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Quella notte a Dolcedo, di Marino Magliani, racconta la storia del soldato tedesco Hans, che nel 1944 viene inviato col suo battaglione in Liguria per combattere contro i partigiani. Lì, una notte, tra i rovi accade qualcosa: urla, spari, sangue e poi – dopo averla intravista in un fosso – incrocia lo sguardo di una bambina che non riuscirà più a dimenticare. Terminata la guerra, al rientro in patria, Hans finirà per vivere a Berlino Est, così che solo dopo quarant'anni, qualche mese prima della caduta del Muro, riuscirà a tornare in Italia. Ma perché, e soprattutto, chi e che cosa è tornato a cercare? Laggiù, tra quegli stessi rovi che ora hanno invaso le colline, incontra una donna legata a filo doppio alla verità. E il mistero di quella notte, e il senso di colpa che così a lungo lo aveva attanagliato, troveranno finalmente una risposta. Un romanzo che non è un thriller, non una storia d'amore, non soltanto una ricostruzione storica e nemmeno un racconto di fughe partigiane e interrogatori segreti. Ma un amalgama riuscito di tutti questi elementi insieme, resi in una lingua sonora e affascinante. Come è nato? Ce lo racconta lo stesso autore.
Da bambino la sera d'estate mi sedevo sempre sui gradini del vicolo, tra i vecchi. La guerra era finita da quasi venti anni, ma il rumore era rimasto. Non se ne andava. Vivevo in una valle dove s'era combattuto molto, e i partigiani erano stati arroccati sugli spartiacque per tutti i venti mesi. Quando scendevano in paese facevano disastri, attaccavano una colonna e scappavano; se ci riuscivano uccidevano un paio di tedeschi, poi si dileguavano e la popolazione civile era messa al muro. I partigiani scendevano dunque per fare disastri o per rubare qualche vitello. Questo era ciò che era rimasto di loro. Questo era il rumore. Le storie che sentivo nel vicolo erano le storie che non volevo sentire: allora la sera chiedevo a mia madre se era così e lei mi diceva di no. Per questo lo chiedevo a lei. Venivo a sapere che i partigiani avevano fatto una guerra, che erano stati giovani, che qualcuno aveva sicuramente sbagliato. Mi portava sul terrazzo di casa nostra, dove d'estate bruciava l'ultima luce, mi indicava gli orli scogliosi sugli spartiacque. Il regno dei partigiani. Tremavo, credevo a mia madre, crescevo col mito dei Bonfante, dei Cascione, gli eroi che si erano sacrificati, falciati dal fuoco nemico, e crescendo bisticciavo coi vecchi che popolavano il vicolo.
Tentavo di convincerli a pensarla diversamente sui partigiani; loro tentavano di spiegarmi che allora io non c'ero per farmene un'idea. Un po' avevano ragione. Io, credo, ne avevo molta. Una cosa avevamo in comune, io e i vecchi: un astio per i fascisti e per i tedeschi. Io i fascisti non li conoscevo, credevo fossero un'etnia scomparsa, straniera, non italiana. I tedeschi ben presto li conobbi. Cominciarono a venire in paese sui pullman e sulle macchine, d'estate; cominciarono a popolare le strade, a riempirle di parole in tedesco, a riempire di strane voci le terrazze e i bar; cominciarono a venire giovani, bambini, donne, vecchi, pelle chiara. E allora mi accorsi che in realtà i vecchi del vicolo non odiavano i tedeschi, anzi li salutavano, sorridenti, vendevano loro le stalle, le cantine, le case rotte, guardavano le gambe alle donne tedesche e osservavano intimoriti i loro coetanei. Capii che non riuscivo a odiarli neppure io. Che non bastava un rumore di guerra per odiare qualcuno.
Li tenevo d'occhio, intimorito, specie gli anziani tedeschi che durante la guerra potevano avere venti, trenta, quarant'anni. Li vedevo scendere e salire mulattiere, imboccare vicoli come se conoscessero i posti da sempre. Avrei chiesto loro di dirmi la verità: se c'erano già stati, se avevano combattuto una guerra in vallata. Qualcuno di loro c'era sicuramente stato, non era possibile che sapessero tutto così bene. Che conoscessero a menadito sentieri e scorciatoie, passaggi tra i canneti, uscite dai portici che io avevo impiegato degli anni per scoprire. Non lo seppi mai se c'erano stati veramente. Poi lasciai la valle, girai per anni l'Europa e l'America Latina, ogni tanto tornavo al vicolo. I vecchi italiani erano altri. Anche i vecchi tedeschi erano altri. Quando cominciai a scrivere, credetti di farlo per raccontare i posti del mondo che avevo girato e visto per tanti anni, invece cominciai con un paesaggio ligure e con la storia di un vecchio tedesco tornato dopo tanti anni a rivedere le terrazze della guerra. Era un romanzo ingenuo, dove avevo addirittura la pretesa di dar voce ai multipiani liguri.
Con il tempo scrissi altri libri, di guerra non più, ma sempre di ambientazione ligure, sempre su quella frontiera mai raccontata abbastanza che non divide nessuna nazione, né la terra dal mare, ma l'entroterra dalla riviera, la mondanità dall'intimità, la carne dall'anima. Finché un giorno, su una spiaggia del Mare del Nord, la costa su cui mi sono fermato a vivere, non ho rivisto da lontano un vecchio soldato tedesco che sembrava aspettarmi. Era Hans Lotle, il protagonista di Quella notte a Dolcedo, e aspettava di tornare in Liguria dov'era stato soldato, dove aveva ucciso, devastato. Questo mi disse. Gli chiesi come mai non l'aveva fatto prima. Mi spiegò che non poteva, era un tedesco dell'Est, di Berlino Est e se fosse scappato avrebbe lasciato sola sua madre. E mi disse che questo non era possibile. Per una serie di motivi che ora non stava a spiegarmi, ma questo non era stato possibile.
Così aveva aspettato tanto, e quando sua madre era morta, l'anno prima della caduta del Muro, era tornato in Liguria, a cercare una colpa, a spostarla. Mentre me la raccontava, non mi sembrava una storia che spostasse delle colpe. Ma una storia di invasioni: lui, un uomo invaso dalla guerra, e la guerra che s'era servita di lui per invadere una terra, e il seguito, un popolo che aveva invaso pacificamente coi marchi quella valle e l'aveva acquistata. Per ultimo i rovi avevano invaso gli ulivi che molti secoli prima avevano invaso le terrazze. C'è addirittura una pianta che soffoca e invade i rovi, si tratta della vitalba, li attorciglia e li divora. In attesa di un incendio e dei miei ritorni.
Marino Magliani
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