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L’Uruguay in tre generazioni di donne  Intervista a Carolina De Robertis

Viaggio in India  Incontro con Shobhaa Dé

Quando è un uomo a parlare d’amore   Incontro con Raffaello Mastrolonardo

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Un travolgente affresco del nostro Paese  Intervista ad Alessandro Canale

Un bel giorno, alle Terme dell’Anima  Intervista di Valentina Fortichiari a Massimo Gramellini

Realtà deformate  Incontro con Daniela De Prato


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ongaro.jpg Oceani di carta
Intervista a Francesco Ongaro
autore di Memorie di un cartografo veneziano
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Navigatore, scienziato, cartografo e inventore di strumenti nautici, Sebastiano Caboto è un uomo coraggioso e determinato. Legato alla famiglia quanto all'oceano, è diviso tra il desiderio di scoprire nuovi mondi e il vivere un grande amore. In Memorie di un cartografo veneziano, di Francesco Ongaro, la Storia con la esse maiuscola si fonde con le storie, tra rotte audaci, avventura e nuovi orizzonti. Abbiamo intervistato l'autore.

D. Partiamo dal protagonista. Sebastiano Caboto: chi era costui?

R. Un cartografo e navigatore veneziano che spese la propria vita al servizio della Corona spagnola e di quella inglese. Assieme al padre Giovanni, raggiunse le coste del Canada solo cinque anni dopo il viaggio di Colombo, e poi per conto proprio tentò di scoprire il passaggio di Nord Ovest, risalì il Paranà fin oltre l'odierna Asunción e armò una spedizione per tentare il passaggio di Nord Est. Tutto ciò dopo essere stato per anni "piloto mayor" di Spagna, una carica che, quando fu istituita dalla regina Isabella, venne conferita per primo ad Amerigo Vespucci. Praticamente era il cartografo più importante del regno e aveva la responsabilità delle carte destinate alle navi in partenza. All'epoca, viste le enormi poste in gioco, una questione che era addirittura segreto di stato.

D. La cartografia è quindi al centro del romanzo?

R. Sì. Sono anni di grandi scoperte e di repentini cambiamenti e il cartografo si trasforma da bravo artigiano e decoratore in un uomo di scienza che deve sapere di matematica e astronomia. È tutta la disciplina a trasformarsi per rispondere alle esigenze dei navigatori e per dar conto delle nuove terre che vengono quasi quotidianamente scoperte. Non dimentichiamo che è con la navigazione oceanica che diventa di primaria importa la questione del calcolo della longitudine in mare.

D. L'esperienza pratica è basilare?

R. Sì, al punto di mettere in discussione le fonti antiche, dopo averle riprese e valorizzate, e con loro quelle medioevali. È stato importante riscoprire Tolomeo, ma non aveva ragione su tutto e, soprattutto, c'erano cose che non conosceva. Definirei il mio atteggiamento critico, più che scettico. Ogni cosa si può sperimentare e dimostrare, servendosi dell'esperienza alla portata di tutti, non basta che qualcuno sostenga una tesi in base esclusivamente alla propria autorità. Un atteggiamento che getta di fatto le basi della rivoluzione scientifica. È il muovere gli orizzonti di cui parla Sebastiano Caboto.

D. In Memorie di un cartografo veneziano c'è anche dell'avventura?

R. Quanta ce ne può essere nel racconto della vita di qualunque uomo. La vita, se vissuta con un certo spirito, è per definizione un'avventura.
Non è però una cosa che si possa quantificare. Diciamo abbastanza.

D. Parliamo ora della lingua con cui è scritto il romanzo. Lei l'ha definita italiano moderno fintamente anticato. Che cosa significa?

R. Vuol dire che è italiano corrente ma con l'inserimento di impurità, costruzioni desuete delle frasi e altri accorgimenti che lo fanno sembrare di un'altra epoca.
Questo linguaggio in bocca a un uomo del XVI secolo funziona.
Sono convinto che ogni storia in sé sia interessante e ciò che fa la differenza sia il modo in cui viene raccontata, il registro linguistico che si usa nella narrazione. Ogni storia ha il suo e, se si riesce a trovarlo, si fa aumentare di valore anche la storia, le si dà spessore e profondità.

D. E in questo caso è stato facile trovare il giusto registro?

R. Quando l'ho capito, ho dovuto tornare indietro e riscrivere più di cento cartelle. Credo ne sia valsa la pena. Giudicheranno però i lettori.

D. Quanto c'è di storico e quanto d'invenzione?

R. Mi sono attenuto a tutti i documenti storici esistenti su Caboto, ma anche così restavano buchi di decenni che ho dovuto riempire mantenendomi all'interno di un percorso di plausibilità storica.
C'è quel tanto di invenzione che in un romanzo non guasta. Del resto non c'è niente di più reale della finzione e nulla di più finto della realtà.

D. Lei è un fisico, come è stato avvicinarsi alla letteratura?

R. Non strano, né troppo difficile. All'opposto, la mia formazione scientifica mi ha spesso aiutato a vedere le cose da angolazioni originali e a cogliere sfumature curiose.

D. Coltiva altri interessi oltre alla scrittura?

R. Ritengo che per uno scrittore sia più giusto rimanere un passo indietro e lasciare che siano le sue storie a stare sotto la luce dei riflettori.

26 ottobre 2009