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Un travolgente affresco del nostro Paese  Intervista ad Alessandro Canale

Un bel giorno, alle Terme dell’Anima  Intervista di Valentina Fortichiari a Massimo Gramellini

Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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delalande.jpg Carnevale di sangue nella Venezia del Settecento
Incontro con Arnaud Delalande
autore di La trappola di Dante
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(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

La trappola di Dante è un thriller storico ambientato nella Venezia del Settecento. Arnaud Delalande fa muovere il suo eroe Pietro Viravolta - abile spadaccino e incallito seduttore - tra personaggi realmente esistiti come Goldoni e Casanova. Viravolta sa destreggiarsi in ogni situazione e può assumere, con agio, diverse identità. Sono queste sue doti camaleontiche a indurre le più alte cariche della Repubblica a reclutarlo come spia. Il suo compito è scoprire la natura del pericolo che incombe su Venezia: tra i sestieri della città si aggira infatti un assassino che infligge alle sue vittime gli stessi tormenti immaginati da Dante per i dannati. In laguna serpeggia la paura, non soltanto per la crudeltà degli omicidi, ma per la sorte stessa della Repubblica che vive un periodo di grave decadenza. Così, mentre a Venezia impazza il Carnevale, Viravolta dovrà indossare più di una maschera per stanare il sadico emulo di Dante. Abbiamo intervistato l'autore.


D. Perché ha deciso di costruire un thriller attorno alla Divina Commedia?

R. Dante è un monumento della letteratura mondiale e la sua Commedia è un'opera fondamentale per comprendere la filosofia dell'epoca e la stessa identità cristiana dell'Europa. Un giorno, in libreria, mi sono imbattuto nell'edizione integrale del suo capolavoro e ho capito che era giunto il momento di studiarlo. È stata una lettura folgorante. La sua opera è un prodigio di immaginazione e poesia. La scrittura visionaria e l'efficace ricorso alle metafore mi hanno letteralmente conquistato. È nata allora l'idea di servirmi della Commedia come fulcro di un romanzo e di far muovere i personaggi secondo lo schema adottato da Dante per i cerchi infernali, fino allo scontro decisivo con Lucifero.

D. In fase di scrittura immaginava che un giorno il suo libro sarebbe stato tradotto all'estero e in particolare in Italia, patria di Dante?

R. La trappola di Dante è il mio quarto romanzo e siccome alcuni dei precedenti avevano già valicato i confini, francamente ci speravo. Confesso però di aver provato una grande gioia quando mi è stata comunicata la notizia dell'interessamento di una casa editrice italiana. Un piacere particolare che deriva dalla consapevolezza che Dante fa parte del vostro patrimonio nazionale. È bello sapere che la mia opera è in grado di ”parlare“ agli italiani e che il tentativo di misurarmi con un tassello importante della vostra cultura è stato apprezzato. Peraltro non è la prima volta che compio incursioni in Italia: un mio precedente romanzo si svolgeva infatti tra Roma e il Vaticano, e in un altro avevo ambientato una sequenza in laguna.

D. La trama è di invenzione, ma inserita in un quadro storico ricostruito in modo dettagliato. Si sente più a suo agio nei panni dello storico o del narratore di fiction?

R. I due elementi, realtà e fiction, si alimentano l'uno dell'altro. Il piacere della scrittura risiede interamente nella combinazione tra questi due aspetti, nel restituire al lettore lo spirito dell'epoca, con il massimo rispetto ma anche con la libertà di cui gode un romanziere. Tutti sanno che il complotto di cui parlo nella Trappola di Dante non si è mai verificato, ma io fingo che se ne sia persa ogni traccia e che la relativa documentazione giaccia abbandonata in qualche polveroso archivio. Si tratta di un gioco con il lettore, che sa bene come sono andati i fatti e che il complotto è tutta farina del mio sacco.

D. È più difficile far rivivere personaggi reali come Goldoni e Casanova, oppure creare ex novo una figura come Pietro Viravolta?

R. È senz'altro più difficile dar vita a un personaggio storico, soprattutto quando non è la figura principale di un'opera. L'autore, in questo caso, è soggetto a stretti vincoli: occorre rispettare i dati biografici, i tratti salienti del carattere e le relative coordinate spazio-temporali. I margini di errore sono enormi e il rischio di un eccessivo accademismo è quanto mai concreto. Più sono conosciuti, più i personaggi ”resistono“ alla scrittura. Quanto a Viravolta, è sì una mia invenzione, ma ha un preciso modello: Casanova, libertino e donnaiolo. È un parto della mia immaginazione la loro amicizia e le allegre scorribande, in gioventù, lungo i sestieri di Venezia. Le Memorie scritte da lui medesimo di Casanova sono state tra le principali fonti ispiratrici, ma la figura di Viravolta è figlia anche dei romanzi di cappa e spada alla Dumas.

D. La grandezza della Repubblica di Venezia si manifesta anche nella complessità dei suoi ordinamenti e nella sua costituzione all'avanguardia. È stato difficile addentrarsi nei meandri della politica veneziana e comprendere l'esatto funzionamento delle istituzioni?

R. Affrontare in un romanzo temi così tecnici non è mai facile. È stato questo l'ostacolo maggiore: trovare un modo per comunicare al lettore informazioni precise sulle funzioni del governo senza annoiarlo. La soluzione migliore mi è parsa quella di servirmi dei personaggi stessi e del loro punto di vista. Mi sono poi trovato a far rivivere una città contraddittoria e dalle mille sfaccettature, con una forte componente aristocratica e autoritaria, ma al contempo democratica e popolare. Ne deriva una forte tensione tra il bisogno quasi feroce di libertà e la paura che tutto il sistema possa collassare.

D. La presenza di una setta che agisce nell'ombra e i numerosi riferimenti teologici hanno indotto alcuni critici ad accostare il suo romanzo al Codice da Vinci di Dan Brown. Io giudico questo accostamento del tutto fuori luogo. Lei che cosa ne pensa?

R. Mi trova pienamente d'accordo. Quando ne ho sentito parlare per la prima volta mi sono cadute le braccia. Le dirò di più, mi sono proprio arrabbiato perché era una falsità assoluta. Una stupidaggine. Poi, a mente fredda, ci ho ragionato sopra e mi sono calmato. Il fatto è che noi ci troviamo in una società dominata dai mass media ed è indispensabile che si parli di un libro - in qualsiasi modo questo avvenga - per farlo conoscere e quindi venderlo. Bisogna considerare anche un altro aspetto, che riguarda non tanto la portata planetaria del successo di Dan Brown, ma soprattutto il riposizionamento dei valori nella nostra società. Abbiamo assistito alla fine delle ideologie, alla crisi delle religioni che perdono consenso. Si tratta di venire a patti con i vecchi materiali e pervenire a una sintesi tra realtà e mito. Dobbiamo decidere cioè in che cosa credere. Questo è un punto cruciale ed è normale che abbia riflessi nella letteratura contemporanea. Quanto a me cerco di coniugare la lezione della scuola americana - che produce bestseller in quantità - con una base culturale fortemente europea.

Intervista a cura di Marco Marangon

12 ottobre 2007