paese - o nelle dinamiche familiari. Secondo me, da qualunque punto di vista lo si prenda, il rapporto con l'altro, sia esso uno straniero o un familiare, non può prescindere dalla comprensione profonda di se stessi e nonostante questo non è detto che sia sempre possibile.
D. In Le querce non fanno limoni, sembra riecheggiare la lezione della migliore commedia all'italiana: nel definire un microcosmo di personaggi, nel disegnarne i caratteri, nel costruire situazioni credibili ma divertenti, nel dipanare una trama in grado di mantenere viva l'attenzione dei lettori. Quali sono i suoi maestri?
R. Ne ho molti. Vorrei ricordare lo sceneggiatore Furio Scarpelli, recentemente scomparso. Alla scuola di cinema ho avuto il piacere di assistere ad alcune sue lezioni: un vero maestro dell'ironia. Tra i suoi capolavori ne vorrei ricordare uno: ”C'eravamo tanto amati“. Un film straordinario, che ho rivisto anche mentre scrivevo questo romanzo. Un altro maestro è stato Vasco Pratolini. Lo ritengo un grande scrittore, ma soprattutto un grandissimo narratore. Prima di scrivere Le querce non fanno limoni mi sono riletto i suoi libri Sono stati una fonte d'ispirazione importante.
D. I personaggi di Le querce non fanno limoni sono veri e molto simpatici, anche quelli che magari hanno visioni del mondo e idee politiche diverse dalle sue. Per chi prova maggior simpatia?
R. Per quelli con più umanità. Non ne farei una questione politica, ma umana. Penso che la curiosità sia un valore importante per uno scrittore e si è veramente curiosi quando lo si è verso tutto e tutti, senza distinzioni di parte. Perché è soltanto attraverso la curiosità, quella vera, scevra da preconcetti, che si può scoprire veramente la realtà, cogliere lo spirito profondo di una persona o entrare in empatia con un luogo: tutte cose assolutamente necessarie per narrare.
D. I suoi romanzi usano una forma narrativa per raccontare quello che sta succedendo nel nostro paese. In primo luogo per farci conoscere aspetti della realtà che magari conosciamo poco. Che cosa può dare in più la forma narrativa rispetto a un'inchiesta o a un sondaggio?
R. Il tempo. Mi spiego meglio: un'inchiesta deve scuotere, un sondaggio informare, un libro deve far conoscere e per conoscere ci vuole più tempo. Per raccontare bene i sentimenti, le contraddizioni, le riflessioni di un individuo - o di una comunità - ci vuole il tempo giusto, quello del romanzo appunto.
D. Il protagonista di Le querce non fanno limoni è indubbiamente Attilio, ma si ha l'impressione che senza le sue donne - la moglie Anita e la figlia Sara - il suo percorso sia come incompleto. Che ne pensa?
R. Sono d'accordo. I personaggi femminili hanno un'importanza fondamentale. Attraverso di loro emerge il lato più umano del protagonista. Con loro Attilio non è il leader politico che si batte contro la moschea, ma, molto più semplicemente, un padre e un marito, insomma un uomo. Sara, la figlia, con i suoi problemi caratteriali, sospesa tra la voglia di ribellarsi e quella di fare le cose ”a modo“, vive in maniera disordinata e malata la sua storia con Averroè, il figlio dell'imam. Vive col terrore che suo padre la possa scoprire. Ed è proprio questa paura che la condurrà a compiere una scelta che si rivelerà dolorosa e delicata al tempo stesso. Anita, a cinquant'anni passati, attraversa invece uno dei periodi più confusi della sua esistenza: una vera e propria crisi d'identità. Vive un vuoto e cerca di colmarlo inventandosi un amore impossibile, per un prete bello, da poco insediatosi nella parrocchia del paese.
D. Lei lavora anche come sceneggiatore cinematografico e televisivo. Ci sono differenze nell'approccio con la scrittura?
R. Le differenze sono notevoli. Una su tutte: scrivere una sceneggiatura è un lavoro di branco. Il romanzo è da lupo solitario.
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