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Un travolgente affresco del nostro Paese  Intervista ad Alessandro Canale

Un bel giorno, alle Terme dell’Anima  Intervista di Valentina Fortichiari a Massimo Gramellini

Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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falcones2.jpg Allo Spazio Krizia
con Ildefonso Falcones
autore di La mano di Fatima
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Lunedì 16 novembre Ildefonso Falcones ha presentato al pubblico milanese il suo nuovo romanzo, La mano di Fatima, un grandioso affresco storico sullo scontro fra due religioni attraverso l'epopea dei moriscos il cui fil rouge è la storia avvincente di Hernando, un idealista che subisce il rifiuto del popolo per la cui libertà lotterà tutta la vita. Con l'autore hanno dialogato due scrittori, l'ispanista Bruno Arpaia e Donato Carrisi - autore esordiente de Il suggeritore-, e un moderatore, il giornalista Luca Crovi. È Arpaia a dare inizio all'incontro ripercorrendo brevemente gli ultimi sviluppi della letteratura spagnola, ricca di scrittori di qualità ai primi posti nelle classifiche come Arturo Perez Reverte, Carlos Luis Zafòn e Ildefonso Falcones.

Arpaia quindi si rivolge alla platea: ”Come sarà stato scrivere il secondo romanzo dopo il grosso successo della Cattedrale del mare? Garcia Marquez ha impiegato sette anni per scrivere il suo secondo romanzo. Ildefonso Falcones è andato per la sua strada e ci ha dato in meno di tre anni questa storia grandiosa. Non c'è una formula per scrivere libri di successo. Però si può dire che nella pattuglia degli spagnoli alcuni puntano sul mistero e sull'esoterico, altri su basi storiche ben documentate con forti riverberi nella realtà. E in questo è maestro Ildefonso Falcones“.

Quindi Donato Carrisi accenna alla grande maestria di Falcones nell'evitare pause inutili e nel saper creare un contesto poderoso in cui inserire tutte le spiegazioni necessarie. Quindi descrive l'abilità dell'autore spagnolo come fosse una partitura, una musicalità portata dalle parole come contrappunto allo schema di ogni capitolo: ”Se dovessi pensare a una parola per definire il lavoro di Ildefonso Falcones userei la parola PASSIONE. Ed è strano come questa storia risulti di potente attualità. Il protagonista Hernando, il Nazareno, è un outsider, ha una duplice natura, lo segna una dicotomia che troverete in tutte le pagine e che obbliga il lettore a dare un giudizio.“

Ma finalmente è il turno dell'autore che, alla domanda di Luca Crovi sulle ragioni che l'hanno spinto a dedicare un libro alla cacciata dei moriscos dalla Spagna, risponde: ”Perché quello è stato un secolo fondamentale per la Spagna sia dal punto di vista storico – il regno di Fillippo II e Filippo III, le guerre contro l'Inghilterra, l'evangelizzazione dell'America Latina-, che per quello letterario. Inoltre sui moriscos non è stato scritto praticamente nulla. Ci viene detto che dobbiamo imparare dalla storia, ma non tutti quelli che ascoltano apprendono con onestà e buona fede. La storia è costellata da esempi del genere. Come persona, non solo come autore, vorrei che il mio libro servisse a riflettere su quello che è successo e che facesse conoscere qualcosa di nuovo al lettore: ad esempio il fatto che la figura della vergine Maria possa avvicinare due religioni è noto a pochissime persone. Così come il fatto che Gesù è il secondo profeta più importante della religione islamica.“

E Arpaia: ”Questo libro è un efficacissimo appello contro il fanatismo religioso. Falcones crea continuamente piccoli spostamenti dei punti di vista: ad esempio ci racconta che i cattolici non si lavavano e che le donne cattoliche facevano l'amore rigide come pezzi di legno perché vivevano il corpo come una condanna. A volte basta solo spostare il punto di vista per entrare in altre dimensioni e chi sa assumere un punto di vista diverso dal proprio non può fare del male all'altro.“

Una domanda sulla rappresentazione della violenza nel romanzo di Falcones non poteva mancare e Luca Crovi la pone al più esperto fra i due autori, Donato Carrisi, che ne evidenzia subito la credibilità perché quella di Falcones è ”una violenza che coincide con quella che viviamo oggi: Il romanzo comincia in una grande anarchia: sotto la cappa della rivolta tutto è consentito. Se non avessimo la costrizione della legge, come ci comporteremmo? Se avessimo a disposizione un'impunità data dal comportamento di chi ci sta intorno, a cosa saremmo pronti? Il confronto con la società attuale si propone in molti momenti del romanzo. I musulmani nel libro guardano i cristiani come pagani. I cristiani hanno molti santi, mentre i musulmani un profeta che parla in nome di dio. Mi sono chiesto a chi si rivolgono oggi i cattolici quando vogliono avere una grazia. Ho scoperto che al primo posto c'è Padre Pio e solo al sesto posto Gesù Cristo. Noi cattolici abbiamo sviluppato ormai una specie di paganesimo.“

Crovi indica il ciondolo al collo di Rossana, l'interprete dell'autore: ”Se la vedete, al collo di Rossana, come al collo di tutte le signore dello staff della Casa Editrice, c'è un ciondolo con una mano di Fatima; Ildefonso che valore ha? Perché non racconti il significato di questo ciondolo al nostro pubblico?“

E Falcones: ”Qualunque amuleto è vietato dalla religione islamica. Certamente la tradizione ci racconta che la mano di Fatima è un ciondolo condiviso dalla religione musulmana e da quella ebrea. Dal punto di vista dell'origine le teorie sono molteplici: rappresenta i 5 pilastri della fede musulmana e tuttavia una spiegazione ufficiale non esiste e mancherebbe di base ideologica. Questo ciondolo mi ha interessato molto relativamente al periodo storico in cui è ambientato il libro: tra i diversi divieti i moreschi non potevano indossare abiti e gioielli definiti piuttosto vagamente come ”tipici“. L'unico divieto scritto chiaramente era relativo a questo amuleto.“

Entrando nel cuore del romanzo Crovi chiede all'autore i motivi per i quali ha scelto per protagonista un mulattiere e Falcones ci ricorda che in quella terra e in quel periodo storico vivevano solo persone molto umili e, dato che era una zona poco generosa dove la vita andava strappata con i denti e che non era credibile che ci fossero condottieri, aggiunge: ”Era una comunità in cui vigeva la legge che se la tua mano colpiva, quella stessa tua mano doveva essere tagliata. Ho trovato un trattato storico che si chiama Leyes dos moros, scritto nel XVI secolo quando l'Islam non era fuori legge, dove si parla di una specie di codice penale e civile al contempo, una raccolta di tutta la legge dei mori. Quando parliamo di un'epoca antica la legislazione può aiutarci a capire quell'epoca perché le leggi erano basate sulla casistica e studiando questi corpi legislativi si può capire come le persone vivevano.“

La domanda conclusiva è rivolta sempre all'autore: può esistere il perdono o esiste solo la vendetta? ”Il perdono in quanto tale tra religioni diverse non è mai esistito. Il perdono dovrebbe esistere, ma nel caso del romanzo si parla di intere comunità che vivevano in un periodo di grande fanatismo religioso. Il perdono è un fatto profondamente personale.“

11 dicembre 2009