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Nel 1965 un giovane André Aciman e i suoi famigliari furono costretti a lasciare la cosmopolita Alessandria d'Egitto dopo ben tre generazioni. Il governo nazionalista di Nasser infatti stava cacciando dall'Egitto migliaia di europei, nel tentativo di eliminare ogni ricordo del protettorato britannico e di disperdere una comunità ebraica tra le più ampie dell'ex impero ottomano. Fu la fine di quella temperie che nei decenni precedenti aveva fatto di Alessandria una città di straordinaria vivacità culturale. Nel memoir Ultima notte ad Alessandria, intenso e ricco di colori e profumi, l'autore rievoca con affettuosa ironia la vita all'interno di una grande famiglia elegante e caotica, caratterizzata da figure affascinanti, come lo zio Vili, audace soldato, mercante e spia, o le due nonne, che spettegolano in sei lingue diverse... A fare da sfondo, il ritmo di una città araba sospesa tra la crepuscolare indolenza del passato e un futuro drammaticamente incerto. Abbiamo intervistato l'autore.
D. Alessandria nel suo racconto sembra quasi una città inventata. Quanto il ricordo e quindi l'elaborazione incide sulla descrizione della città reale?
R. Quando un fotografo cattura l'immagine di una scena di strada, spesso quell'immagine racconta molto più del fotografo che della strada ritratta. Più il fotografo è bravo, più l'immagine è capace di racchiudere la sua visione del mondo. Qui sta la differenza tra letteratura e giornalismo: in letteratura si richiede una visione personale al massimo; nel giornalismo, invece, l'elemento personale deve essere ridotto al minimo. L'ironia sta nel fatto che la gente riconosce la città autentica molto di più in un ritratto di tipo personale ed impressionistico piuttosto che in uno scatto di tipo giornalistico, più oggettivo e fedele alla realtà. La mia Alessandria è infusa di memoria e immaginazione che sono per me elementi indistinguibili. Questo è il motivo per cui coloro che vivevano lì un tempo la riconoscono immediatamente nelle mie descrizioni e coloro che invece vivono lì ora mi scrivono che vorrebbero che quell'Alessandria potesse ancora esistere. È ironico, non crede?
D. Una grande famiglia allargata. In America le è mancata?
R. Certo, moltissimo. Mi mancano in ogni momento le liti continue e inesauribili, i dispetti, le piccole ostilità. E, certo, mi manca l'affetto. In una famiglia allargata l'identità del singolo che ne fa parte è affermata dal legame di sangue che lo lega gli altri; nell'esilio si è soli, non c'è affermazione di identità, né lealtà. Si è obbligati a reinventarsi completamente: la propria nazionalità, la propria famiglia, la propria lingua, qualunque cosa si faccia propria da quel momento in avanti - tutto è un prodotto dell'esilio. Si cambia, ci si trasforma in maschere.
D. Quali abitudini o modi di vita aveva ad Alessandria che non è riuscito a portarsi dietro e che ha dovuto abbandonare?
R. La ricchezza è la cosa più difficile a cui rinunciare una volta che la si è conosciuta. Ancora più importante, anche se non si è cittadini di un particolare paese, è che vivere in un determinato luogo ogni giorno dà una forte impressione di stabilità e la convinzione che si potrebbe - fin dall'infanzia - tracciare una precisa traiettoria della propria vita. In esilio, i piani per il futuro sono qualcosa di effimero. Non si pensa mai, mai al futuro. Tutto diventa provvisorio.
D. La non appartenenza ad un paese o ad una lingua è per lei fonte di libertà o di inquietudine?
R. Inizialmente, si impara a essere straniero ovunque ci si trovi. Fin da quando avevo 12 anni mi sono reso conto di essere uno straniero in Egitto, poi uno straniero in Italia, poi in Francia, e infine, ora, negli Stati Uniti. Sentirsi straniero significa avvicinarsi al proprio prossimo con diffidenza: tu non ti fidi degli altri e di conseguenza gli altri non si fidano di te. Fai un banale errore di grammatica ed ecco che la condizione di esule torna prepotente a farsi sentire. D'altro canto, spogliando se stessi di qualunque tipo di senso di appartenenza, si è molto più liberi - più liberi dalle meschinità dell'orgoglio di nazionalità, di religione, di lingua, liberi di vedere le cose in maniera differente.
D. Cosa è per lei la scrittura?
R. Scrivere è un modo per trovare la propria direzione - o inventarsela, in caso non si riuscisse a trovarne una. Trovare il mio stile nella narrazione è come trovare la mia casa. Come ho scritto in uno dei miei saggi: "il luogo di cui abbiamo nostalgia non è il luogo che è stato perso o il luogo che non ci è mai appartenuto del tutto fin dall'inizio; è lo scritto che deve perpetuare il ricordo di quella perdita. Infatti, l'atto di ricordare la perdita è un ritorno definitivo, poichè l'atto di ricordare l'impossibilità di trovare la propria casa nel tornare verso essa, è a sua volta un ritorno. Leggere questo paradosso è un ritorno a casa. Arrovellarsi e cercare di risolvere questo paradosso è un ritorno a casa. Persino dimostrare come qualunque cosa sia sempre nel posto sbagliato quando la cerchiamo nel posto giusto è in definitiva un modo per trovare la cosa giusta per le ragioni sbagliate, nel posto giusto ma in un momento sbagliato - il che, a detta di tutti, è un assoluto un ritorno a sua volta".
D. Nei suoi libri si nota una grande capacità di descrivere i sentimenti come la nostalgia, l'amore, la passione, il desiderio. Da cosa nasce questa sua capacità?
R. Ho sempre avuto la sensazione che le mie passioni, i miei desideri non fossero come quelli delle altre persone. I miei erano sempre un poco alterati, inusuali, spesso indecenti. A volte mi sentivo come un alieno proveniente da un altro universo buttato in mezzo agli umani, costretto a fingere di essere uguale a loro. Gli altri erano sempre più "normali". Come outsider qui in Italia, dove le emozioni sono manifestate abbastanza liberamente, ho percepito che le mie erano diverse, più studiate, più circospette, meno dirette. Studi di più te stesso, metti in dubbio ognuno dei tuoi impulsi. Le mie sensazioni erano sempre filtrate dalla mia differenza, dal mio essere straniero. Dall'essere straniero ho iniziato a sentirmi come un alieno. Sicuramente mi ha aiutato l'ironia, alla fine è con quella che cominci a realizzare che tutti gli altri si sentono esattamente come te. Ognuno di noi è come un alieno buttato in mezzo agli umani. E questo, forse, è quello che significa essere umani.
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