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Il celebre cuoco Gaspard Coimbra è nauseato dal lavoro, dalla fama, dalla moglie e fugge in un paese sperduto vicino ad Avignone, facendo perdere ogni traccia di sé. Qui si imbatte in un casolare abitato da Stella, una bella ragazza terribilmente magra...E trova la vita che aveva sempre sognato. Con Stelle di Provenza Simonetta Greggio racconta una storia deliziosa e speziata a cavallo tra sentimento e gastronomia. L'abbiamo intervistata.
D. Dopo due romanzi, lei ci sorprende con Stelle di Provenza. Una storia che racconta con delicatezza la precipitosa fuga di un grande chef parigino, che dopo una cocente delusione amorosa si rifugia nel Sud della Francia. Questo allontanarsi da un mondo dove il suo prestigio era indiscusso per ritrovarsi in un luogo sperduto, al di fuori degli itinerari reclamizzati dalle riviste di viaggio, dovrebbe permettergli di forgiarsi una nuova identità, di ricominciare da zero, magari in un altro settore, eppure...
R. Come dice un vecchio proverbio cinese: disastro uguale nuova chance. Cioè, tutto è possibile quando si è perso tutto. E forse si può vincere soltanto quando non si ha più paura di perdere, no ? Ma a quel punto ciò che si vince non assomiglia a ciò che si voleva prima. Tutto questo per dire che è un po' quello che mi è successo: per anni sono stata innamorata della scrittura, ma scrivendo e scrivendo non arrivavo a nulla, finché un bel giorno, proprio perché ormai non credevo più in nulla di ciò che facevo, sono riuscita a fare la sola cosa che volevo davvero, scrivere.
D. Lei ha scritto molti libri di gastronomia, in cui non ha esitato a far uso di erbe e spezie talora sconosciute o perlomeno poco valorizzate nella cucina cui siamo abituati. È quasi possibile percepire un amore e una forma di gratitudine per la natura che ci circonda cui, purtroppo, siamo generalmente poco attenti o sensibili. È così?
R. Vero. Nella casa dove abito adesso, in Provenza, ho un "carré d'épices", una specie di giardino di erbe e spezie con dentro tante piante che non ho mai usato. Per esempio, l'armoise o l'assenzio, vedremo un po' che cosa farne. Bisogna dare fiducia alla natura ed essere giusti e generosi con essa, curandola e standole attenti possiamo guarire noi stessi. Stessa cosa con la vita : essere giusti e generosi. Tanto poi un giorno saremo morti, e per sempre.
D. Può raccontarci la genesi di Stelle di Provenza? Una pausa, diciamo di leggerezza, tra un romanzo già edito e un altro in cantiere, oppure una necessità di dare spazio a una storia semplice — come possono esserlo tutte le storie —, eppure così piena di umanità, di tenerezza, di rispetto verso l'altro?
R. La storia di questo libro è speciale. Tutti coloro che pubblicano il primo romanzo hanno paura del secondo. Conosco scrittori che passano anni a scriverlo. Quando un giornalista recensisce favorevolmente un primo romanzo, sta poi attentissimo al secondo. Se ha scritto la sua critica positiva è stato perché non c'erano state forzature mediatiche (salvo casi particolari). Gli è piaciuto, e basta. Per il secondo le aspettative ci sono. Eccome. Prendendo in contropiede tutto ciò, ho scritto una lunga novella senza dover dimostrare niente a nessuno. Tanto meno a me stessa. Per il piacere di scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere, così, da semplice lettrice.
D. Lei affronta un tema di grande attualità, l'anoressia, in un modo molto sottile e rispettoso. Ce ne parli, per favore.
R. Ho sempre avuto amiche anoressiche, che riuscivo, in crisi anche gravi, a fare un po' mangiare. Credo che fosse perché preparavo loro pietanze non penalizzanti, con tante vitamine e verdure crude e cotte, con pochissime o addirittura nessuna materia grassa – un po' di olio d'oliva, al massimo – e proteine non aggressive. Insomma, mangiavano perché avevano fiducia in me, perché le facevo ridere, parlare, le mettevo di buon umore. Certe volte funzionava, ritrovavano il gusto ed il piacere del cibo. Di questo problema posso parlare soltanto così: non come una psicanalista o una terapeuta, ma come una sorella maggiore, un'amica, una vice mamma. Certamente questo non è un saggio, è soltanto una storia raccontata con la memoria di certi momenti. E con il cuore.
D. Lei scrive in francese. Che cosa prova nel leggere un suo testo tradotto in italiano, che è la sua madrelingua? Le sembra di leggere in parte un'altra storia, o di scoprire qualcosa di diverso, di nuovo, che la sorprende?
R. Mi piacerebbe scrivere i miei testi in francese e avere il tempo di riscriverli anche in italiano. E il contrario. La mia lingua è e rimane l'italiano. Vorrei poterlo rivendicare con un libro, al più presto. Intanto scrivo in francese...
D. Alcuni giornalisti le hanno chiesto il perché di questa scelta: c'è forse una sottile accusa in questa loro curiosità?
R. In Francia ho editori che mi appoggiano. E anche in Italia. Un libro è una storia di fiducia reciproca tra un editore e un autore. Io ho trovato questo tipo di rapporto prima in Francia, per cui è stato meno complicato continuare in quella lingua. Non credo ci sia una sottile accusa. I giornalisti sanno bene quanto sia difficile guadagnarsi la vita scrivendo. In Francia è semplicemente più facile: ci sono centri residenziali per autori, il CNL (Centro Nazionale del libro), le borse, gli aiuti della Société des Gens des lettres per gli scrittori in difficoltà finanziarie, oltre alla possibilità di far ricorso ad assistenti sociali specializzate e ad avvocati.
D. Lei ha scelto di lasciare Parigi per vivere soprattutto nel Sud della Francia. Siamo indiscreti se le chiediamo i motivi di questa sua decisione?
R. Mi piacciono i marsigliesi. Soprattutto quando sono veri pirati della vita.
D. Lei torna regolarmente in Italia, dove vive la sua famiglia. Questo contatto con la realtà italiana, che lei segue di certo con interesse pur vivendo oltr'Alpe, le darà spunti per un nuovo romanzo ?
R. Il prossimo libro è quello che ho dentro da sempre. Ed è tutta la mia nostalgia di un'Italia che sarebbe potuta essere e non sarà mai più.
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