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Alla fine del 2005 è stato giustiziato il millesimo condannato a morte degli USA: un numero simbolico che ha riacceso le polemiche su un tema tanto controverso. Ma che cosa significa essere condannato alla pena di morte? Come vive un uomo negli anni che, dopo tale condanna, lo separano dall'esecuzione? E che cosa succede quando il momento è arrivato? Ci racconta tutto questo Richard Michael Rossi nel libro autobiografico La mia vita nel braccio della morte. Rossi è stato condannato nel 1983 alla pena capitale per omicidio; aveva 36 anni. Oggi ne ha 59 ed è detenuto a Florence, in Arizona. Con lui entriamo nel braccio della morte e seguiamo le complesse procedure di utilizzate per il conteggio dei detenuti e la distribuzione del cibo, o per i momenti destinati alla doccia e alla ginnastica; osserviamo le celle, apprendiamo le norme che regolano i contatti con l'esterno. Leggendo il modulo di un mandato di esecuzione e quello per la scelta dell'ultimo pasto arriviamo a conoscere persino la ”burocrazia della morte“. Richard Rossi ci apre, dall'interno, una finestra su un mondo brutale che di finestre non ne ha. Ne abbiamo parlato Marco Bardazzi, corrispondente dagli Usa dell'Agenzia Ansa, che ha scritto la premessa al libro.
D. Qual è il suo rapporto con Richard Rossi?
R. È iniziato come rapporto professionale. Da giornalista, ho contattato Richie perché mi incuriosiva la vicenda di un ”signor Rossi“ italoamericano che si trovava nel braccio della morte in Arizona in un luogo con un nome che a sua volta richiama l'Italia: Florence. Con il tempo, però, dopo scambi di lettere e qualche intervista telefonica, è diventata una vera e propria amicizia. Sono stato a trovarlo e l'ho aiutato in alcune sue vicende personali. Lui, a sua volta, adesso manda disegni e origami alle mie figlie, dopo che la più piccola ha disegnato per lui un panorama da attaccare alla parete della cella, perché le ho raccontato che non ha una finestra e da anni non vede il sole.
D. Visti i controlli rigidissimi che vigilano i rapporti dei detenuti del braccio della morte con l'esterno (le visite, le telefonate, la corrispondenza), come è stato possibile per Richard Rossi scrivere questo libro?
R. I regolamenti del carcere non vietano la corrispondenza, anche se viene sottoposta a controlli. Rossi può scrivere e gli scambi di lettere con persone di tutto il mondo rappresentano l'attività più importante delle sue giornate. Il libro è nato grazie ad amici che, all'esterno del carcere, hanno pazientemente raccolto i suoi saggi e le sue poesie e hanno poi trovato i canali per farli pubblicare. È ovvio che il sistema carcerario dello stato dell'Arizona non ama il lavoro di Rossi, visto che mette a nudo la realtà del braccio della morte. Ma va riconosciuto che non lo hanno mai censurato, anche se inevitabilmente Rossi ha pagato qualche conseguenza sul piano delle piccole vendette interne in carcere.
D. Che cosa rappresenta per lui questo testo? Ne avete parlato?
R. Non ho esitazioni a dire - perché Richie stesso me lo ha ripetuto più volte - che questo libro rappresenta la vita stessa per lui. Comunicare con l'esterno è un modo per continuare a esistere per i detenuti, in particolare per i condannati a morte. Far conoscere la propria storia e la propria condizione è un'esigenza profonda per chi non ha altre libertà. Nel 2000, in Virginia, ho raccontato per lavoro l'esecuzione di un italoamericano, Derek Rocco Barnabei. Sono rimasto colpito dal fatto che mezz'ora prima di morire, parlandomi per telefono dalla cella dove lo stavano preparando per l'iniezione letale, mi ha detto: ''Fai in modo che non si dimentichino di me''. Anche in punto di morte, c'è questo bisogno radicale di comunicare con l'esterno, con chi è libero. Con chi (per ora) resta in vita.
D. Il degrado alimentare e l'assistenza sanitaria inadeguata, come altri abusi che l'autore denuncia, fanno parte di un programma di annientamento della persona, una sorta di pena di morte psicologica da comminare prima di quella fisica?
R. Il sistema carcerario americano ha assunto ormai dimensioni enormi. Sono più di due milioni gli americani che in questo momento si trovano in cella. È anche un business di proporzioni smisurate, perché la gestione e le forniture delle prigioni sono in buona parte affidate a privati. In questo scenario, la cosa più difficile è fare del carcere un luogo di rieducazione. La situazione varia da uno stato all'altro e ci sono molte prigioni modello, ma in generale prevale l'aspetto punitivo su quello della valorizzazione di ciò che di buono c'è in ogni detenuto, per il fatto stesso che si tratta di un essere umano. Questo stato di cose è ancora più vero per il braccio della morte: un sistema penitenziario impostato in chiave imprenditoriale non può che vedere i condannati a morte come individui per i quali non vale la pena spendere tempo e denaro, visto che sono destinati comunque a morire. Pena di morte a parte, pero', si tratta di problemi che abbiamo anche in Italia, come dimostra l'attuale dibattito sull'amnistia e il sovraffollamento delle carceri.
D. Rossi scrive che la routine quotidiana di questi detenuti, protratta anche per diversi anni, spinge molti di loro a scegliere la morte volontaria senza attendere la data dell'esecuzione. Secondo lei, che cosa ha spinto Richard Rossi a resistere per più di vent'anni?
R. Richie Rossi ha resistito grazie a doti che, normalmente, in carcere costano la vita: l'intelligenza, la sensibilità, la bontà d'animo. Non voglio certo beatificarlo e lui stesso sa di stare pagando per avere annientato una vita umana. Ma Rossi sa, perché lo vive sulla propria pelle, che le persone possono cambiare e che dopo vent'anni un uomo non è necessariamente lo stesso che era quando ha sbagliato. Ciò che lo tiene in vita, come ho già detto, è la voglia di continuare a restare in rapporto con il mondo, di scambiare lettere, idee, impressioni con ”amici di penna“ spesso sconosciuti. È il sentirsi, in qualche modo, ancora una dignità umana addosso, per il solo fatto che altri pensano a lui e sanno che esiste.
Intervista a cura di Diletta Castorini
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