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Cinque libri in undici anni, dal 1986 al 1997, anno del romanzo Il caso Courier, vincitore del Premio Campiello, e ora a distanza di quattro anni il nuovo romanzo Una lezione di stile. Marta Morazzoni coltiva una scrittura che ritaglia un proprio spazio di meditata elaborazione fra gli eventi mai affannosi della sua vita: insegnamento, attività sportiva (tennis soprattutto), viaggi, tempo libero (cinema, teatro). Abbiamo parlato con lei del suo lavoro e di questo nuovo libro.
D. Come lavora? Ha un metodo particolare?
R. Non seguo nessun metodo, nessun rituale. Scrivo ormai a computer, luogo fisico della scrittura, che mi sono abituata a portare con me, in viaggio. Spesso scrivo accompagnata dalla musica. Scrivo quando ho tempo per farlo. La sola costante è il fatto che scrivo quando ho il rimorso di non averlo fatto, quando sento che la scrittura è un debito non pagato con me stessa. Quando ho finito un libro sento di aver perso una compagnia e sempre mi chiedo : "E adesso che faccio?". Questo romanzo è nato da un cambiamento radicale della mia vita. Il protagonista subisce – come me – un cambiamento di radici. In questo senso il romanzo è una sorta di autobiografia mascherata, mediata. E in tutti i personaggi c'è una commistione di elementi reali e situazioni immaginarie.
D. Il caso Courier era ambientato nel passato, questa è una storia contemporanea, ambientata in un'Inghilterra un po' insolita, arsa, forse anche inquietante (la Contea di Sherwood). Pare una Inghilterra ostile, certo non una terra che appartiene ai sogni della scrittrice.
R. Infatti è terra di confine su un cambiamento. Una zona che appartiene a una dimensione di "attesa", più che già vissuta, e quindi ha tutta la sospensione dell'aspettativa tra sogno e incubo.
D. Ashbery House, una delle più belle case della contea, è la residenza dove vive la piccola Lady Cecilia Blands, con i suoi genitori e la servitù. Una Bentley carta da zucchero con autista accompagna nelle loro varie escursioni Cecilia e la sua governante Antonia. Segni di una vita agiata. Il protagonista entra nella vita di questa famiglia in parte attirato dalla bambina muta, in parte attratto dalle ricchezze esibite.
R. La bambina è un'esca. Ciò che attrae e respinge il personaggio che dice "io" è un mondo estraneo e nemico. Il protagonista è un piccolo borghese, astioso, invidioso, ribelle, che guarda un mondo al quale in realtà non arriverà mai. Di fatto resterà emarginato nel cuore di questa situazione. Conteso tra simpatia, soggezione, ambiguità, l'io narrante racchiude l'orizzonte del narratore. La bambina è una sua prima apparente interlocutrice; in realtà la sua attenzione è catturata dal mondo del padre, Lord Blands, con il quale crede di dialogare più profondamente.
D. L'universo maschile del romanzo, Lord Blands e il protagonista, che diventa precettore di Cecilia, ruota intorno a un mondo femminile: Lady Blands, moglie madre, una amante (la sarta), la bambina, la vecchia madre che vive misteriosamente lontana, la governante (poi amata dal precettore). Il protagonista a poco a poco interpreta o cerca di interpretare la complessa rete di rapporti interpersonali, legge segnali o disagi (le donne sembrano tutte infelici), cerca di inserirsi, di intervenire, di modificare quella realtà complessa.
R. Il protagonista è una sorta di satellite che osserva tutto, vede scorci, ma non l'intera prospettiva, difficile da interpretare. È un mondo di ambiguità, ci sono ombre persino nel linguaggio. La decifrazione dell'alfabeto da parte della bambina è una metafora della sua decifrazione della realtà. Le donne vivono seconda la luce emanata dal padrone: Lord Blands ha un tono soltanto apparentemente dolce, dietro c'è un tono negativo. L'unica donna positiva, la sarta, amante del padre di Cecilia, è autonoma perché vive al di fuori di quel mondo, e il protagonista cerca di avvicinarla per avere una chiave di lettura dall'esterno, ma resta a sua volta "servo", non permette confidenze, aperture. Alle sue spalle si intravede una vicenda personale di solitudine, tanto più rilevata dalla sua solitudine di ruolo, di rango. Si comprende che in lui c'è una cesura tra passato e desiderio di una vita futura quasi soffocata. Un desiderio inespresso, incompreso, stretto tra fuga dal passato e vigliaccheria nei confronti del presente. In sostanza sopravvive solo il desiderio forte di comunicare, di scrivere, di raccontare la storia.
D. C'è una frase, una considerazione che colpisce nel romanzo : "I bambini non sono innocenti e buoni", naturalmente riferita a Cecilia, la bambina muta di sei anni.
R. È da tempo una mia convinzione. L'attribuzione dell'innocenza è un luogo comune. Ogni bambino ha dentro un coinvolgimento, una microresponsabilità a cui è sbagliato sottrarlo. L'innocenza assoluta esiste soltanto nel mondo animale. Noi esseri umani siamo tutti piccoli/grandi responsabili. Quando la nostra coscienza comincia minimamente a muoversi, l'innocenza non esiste più. C'è un libro di Buzzati, Il bambino tiranno, che lessi alle medie e mi colpì molto. La storia di un bambino che tiene in scacco tutto il mondo adulto.
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