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Come fecero i romani a trasportare gli obelischi dall'Egitto alla Città Eterna? Come giunsero a Venezia i cavalli di San Marco sottratti all'ippodromo di Costantinopoli? In che modo furono organizzati i convogli che portarono in Francia i capolavori di pittura e scultura trafugati da Napoleone al nostro Paese, e come fece Canova a riportarli indietro? A queste e a molte altre domande risponde Il David in carrozza di Marco Carminati, che affronta per la prima volta un tema piuttosto singolare: l'epopea (è il caso di dirlo) dei trasporti di opere d'arte. Ogni mezzo è stato usato per muovere le opere d'arte, dai piedi (così la Madonna del Rosario di Dürer venne portata da Venezia a Praga) alle ambulanze (con tale mezzo la Gioconda viaggiò per le strade degli Stati Uniti), dai transatlantici ai jet, dai camion alle ferrovie. Di tutto si dà conto in Il David in carrozza, che si legge come un romanzo d'avventura... non di rado a tinte gialle. Ce ne parla lo stesso autore, Marco Carminati.
L'idea di un libro che raccontasse le rocambolesche avventure dei trasporti delle opere d'arte mi ronzava nella testa da decenni. Addirittura dagli anni dell'università. Nel 1984 Federico Zeri era venuto alla Cattolica di Milano a tenere una serie di lezioni su come si leggono le opere d'arte. Chi, come me, assistette a quelle conversazioni (poi confluite nel libro Dietro l'immagine) le ricorda come una sorta di folgorazione. Zeri e le sue parole ci rimasero impresse come sigilli. Ricordo, come se fosse ora, quando il professore di Mentana a un certo punto ci mostrò un Ritratto di vecchio del Ghirlandaio facendoci notare uno strano danno sulla superficie della tavola, una sorta di graffio molto regolare. ”Che cosa ha subito il quadro?“ domandò Zeri.
Nessuno seppe rispondere. Con pazienza ci spiegò che quello era un classico danno di viaggio, provocato da un involucro mal realizzato, una cassetta o una borsa di cuoio dalla quale sporgeva un chiodo che, con il dondolio del carro o del cavallo in movimento, aveva inferto alla tavola quel tipo di danno alla tavola. La storia di Zeri mi parve a dir poco affascinante, e da allora ho riservato una certa attenzione al tema: ho guardato gli obelischi domandandomi come avessero potuto i nostri antenati trascinarli fino a Roma e innalzarli, ho scrutato colonne, capitelli, statue e colossi provando a immaginare le fatiche che vennero spese nei secoli per portali a destinazione, ho fissato i quadri a caccia di segni particolari, possibilmente lasciati dai chiodi.
Durante un afoso agosto milanese dei primi anni Novanta, Il Sole 24 Ore mi chiese di pensare a una pagina di giornale balneare che avesse come tema l'arte e il mare. Non ebbi esitazione. Proposi una bella pagina sulle rocambolesche traversate marittime delle opere d'arte. Feci una breve ricerca e mi trovai letteralmente subissato di incredibili storie, una più avventurosa dell'altra, sugli innumerevoli viaggi dei cavalli di San Marco, sui naufragi delle pale di Raffaello, sulle tele di Veronese rosicchiate dai topi delle stive, sulle pale di Memling assaltate dai pirati, sulla Pietà Vaticana di Michelangelo spedita in America a bordo di un transatlantico. E via di questo passo.
Da allora ho prestato un'attenzione quasi scientifica al tema: ogni volta che mi sono imbattuto in episodi del genere leggendo, viaggiando o girando per mostre e musei, ho preso nota. Questo libro nasce da anni di silenzioso accumulo. Quando Luigi Brioschi mi ha incoraggiato a trasformare la piramide di appunti in un libro, il problema è stato quello di sfoltire e selezionare gli episodi e di metterli in ordine più o meno cronologico. Al di là della fatica del lavoro di stesura (condotto in un anno, sempre nelle primissime ore del giorno) non posso nascondere di essermi divertito. Spero di trasmettere la stessa sensazione al lettore. Volevo scrivere un libro di avventure e forse ci sono riuscito.
Nelle pagine del David in carrozza ho navigato il lungo e in largo nel Mediterraneo seguendo le rotte di statue e obelischi, ho visto affondare e recuperare i marmi di Lord Elgin, sono salito sui convogli vittoriosi di Napoleone verso Parigi e su quelli di Canova di ritorno a Roma. Ho potuto scoprire come ha fatto il Laocoonte Vaticano a varcare le Alpi e come il Toro Farnese (un marmo altro 5 metri!) è approdato da Roma a Napoli. Ho seguito la Gioconda nelle sue peripezie di guerra e così ho fatto con i capolavori del Prado e di Brera. Ho provato a capire che cose significhi oggi trasportare in sicurezza le opere d'arte, intervistando gli addetti ai lavori. Avventure di pace e di guerra, grandi mostre e grandi musei: i pretesti per far viaggiare le opere d'arte sono stati davvero tantissimi e ogni volta qualcuno ha trattenuto il fiato nel brivido dell'emozione. È questo brivido, alla fine, che mi piacerebbe trasmettere a lettori.
Marco Carminati
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