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La società del charter e dell'inclusive tour ha generato una delle tante sciocchezze dell'epoca postmoderna, che quanto più sono strampalate tanto più infestano: ormai tutto è stato visitato da questi o da quegli, quindi non vale più la pena di viaggiare, il viaggio è morto. Come dire: in giro per il mondo tutto è stato assaggiato, quindi non vale più la pena di mangiare; qua o là tutti hanno dormito in un modo o nell'altro (letto, amaca, sacco a pelo, luce delle stelle), quindi non è più il caso di dormire. Lapidario è il commento con cui a simile argomento replica un ottimo praticante e persino esegeta del "vagabonding": «i commenti sulla morte del viaggio servono essenzialmente a rassicurare che stando a casa non si perde niente». Mentre non vi è dubbio che viaggiare è meglio: fa uscire dal ghetto, amplia la visuale, allarga la mentalità, migliora la cultura, annienta i luoghi comuni (aiuta persino a imparare le lingue).
Il "vagabondo" in questione è Rolf Potts, americano, fortunato gestore di blog e autore di narrativa di viaggio (un genere che in Italia sembra far venire la pelle d'oca ma all'estero ha un suo ruolo preciso e persino una sua precisa codifica). L'ultimo libro di Potts appena arrivato in Italia è Marco Polo non ci è mai stato, che non significa — come si potrebbe essere tentati di pensare a prima vista — che il grande veneziano non è mai esistito (lo pensano in tanti), ma che non è mai "andato" in questo o quel luogo. Morale: essendo un'infinità i luoghi dove Marco Polo non è mai andato, non vale la pena di seguirne le tracce. Né di lui né di alcun altro viaggiatore. Morale a dire il vero un po' stiracchiata, se è vero che a un certo punto, senza tante remore, Potts si trova tra l'altro a seguire le orme australiane di Bruce Chatwin. Le tracce dei grandi viaggiatori (e/o personaggi) si possono infatti seguire eccome: certe volte è persino opportuno farlo, se non doveroso.
Personalmente ho seguito tra le molte le tracce di Lawrence e Doughty, di Freya Stark e Alexandra David Néel, di una sfilza di affannati frati italiani e serafici abati francesi, di Tamerlano e Babur, persino di Ercole, Alessandro Magno e Buddha, traendone sempre grande profitto e diletto. Infatti quella di Potts è soltanto una piccola provocazione, subito abbandonata dopo averla buttata lì per usare un titolo suggeritogli da una giovane che era andato a trovare (in galera vicino a Bangkok, detenuta per spaccio).
Così lui gira qua e là per i continenti, anche se mi pare che privilegi parecchio il sud est asiatico, meta privilegiata di tanti saccopelisti, che sono attratti come mosche suicide dai pericolosi effluvi che da quel Triangolo si sprigionano, ma sono ottimi clienti di libri così. Ma Potts racconta anche un po' di Africa, l'Europa dell'Egeo e la dirimpettaia Turchia, l'America del Nord e quella del Sud, l'Australia. Magnifiche le pagine su quest'ultima, scritte, come detto, proprio per ricalcare e seguire certe orme di Chatwin.
E tante altre sensazioni, tante altre eco di letture importanti si possono scovare nelle pagine di Marco Polo non ci è mai stato: di Robert Byron, per esempio, grande ispiratore di tanti viaggi e viaggiatori, tra cui proprio Chatwin. La strepitosa figura di un giovane uomo d'affari libanese incontrato da Potts a Beirut sembra infatti ricalcata con precisa potenza su quella del console afgano di Byron. C'è persino qualche traccia del Flaubert egiziano e un certo sentorino di Conrad e del suo Lord Jim, se non altro per le ambientazioni. E che dire della variegata umanità che pare si incontri in questi anni al Sultan Hotel del Cairo? È identica a quella che quarant'anni fa si incontrava al Pirlanta di Istanbul (che nostalgia, ma quante delle persone viste lì non sono mai tornate a casa: si può soltanto sperare che siano arenate al Sultan del Cairo).
E gli strampalati individui che si incontravano al Mouflon d'Or di Tamanrasset (Sahara algerino) più o meno negli stessi anni? A sentire loro arrivavano a piedi nientemeno che da Mozambico e dintorni, e si diffondevano in raccomandazioni e istruzioni di viaggio. Ma Potts mette subito in guardia: «storie di viaggio tutte assurde, la maggior parte di terza mano», meglio non fidarsi e verificare ogni cosa almeno dieci volte. Perché a essere troppo fiduciosi si rischia di rimanere a Istanbul rapinati e senza un soldo, e per di più ossessionati dai Testimoni di Geova (o simili). Ma, diciamo la verità, farsi rapinare in quel modo non è degno di un viaggiatore come lui: viene il sospetto che abbia voluto aggiungere colore a un libro già di suo coloratissimo. Oppure è un pollo.
E quanti consigli in apparenza banali ma in realtà utilissimi. Per esempio come si fa a spiegare a un barbiere del sud est asiatico di quale lunghezza si vogliono i capelli: io ho subito usato il suggerimento nel Gansu cinese, e le cose sono andate benissimo. Altrimenti come facevo? E come si sopravvive alle nefaste stupidaggini di certe guide di viaggio o di manuali di conversazione capaci magari di spiegarti per benino come si dice in cinese "manzo in salsa di ostriche" (quando mai capiterà di ordinarlo?) ma non come si dice "freddo, ghiacciato" o equipollente aggettivo da applicare alla birra.
Altra osservazione da condividere alla lettera: «La realtà delle spedizioni di lunga durata è che non lasciano molto tempo per vedere i paesi che si stanno attraversando». Sacrosanta verità: meglio ridurre raggio e portata dei propri viaggi, spezzettandoli e osservando con attenzione le cose e le persone che si incontrano in ogni frammento: si capisce di più e meglio.
Molto bella e azzeccata, per finire, la figura che chiude il libro, a cui il giovane autore suggerisce ai possibili autori di viaggio di ispirarsi: quella del "caganer", «una specie di buffone,... accucciato con i pantaloni calati... che defeca con noncuranza nei grandi presepi catalani... "ci ricorda che persino in mezzo al più grande mistero dell'umanità ci sono necessità ineluttabili"». Niente fasulli stereotipi di concitazione ed eroismo, dunque, quando si scrive di viaggio (come fanno soprattutto certi britannici, sempre sull'orlo di una crisi mistica o come minimo in procinto di compiere sensazionali scoperte archeologiche, per altro mai concretizzate), ma umile osservazione dell'umanità tra cui ci si muove (e della propria stessa fragile umanità in quei contesti).
Insomma, una lettura stimolante e addirittura rinvigorente, da consigliare a chiunque si senta stramazzare di fronte alle perniciose banalità circa la presunta "morte del viaggio".
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