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Chiuso tra l'Himalaya a sud e la catena dei monti Kunlun a nord, ad altitudini tra i 4000 e i 5000 metri e spesso oltre, si estende uno dei territori più aspri e ancora meno visitati del nostro pianeta: il Tibet occidentale, oggi parte della Cina. Vi si accede con lungo itinerario da Lhasa, oppure con grande fatica (e disponendo di provette doti montanare) dall'India, attraverso i ripidissimi tratturi che valicano la catena himalaiana; con quasi altrettanta fatica, infine, dall'estremo Occidente della Cina, ovvero dal Sinkiang, partendo da Kashgar o da Hotan, via Yarkand e l'Aksai Chin, territorio amministrato dalla Cina ma rivendicato dall'India.
Zona difficilissima e asperrima, eppure, in secoli lontani, una culla di civiltà. Vi nacque probabilmente la religione Bön che precedette il Buddhismo, in cui fu poi (non proprio pacificamente) assimilata; vi prosperarono ricchi commerci nei due sensi fra l'India, l'Asia Centrale e la Cina; vi si sviluppò il civilissimo regno di Guge, i cui re, anzitutto attraverso la venerata figura del monaco Rincenzangpò, grande animatore e traduttore di testi sacri dal sanscrito (X-XI secolo), favorirono il revival del Buddhismo messo in crisi a Lhasa da un re fieramente avverso.
Nel XVII secolo vi fu addirittura ammessa una missione cattolica, portata lì dai gesuiti portoghesi di Goa guidati da padre Antonio de Andrade. Gli intrepidi missionari si erano spinti così lontano nella convinzione che si trattasse del favoleggiato regno cristiano del Prete Gianni. Non lo era, e in zona non vi erano cristiani, ma furono accolti con grande tolleranza e addirittura favore. Provocarono però la rovina del regno: i lama, indignati per la loro presenza e predicazione, chiamarono in soccorso le truppe del re del Ladhak, appena a sud, che arrivarono in forze, misero in galera i gesuiti, occuparono il regno e lo distrussero. Ulteriori devastazioni furono poi apportate dai tibetani di Lhasa al momento della riconquista e altre ancora dalle guardie rosse di Mao.
Di queste ultime devastazioni non poté ovviamente rendere conto (non erano ancora avvenute) il grande esploratore e tibetologo Giuseppe Tucci, che da quelle parti si aggirava in nome (e con finanziamento) della cultura ufficiale italiana già negli anni Trenta, continuando a farlo (in otto spedizioni) per un ventennio. Rese però conto con grande puntiglio e malinconia dell'irreparabile rovina in cui già allora erano ridotti quelle decine di luoghi sacri e monasteri un tempo splendidi. Lo fa, per esempio, nello snello ma prezioso Dei, demoni e oracoli. La leggendaria spedizione in Tibet del 1933 da poco uscito in una collana di libri di viaggi ed esplorazioni che si prefigge la ripubblicazione dei testi di Tucci, già editi ma ormai quasi (o totalmente) introvabili. Questo, per esempio, salvo errore, risale a un'edizione 1934 della Reale Accademia d'Italia.
Nel 1933 Tucci partì (non per la prima volta) dall'estremo Nord dell'India (Pathankot) per raggiungere lo Shang Shung, dove si trovano le rovine dell'antico regno di Guge. Lo fece con un itinerario veramente complesso (ai nostri occhi di oggi), viaggiando trasversalmente lungo lo Spiti e poi finalmente su per la la valle della Sutlej, uno dei quattro grandissimi fiumi asiatici che nascono dai dintorni del sacro Monte Kailash e dell'altrettanto sacro Lago Manasarovar, con Indo, Brahmaputra e Gange (attraverso il suo importante tributario Karnali).
Per decenni, nell'Ottocento, si era irriso alle cronache che parlavano di questo monte e di questo lago, trattate alla stregua di favole, finché esse furono inoppugnabilmente confermate dal grande e sconsiderato esploratore Sven Hedin. A diffondere quelle vecchie notizie, a parte i pii pellegrini buddhisti e induisti diretti proprio a fare la loro kora di tre giorni attorno al Kailash, era stato uno stuolo di spie, soprattutto britanniche e in varia maniera mascherate, che per decenni avevano tentato di rinnovare i fasti degli antichi commerci tra India e Asia Centrale, cercando caso mai nel frattempo di verificare se ci fosse la possibilità di far passare per quegli aspri tratturi anche po' di truppe, come effettivamente poi avvenne allorché i britannici di Younghusband occuparono Lhasa salendo per il Sikkim (1904).
Tucci raggiunge finalmente il Tibet Occidentale (il regno di Guge) agli oltre 5600 metri del Passo Shipki. Era già passato di lì un paio di anni prima, rimanendovi ammalato, e ha un emozionante incontro con gli amici del luogo. Ad attirarlo in quelle zone era il bruciante desiderio di penetrare a fondo la cultura tibetana, anche nelle sue componenti e pratiche più oscure, sotterraneamente legate a origini sciamaniche e Bön, quell' ”immenso tumulto dell'irrazionale“ dove l'uomo ”ritrova se stesso e abbraccia l'infinito“. E aspirava a ottenere l'iniziazione, cosa che non avvenne in questa spedizione del '33 ma nella successiva del '35, quando la ricevette ”dall'abate di Saskya“, come raccontò lui stesso.
Dallo Shipki La, nel '33, Tucci prosegue poi per i resti dell'antica capitale di Guge, Tsaparang, e i monasteri di Toling. È abile commerciante anche lui, o, meglio, abile acquirente. Da ogni suo viaggio, e quindi anche da questo del 1933, torna con dovizia di antichi oggetti di culto o testi sacri, rendendoli accessibili allo studio e sottraendoli all'oblio se non alla distruzione. L'implacabile professore conosce molto bene le popolazioni locali e sa come si tratta con esse, come si mercanteggia, come si concedono regali e mance, quali argomenti si usano (in particolare la conoscenza e la pratica del Buddhismo).
Lo racconta in pagine godibilissime, che fanno da contrappunto - non senza sollievo del lettore - ai profluvi di notazioni colte spesso non sufficientemente argomentate (se non niente del tutto). Non già perché l'emerito professore non conoscesse il fatto suo, al contrario, ma perché la disamina storico-scientifica la lasciava a testi più importanti e paludati: questi erano i suoi rapidi appunti di viaggio, magari anche sottoposti a editing. Ma non di rado, davanti a perentorie affermazioni tipo ”in quella effigie riconoscemmo immediatamente il tale dio, contrariamente a quanto sostenuto da Pinco Palla“, al lettore non risulterebbe sgradita, anche in nota, qualche breve giustificazione. Così come, data la difficoltà di seguire il tortuoso viaggio sulle carte geografiche con i nomi e i tracciati di oggi, non sarebbe forse stato superfluo corredare il testo con una mappa dell'itinerario.
Osservazioni minime, tali da non sminuire in nulla un libro che, a parte la sua incontestabile importanza, è godibilissimo, in particolare per il normale appassionato di viaggio avventuroso, soprattutto se con una propensione per il Tibet e il Buddhismo lì trapiantatosi dall'India (e lì sopravvissuto). Luoghi da visitare prima che la devastazione già prevista e lamentata da Tucci vi diventi totale e definitiva.
Mario Biondi
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