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I Monti del Cielo (Tien Shan) che si levano sempre innevati a nord di Kuqa dal deserto del Taklamakan (Turkestan cinese ovvero Sinkiang uiguro), segnando il confine tra Cina e Khazakstan (e Kyrgyzstan), sono uno spettacolo da togliere il fiato. Altrettanto le ”Montagne fiammeggianti“ di loess che fanno da contorno alla depressione di Turpan, 80 metri sotto il livello del mare. Ma le città della ”Via Settentrionale della Seta“, ovvero appunto Kuqa e Turpan con le loro Grotte dei Mille Bhudda, sono deludenti. Se lo sono non è tuttavia colpa delle grotte in sé, quanto piuttosto degli avventurieri internazionali - detti «esploratori», «archeologi», «storici», «studiosi» eccetera - alla Albert von Le Coq e Aurel Stein che le hanno spogliate di affreschi, sculture e preziosissimi documenti, onoratissimi nelle patrie a cui hanno regalato le tonnellate di bottino, ma in realtà ladri di antichità. Laggiù tra le sabbie non è rimasto quasi niente di ciò che esse proteggevano in qualche caso da ben più di un millennio (il primo libro stampato al mondo), e a molto poco vale l'indignazione postuma dei cinesi, che si vendicano non facendo vedere quasi niente al malcapitato turista occidentale di oggi, impedito di fotografare alcunché e tenuto al guinzaglio da petulanti guide che pigolano notizie a caso nel loro chinglish (chinese-english) meccanico e incomprensibile. Per aggiungere al danno le beffe, alle Grotte di Turpan (Bezeklik) il rampante neo-turismo interno cinese ha imposto di preporre una sorta di raccapricciante Buddhaland con musicaccia e giochi da luna park. Un orrore.
Molto meglio Dunhuang, alle cui Grotte fanno peraltro da preambolo incredibili, altissime dune desertiche, costellate di bottigliette e lattine abbandonate ovunque dal suddetto cordiale ma ineducatissimo turismo nazionale, con slitte per discenderle a rotta di collo come fossero di neve, torme di pazienti cammelli bardati per inoltrarvisi, parapendii per svolazzarci sopra. Comunque le dune sono di impressionante bellezza, e magnifiche, finalmente, sono le grotte: almeno i Buddha giganteschi nessuno è riuscito a rubarli, anche se tra inglesi, tedeschi, russi, francesi, giapponesi e americani sono riusciti agli inizi del Ventesimo secolo a fare un'autentica strage di documenti preziosissimi quanto antichissimi in un numero infinito di lingue note e ignote, a testimonianza di buddismo indiano, gandhariano e protocinese, più nestorianesimo, manicheismo e chissà che cosa ancora.
Una strage nel vero senso della parola, visto che una grossa parte della refurtiva è andata distrutta a Berlino sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale o dispersa tra Giappone, Corea, Manciuria ed ex Unione Sovietica, se non abbandonata a languire in svariate cantine di grandi musei internazionali. Qualcuno continua tuttavia a sostenere che quei furti sono serviti a salvare almeno buona parte di preziosi reperti altrimenti destinati a essere distrutti dagli eserciti invasori o dalle soldataglie dei locali signori della guerra, se non da orde di iconoclasti musulmano-cinesi, più gli accaniti tombaroli locali, più le intemperanze delle Guardie Rosse. Abbastanza vero, ma i cinesi continuano a parlare di furto e a essere indignati, e non si può dar loro torto, soprattutto se si pensa al disastro di Berlino. Ma agli inizi del Novecento l'impero manciù era in disfacimento, e a quelle remote lontananze dal centro i governatori (amban) pensavano più che altro a difenderlo dalle mire irredentiste dei khan locali, se non semplicemente a mettersi al sicuro. E i ”diavoli stranieri“, per i quali i cinesi ancora adesso ”digrignano i denti“, facevano il bello e il brutto tempo. Non furtarelli: carrettate e carrettate di roba di inestimabile valore.
Di tutto quanto sopra e di coloro che hanno praticato il discutibile sport, a partire dal grande esploratore svedese-nazista Sven Hedin (che tuttavia più che rubare ha mappato per primo il deserto Taklamakan e passato la palla agli archeologi), attraverso l'ungherese-britannico Aurel Stein, l'ugonotto-germanico Albert von Le Coq, il francese Paul Pelliot, diversi russi, il giapponese conte Otani fino all'americano Langdon Warner (credo di averli citati tutti) ha tracciato un ormai invecchiato ma appassionante e documentatissimo resoconto - Diavoli stranieri sulla Via della Seta - l'inglese Peter Hopkirk, specialista di quelle aree, cui ha dedicato anche il ponderoso saggio sul torbido Grande gioco praticato sempre da quelle parti (Sinkiang e dintorni) da britannici e russi sul finale del Diciannovesimo secolo. Un testo apparentemente molto documentato, ma che può suscitare più di qualche irritazione per il suo taglio ultranazionalistico: i britannici avevano sempre ragione, i russi erano bestie, e stop. Si può avere più di qualche dubbio, visto che comunque il Grande gioco i britannici lo hanno perso alla grande.
Il saggio sulle razzie di antichità tra le sabbie di Taklamakan e dintorni, invece, è molto meno schierato, anche se alla fine non riesce a trattenersi: l'unico veramente bravo era l'ungherese naturalizzato britannico Aurel Stein, quasi tutti gli altri lasciavano in un modo o nell'altro a desiderare. Sarà senz'altro stato così.
Diavoli stranieri sulla Via della Seta è un libro di oltre 25 anni fa, quindi inevitabilmente datato nelle conclusioni (oltre che nella grafia dei luoghi): a quei tempi di frontiere cinesi (e sovietiche) ancora quasi chiuse e di primissimi visitatori britannici con tutta la loro albagia, Hopkirk non poteva di sicuro prevedere le entusiastiche e ottimistiche truppe di turisti cinesi con le loro ululanti guide armate di altoparlante, i luna park buddhisti e le bottigliette buttate dappertutto. Ma per chi ama quelle remote e affascinanti zone centro asiatiche con la loro fusione di antiche culture orientali e l'abbagliante misto di deserti infuocati e montagne altissime, è una lettura di grande interesse, oltre che sicuramente propedeutica per una più ragionata visita a Kuqa, Turpan e Dunhuang.
Mario Biondi
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