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A pochi chilometri dalle grandi città del nord c'è un mondo quasi immutato da secoli, con i suoi specchi d'acqua dove cielo e terra si riflettono. È il mondo delle risaie, legato ai cicli di un lavoro unico che continuamente si rinnova modificando il paesaggio e dominando le vite e le storie che qui si susseguono e si intrecciano. In una suggestiva tenuta tra le risaie, chiamata Torricella, si svolge il romanzo di Laura Bosio, Le stagioni dell'acqua. L'incontro dell'anziana proprietaria con una giovane donna è l'occasione per avvicinare vicende e personaggi singolari e di grande fascino: una suora fuggita dal convento, un tedesco disertore che ha perduto la memoria, un fattore di lunga esperienza, un vecchio inetto cacciatore di pipistrelli, due losche sorelle che riserveranno un inaspettato colpo di scena. E un nuovo amore arriva all'improvviso a muovere le pagine di un destino. Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice.
D. I dimenticati, Annunciazione, Le ali ai piedi, Teresina : sono libri importanti, ma anche viaggi narrativi sulle tracce di motivi, suggestioni, incontri fra dissipazione dei corpi e spiritualità, connotati quasi sempre da un tema di fondo, esplorato e studiato nella sua completezza, fra passato e presente. E ora le risaie. Perché e come è comparso questo nuovo spunto narrativo ?
R. Sono nata a Vercelli, terra di risaie, ma la mia famiglia (purtroppo per noi) non ha a che fare con il riso, che è la vera ricchezza, in ogni senso, della città. Avevo desiderio di conoscere meglio quel mondo, più da vicino, quel lavoro così duro, ma anche così affascinante, così unico. Prima di scrivere il romanzo ho guardato a lungo il paesaggio delle risaie, a me tanto familiare e insieme tanto sconosciuto, in tutte le stagioni, per osservarlo, scoprirlo, toglierlo dallo sfondo in cui per me, che abito a Milano ormai da venticinque anni, era rimasto. Di portarlo in primo piano, con le sue storie forti, come ho cercato di fare nel libro. Ecco, avevo in mente un libro orizzontale, pieno di acqua e di riflessi, di riverberi, come le risaie.
D. Nella scrittura, così limpida, lineare, apparentemente piana, distesa, c'è sempre un singolare avvicendamento fra pura narratività, invenzione e racconto o resoconto documentario. È una sua peculiarità? È uno stile entro il quale hai delimitato un territorio suo? Come ci è arrivata? Per quali strade?
R. Non so se sia un territorio che ho delimitato io. È un territorio che esiste, e che a me, che sono una lettrice di saggi, è congeniale. La distinzione tra i generi, in particolare tra saggio e romanzo, secondo me oggi è aleatoria. Quello che conta non è il genere, ma la forza del linguaggio, della scrittura. Non a caso, a mio parere, i libri più innovativi e più potenti degli ultimi cinquant'anni sono opere di ”sconfinamento“, penso a Borges, o a Marguerite Yourcenar, o a Giuseppe Pontiggia... Ma gli scrittori amano il percorso extraterritoriale. E, anche in un mondo disorientato come il nostro, continuano a inseguire una libertà di espressione e di movimento che valga per gli uomini e le donne, per i romanzi che li descrivono, li fanno vivere, o rivivere.
D. Il titolo, Le stagioni dell'acqua, è molto bello e fa ”vedere“ bene il paesaggio delle risaie, con la ritualità legata all'acqua, che lo rende, appunto, unico. Uno specchio dove terra e cielo si riflettono, si confondono, si scambiano le parti. Un paesaggio che, anche se come sfondo, ti è sempre stato familiare. In che modo ti è documentata sulle storia delle risaie?
R. Ho passato più di un anno a interrogare chiunque avesse a che fare con il riso e le risaie: agricoltori e ex mondine, chi si occupa delle distribuzione dell'acqua e chi studia i diserbanti... A leggere i romanzi, non molti, che hanno al centro il riso, ma anche a entrare nel mondo della campagna italiana attraverso i libri di scrittori che la conoscono bene e l'hanno indagata a fondo. Ho raccolto storie, studiato la storia e le tecniche di coltivazione, riunito fatti, episodi e leggende, che ho poi provato a tradurre in narrazione. Il titolo è ispirato a un verso di Giuseppe Conte.
D. Allora le vicende del romanzo sono in gran parte vere? A chi si è ispirata per delineare i caratteri dei vari protagonisti? C'è un personaggio nel quale si è identificata in modo particolare?
R. Sì, è così, le vicende sono in gran parte vere, anche se, scrivendo, le ho variamente rimescolate, interpretate, immaginate. Ad esempio, delle suore di clausura ospitate durante la guerra al piano alto di una cascina, per proteggerle da incursioni dei tedeschi, mi è stato parlato. Il personaggio di Orientina, la suora fuggita dal convento e rimasta a vivere nella tenuta, è invece un'invenzione. La persona che le aveva ospitate, le ricordava così: ”Sembrava di avere rondini sulla testa“. Questo frammento di dialogo, che mi sembrava molto bello, è entrato nel romanzo. Ma anche il ”mago dell'acqua“, il vecchio fattore della tenuta in cui è ambientato il libro, è un uomo che ho conosciuto, Enrico Arduino, di straordinaria vitalità, a cui ho attribuito caratteri suoi e insieme storie raccontate da altri. Così come la mondina che ha fatto la comparsa in Riso amaro, con quelle sue osservazioni sulla Mangano... A tavolino non verrebbero mai in mente simili immagini.
D. Lei svolge da sempre un metodico lavoro di editing su testi di altri scrittori. Come si concilia con lo spazio della sua scrittura? Le voci non rischiano di sovrapporsi? Quanto influiscono il suo occhio, il suo orecchio sulla scrittura personale?
R. Per me è un modo di entrare, attraverso quello che mi interessa di più, e cioè la parola, la scrittura, in mondi e linguaggi diversi dai miei. E quindi in esperienze diverse dalle mie. E poi mi illudo di acquisire, attraverso il lavoro sui testi degli altri, una distanza critica anche dai miei. Ma è, appunto, un'illusione. È difficile mettere i propri testi alla giusta distanza, un occhio esterno è un apporto indispensabile. Credo che la letteratura sia fatta di questo scambio, di queste collaborazioni sotterranee e necessarie.
D. Quali consigli darebbe a un giovane aspirante scrittore?
R. Borges, rispondendo a questa domanda che gli aveva rivolto Alberto Arbasino, ha risposto: ”Bisogna leggere molto, scrivere molto e pubblicare molto tardi“. Non è una regola, ma è un buon suggerimento. Non bisogna avere fretta. Paola Mastrocola ha raccontato che Natalia Ginzburg le aveva detto in una lettera che scrivere è una lunga pazienza. Sottoscrivo e faccio tesoro.
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