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America America è un romanzo senza etichette, la cui vicenda partecipa della narrazione storica, del giallo politico, del noir, della storia d'amore, superandoli. Protagonisti, una grande famiglia di imprenditori progressisti, i Metarey; un giovane di modesta estrazione, l'io narrante Corey Sifter; un politico dai grandi ideali e dall'umanità controversa, Henry Bonwiller; e indimenticabili figure di donne - le ”protagoniste profonde“ - che ne costellano le vite. In tutti i personaggi, il sogno americano - e universale - di redenzione pare avverare un proprio aspetto, ma al contempo mostrarne la sua inevitabile corruzione e decadenza. Ethan Canin dimostra in questo libro di conoscere benissimo ciò che alcuni grandi scrittori del suo Paese - basti pensare a Faulkner o a Philip Roth - hanno saputo: che tutto è raccontabile perché tutto è degno di racconto, il privato e il pubblico, la purezza e l'orrore, l'amore e la violenza; il loro intreccio è il senso di ogni storia universale. Canin sa raccontare con maestria grandezze e delusioni del Sogno Americano, in un romanzo che è insieme molto politico, ricco di passione e ”classico“. Abbiamo incontrato lo scrittore in occasione del Festival Narrazioni di Poggibonsi.
D. Il suo romanzo ha avuto una gestazione lunga e, per dimensioni e temi, fin dal titolo, appare decisamente ambizioso. Come è nato?
R. Ho iniziato a scrivere America America pensando a una semplice storia d'amore fra due giovani, un ragazzo di umili origini e una fanciulla borghese. Ho steso così 200 pagine circa. Poi c'è stato l'11 settembre. Dopo un evento tanto traumatico pensavo che scrivere non fosse più prioritario, che ci fossero cose molto più importanti della letteratura. Terminata la fase di stallo, ho rimesso mano a quelle pagine con uno spirito diverso. Decisi che per essere uno scrittore era necessario occuparsi anche di grandi temi, dei disegni della storia, degli intrighi della politica e dell'evoluzione della società. Così quella che era una storia più privata è diventata nel tempo l'affresco di un periodo e di un paese, il mio.
D. Un affresco sul potere, anche?
R. In effetti da sempre mi affascina e mi interessa la natura del potere. Mi incuriosiva capire e mostrare da dove nasce il potere, da dove trae origine. C'è un potere che viene da dentro e uno che viene da fuori. Lyndon Johnson, ad esempio, ce l'aveva nel sangue. Nixon invece aveva un potere più costruito, machiavellico. Chi gode di un potere interiore ha meno paura di perderlo o cederlo, chi invece trae potere dall'esterno tende a volerne sempre di più. Questa differenza si è vista bene, secondo me, durante le primarie per le presidenziali nei democratici: Obama era indubbiamente dotato di un carisma intrinseco; la Clinton, per quanto donna notevole e molto intelligente, non possedeva questa forza.
D. E gli Stati Uniti di oggi vivono ancora il Sogno Americano? Se sì, in che modo?
R. Il Sogno Americano in un certo senso è morto vent'anni fa. È morto nella falsa ideologia del mercato economico. Fino a pochi anni fa il sogno, persino dei più piccoli, era quello alquanto limitato di andare a lavorare nella finanza, e il mito della ricchezza era incontrastato. Ma la fine di questa ideologia apre una nuova fase, della quale Obama è un effetto evidente e, al contempo, la causa. Un cambiamento di prospettiva che vede emergere fra i giovani e nella società nuovi valori: un grande ridimensionamento del successo economico, che ha dimostrato i suoi lati predatori e le sue illusioni, la crisi di una risposta fallimentare alle minacce del terrorismo che hanno portato al gravissimo errore della guerra in Iraq, e infine una nuova coscienza ambientale che si diffonde e ci rende sempre più consapevoli che le risorse del mondo sono limitate e che il pianeta necessita di essere gestito con più cura.
D. La sua visione della politica, almeno a giudicare dai suoi personaggi, non è molto ottimista. Il potere corrompe? Non esiste una politica innocente?
R. Non credo si possano trovare santi in politica. È un po' come cercare un cane vegetariano. Qualche misura di compromesso è insita nell'esercizio del potere. Questa è la scoperta che fa anche il protagonista del mio romanzo, che da un'immagine idealizzata e un po' inconsapevole della politica, scopre il lato corrotto che si cela anche dietro i più nobili ideali. Eppure un certo cinismo acquisito con l'età non riesce a cancellare il sogno, che si replica nel rapporto del giornalista che guarda con qualche rimpianto al suo passato ma che passa il testimone e la lezione della Storia alla giovane praticante che ha sotto di sé. In questo consiste forse il Sogno Americano, e in questo è ancora vivo: nella speranza che ogni generazione possa progredire un po', fare sempre un passo avanti.
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