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«La polemica di Arundhaty Roy è importante e necessaria... dobbiamo esserle grati per il suo coraggio e il suo talento.» Salman Rushdie
Sembra una ragazzina ma è una donna ammirata e temuta in egual misura. Si occupa di politica e rischia personalmente, ma è — anche — una scrittrice che ha avuto un successo planetario e improvviso con un libro, il suo primo, Il Dio delle piccole cose, che fa concorrenza a Cent'anni di solitudine per la fantasia con cui ricrea un mondo reale e per la bellezza del titolo. Grazie a questo libro è (probabilmente) ricchissima, ma l'unico lusso che si concede è la solitudine e il suo impegno sociale.
Arundhati Roy, dopo il successo letterario di Il Dio delle piccole cose, con cui ha messo sulla pagina i ricordi e il mondo del suo Kerale, la sua cultura sincretica, i suoi paesaggi e la durezza delle sue leggi sociali, nella sua nuova veste di polemista (lei ribatterebbe che non è nuova e che è sempre stata attiva sin dai tempi degli studi di architettura all'università di Nuova Delhi) ha da poco pubblicato una piccola — per dimensione — raccolta di saggi che hanno incendiato l'opinione pubblica indiana, almeno quella parte che ha accesso ai giornali e ai libri: Guerra è pace, dal titolo del pezzo pubblicato a ottobre su ”Outlook“, il ”Newsweek“ indiano.
I temi sono scottanti, soprattutto di questi tempi: la politica nucleare indiana, la guerra in corso (o appena conclusa, dipende dai punti di vista) in Afghanistan, ma soprattutto un problema in cui Arundhati Roy si è impegnata in prima persona e per il quale sta affrontando un processo e una pesante condanna: la politica delle grandi dighe pensate per irrigare e dar luce ad alcune grandi città, e che la Roy e molti esperti considerano invece una devastazione del territorio, un pericolo per l'ecosistema, una tragedia per i milioni e milioni di persone che vengono forzatamente traslocate per andare a ingrossare le fila dei poveracci senza lavoro e senza casa che assediano le grandi città indiane.
Un mito indiano, quello delle dighe, secondo Arundhati Roy, dai tempi di Nehru, che le definì "i tempi dell'India moderna". Per Arundhati, sono in realtà "monumenti alla corruzione", furti ai danni della popolazione, disastri sociali ed ecologici. Con un metodo e una prosa che riesce ad essere avvincente anche quando fa i conti, tira le somme del grande equivoco delle dighe: negli ultimi cinquant'anni sono state costruite tremilaseicento grandi dighe, che hanno costretto allo sfratto trentatre milioni di persone (o, secondo altri calcoli, cinquantasei), portando pochissimo beneficio di elettricità e di irrigazione e ottenendo un risultato pari solo al 5% del previsto. Non solo: questa politica è stata appaltata alle grandi imprese straniere, come la Enron, che sta privatizzando quello che in India è stato costruito in cinquant'anni con i soldi pubblici.
Con il meglio di una logica ineccepibile, di un'informazione minuziosa e di una capacità di raccontare che non si arrende neanche di fronte all'apparente aridità dell'argomento, Arundhati combatte a parole la battaglia che ha combattuto anche di persona, toccando evidentemente, molti nervi scoperti e molti interessi precostituiti.
In questi giorni si comincia si comincia a dibattere il processo che la vede imputata per una supposta resistenza alla forza pubblica in occasione di una marcia alla grande diga sul Narmada. Non ha fatto piacere neanche il suo pacifismo a oltranza in occasione della guerra seguita all'11 settembre. Né il suo atteggiamento nei confronti della questione nucleare. Ma affascinerà il lettore la forza del suo argomentare, la limpidezza di una passione civile che da tempo non sentivamo.
Irene Bignardi
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