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Con La borsa delle tenebre, Giorgio Taborelli, scrittore e storico della cultura nato a Milano nel 1938, affronta di petto la contemporeaneità con un romanzo breve e densissimo, ambientato nella New York attuale avvolta dallo spettro della crisi finanziaria. È una storia di tragedie violente e farsesche inisieme, di crudeltà e di legami indissolubili, di una società marcia eppure di un'umanità mai totalmente disperata, una storia in cui gli squarci sull'abisso generato disastro in corso si alternano a zone che dischiudono barlumi di speranza. Il tutto trova spazio in una narrazione che – apocalisse e rivelazione insieme – prova a dire quello che davvero conta, e lo fa con una voce personale, nuova, limpida e misteriosa a un tempo. Abbiamo incontrato lo scrittore per provare a gettare uno sguardo sul suo universo narrativo e, di riflesso, sul mondo che ci circonda.
D. Un romanzo sulla crisi: scelta furba o necessaria?
R. Una scelta furba, nel senso che ho colto l'occasione di dare finalmente voce all'umiliazione che il mondo subisce dalla presente potenza imperiale. Ma anche una scelta necessaria, la mia, perché un attempato mediterraneo che crede di essere un minestrone vivente di culture e valori delle civiltà litoranee, non avrà un'altra occasione per dire a quel Paese che faccia un buon esame di coscienza e ritorni nei ranghi, con noi e tutti gli altri. Grazie alla conservazione dell'essenza di quei valori, seppure e forse perché talora contraddittori, dunque davvero "organici", anch'io, come mi ha scritto di recente un cardinale degno di grande stima, penso che oggi possiamo «percorrere un fecondo tratto di strada insieme, nel rispetto delle nostre differenze e delle nostre fedi e da questo cammino condiviso può nascere un patrimonio di bene che arricchisce tutta la nostra società».
D. La Borsa delle Tenebre pone al centro relazioni umane molto forti, di affinità elettive che vanno al di là dei legami di sangue, e non sono incasellabili nei cliché dell'amore romantico. È in questo tipo di amore, che vede un senso di speranza?
R. Tre cittadini degli Stati Uniti sono i personaggi centrali: un bianco e un nero amici d'infanzia, nati miserabili, per i casi della vita divenuti l'uno un potente banchiere, l'altro un apprezzato massaggiatore terapista; con i due amici, il terzo è un aristocratico yankee che per ribellarsi al padre ha voluto diventare donna, ed è l'assistente del banchiere. Fra loro non esistono legami di sesso, ma affetti profondi e tenaci, benefici. Come Wilma scrive al nero, «quasi nessuno sa che l'amore col sesso non è l'amore più grande. Altri ce ne sono, che non hanno sesso [ ... ] Sono amori che crescono rigogliosi, vivono pure in silenzio e da lontano, durano anche tutta una vita». Questi rapporti di un raro amore ho voluto che fossero il bene nel quale si svolge il male, la pagina tragica della storia del mondo che stiamo vivendo. Questi affetti sono la parte essenziale dell'uomo, lo stemma della sua specie. Io credo che la specie si sia evoluta per questa sua superiore capacità di affetto. Questa nei millenni ha nutrito l'intelligenza.
D. Adottare il punto di vista di un massaggiatore di colore offre uno sguardo molto originale sul mondo narrato. La letteratura, l'arte in generale, si possono considerare una sorta di massaggio dello spirito?
R. Sono un massaggio della persona umana, ma anche il cibo di cui si alimentano le sue facoltà. Chi non fa poesie e non ne legge, chi non cucina un suo piatto nuovo, chi non canta e non ascolta cantare, chi non disegna e non guarda quadri, è una persona che non nutre se stessa. Il male di non voler conoscere e creare un proprio mondo, anche minuscolo, fa dell'uomo un mammifero come altri. Per essere davvero umani basta provare a creare. Non importa che poi il quadro, la frittata o la poesia sia solo un gioco, perché anche il gioco è creazione, se non è distruzione.
D. New York. la scelta di ambientare la sua storia nella capitale del XX secolo appare decisiva. Che cosa rappresenta questa città?
R. È, per il momento, l'ultima Babilonia, Tebe, Roma, Siviglia, Parigi, Londra. Vi accadono cose analoghe, ma accadono adesso, sotto i nostri occhi. Vi si consuma ora una delle più grandi truffe contro l'umanità. Eppure, io sono certo che in quella città vive oggi un Rutilio Namaziano, un Don Giovanni, un barone di Montesquieu e così via. Forse potrà rivelarsi. Per dirlo nel modo più conciso, a New York succede il mondo e risuonano gli altri mondi. Lì da quasi un secolo, dapprima di nascosto, la storia socioeconomica nel farsi diventa storia sacra contemporanea. Questo è il vitello d'oro del XX secolo.
D. La scrittura del suo romanzo esprime una voce originale e potente. Come ha lavorato sullo stile per trovare il giusto tono per questo nuovo romanzo?
R. È meglio narrare una storia con le parole del protagonista, dunque un mio libro ha lo stile che gli occorre per essere se stesso. Questo comporta che un romanzo del futuro, come era L'impero delle donne, usi un italiano immaginario, povero, analitico e senza emozioni. Nei libri della Vita di don Giovanni la lingua era gongoresca, sonante, costruita sulle norme retoriche del latino umanistico. In questo romanzo la lingua è quella di un uomo semplice, sincero che però, venuto dal Nuovo Messico a New York, incontra in una biblioteca pubblica la grande cultura: una appassionata bibliotecaria gli fa leggere l'Iliade, Shakespeare, forse Dante. Questa iniezione di sapere lascia la sua lingua umile come era, ma la nutre di pensieri, perché lui è intelligente. È una lingua liscia, di poca sintassi, che tutti possono usare o capire. L'ho trovata nella mia memoria, nei quindici mesi vissuti da artigliere, fra spaccapietra, pescatori, autisti, meccanici, contadini, impiegati non sempre di concetto. Di notte sovente scrivevo le loro lettere alla morosa, alla famiglia, nella lingua necessaria perché fossero capite.
D. Ha pensato molto, scrivendo La Borsa delle Tenebre, ai suoi lettori?
R. L'ho scritto per loro, non per me. Volevo dire non solo ad amici e conoscenti quello che penso da vent'anni su una tragedia finanziaria e economica che vedevo formarsi e crescere e ora sta immolando popoli e ceti. L'ho scritto per il mio primo lettore, cui diedi le prime venti pagine e mi disse di continuare. L'ho scritto per tutti quelli che lo vorranno, e le ultime venti pagine del libro lo dimostrano. Ma volevo anche dire che ogni bambino nascendo sta cambiando il mondo. La vita dell'uomo è la speranza nell'uomo, perché ogni Eva può essere lo stemma della natura. È l'ottavo sigillo, quello della felicità.
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