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Un romanzo sotto mentite spoglie  Intervista a Cristiano De Majo

L’impero del senso: quel che resta del porno   Intervista a Simone Regazzoni

Una filosofia di vita  Intervista a Patrizia Ferrante

La sottile linea tra bene e male  Incontro con David Almond

Quando l’amore fa male  Intervista a Lidia Castellani

I dolori della giovane Zoey  Intervista a P.C. & Kristin Cast

Robert Capa, fotoreporter da leggenda  Intervista a Susana Fortes

Delitto a trenta gradi sotto zero  Incontro con Mons Kallentoft

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I mille volti di una città maledetta  Intervista a Siddharth Dhanvant Shanghvi

Il potere dei libri  Intervista a Mikkel Birkegaard

Razzismo, querce e limoni  Intervista a Cosimo Calamini

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La Garzantina Universale a breve su iPad  Incontro con Oliviero Ponte di Pino

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India tra modernità e tradizione  Intervista a Karan Mahajan

Sono o non sono un siciliano?  Ce lo spiega Alessio Puleo

Il destino dell’umanità in un libro  Incontro con Glenn Cooper

Le ragioni del cuore sotto il cielo africano  Incontro con Monica Ciccolini

Sesso e veleni nell’Urbe  Intervista a Steven Saylor

Una partita a scacchi tra cristiani e musulmani  Intervista a Nerea Riesco

L’altro volto del crimine  Incontro con Ferdinand von Schirach

L’Uruguay in tre generazioni di donne  Intervista a Carolina De Robertis


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altieri.jpg La globalizzazione del crimine
Intervista ad Alan D. Altieri
autore di L'Uomo Esterno
[Maggiori info su Internet Bookshop Italia]



(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

D. La prima edizione dell'Uomo Esterno è stato pubblicata dodici anni fa. Perché questo ritorno?

R. Ritengo che uno dei migliori aspetti de L'Uomo Esterno sia la sua "storia senza tempo", vale a dire una storia non necessariamente collocabile in un contesto temporale specifico. Valida per tutti i tempi e luoghi. Al suo fulcro c'è una base narrativa classica: l'incontro/scontro tra due guerrieri che si ritrovano molto più simili uno all'altro di quanto loro stessi potrebbero immaginare. Circostanze sempre più estreme spostano progressivamente il loro rapporto da un antagonismo diretto a un'alleanza quasi forzata, a un'amicizia impossibile. Suppongo che sia questa "universalità tematica" a consentire al romanzo di tornare dodici anni dopo. La narrativa in generale, sia scritta sia filmica, abbonda di storie basate sul concetto che ho appena citato: da Jules & Jim, amici innamorati della stessa donna, al fenomenale film d'azione The Killer, diretto dal grande regista di Hong Kong John Woo.

D. Ciò che valeva alla fine degli Anni '80 non è necessariamente più valido oggi. Vi sono dunque stati modifiche e aggiornamenti? Quali?

R. L'elemento che entra in gioco con prepotenza in questa nuova edizione del romanzo è la globalizzazione. Globalizzazione, intendo, del crimine organizzato. Negli ultimi dieci anni il crimine organizzato si è evoluto in una delle forze di potere primarie sullo scacchiere planetario. Dal contrabbando di materiale nucleare dall'ex Unione Sovietica, al traffico delle droghe pesanti dall'America Latina, al contrabbando di immigrati clandestini a tutte le latitudini, alle molte e diversificate frodi monetarie e azionarie su vasta scala di cui sentiamo parlare, ci troviamo di fronte a una ragnatela "globale" la cui penetrazione nella società e nella politica è, a dire poco, sinistra. In questa nuova edizione dell'Uomo Esterno tento di presentare il problema di un onnipresente, dilagante crimine organizzato. Mentre nell'edizione del 1989 i "cattivi" erano tutti gangster italiani, in quello del 2001 essi vengono dalla Nigeria, dal Kosovo, dall'Ucraina... Benvenuti quindi nel "Villaggio globale dei farabutti", luogo felice in cui bandiere, religioni, razze e sesso non contano. Luogo felice dove esiste un unica imperatrice: l'avidità.
Un'altro importante aggiornamento riguarda il protagonista/antagonista David Sloane. Sloane è un uomo ossessionato da spettri provenienti da una "sporca guerra" del suo passato, che era il Vietnam. Nel 2001, un reduce del Vietnam sarebbe un signore sulla sessantina. Non molto credibile vederlo muoversi come un campione di decathlon, sparare con tutti i calibri e sedurre una ragazzina di diciannove anni. Quindi per lo Sloane del 2001, gli incubi e le ossessioni hanno inizio in uno dei più luridi conflitti dell'ultimo scorcio del XX Secolo: la guerra di Bosnia, preludio all'ugualmente grottesca debacle del Kosovo e ora anche della Macedonia.

D. Qual è il conflitto primario al centro di questo nuova edizione del romanzo?

R. Nella narrativa esistono il "testo" e il "sottotesto": il primo è ciò che compare sulla pagina, il secondo è quanto viene implicato. Nell'Uomo Esterno sarebbe poco corretto identificare come un conflitto l'incontro/scontro tra il poliziotto e il killer. Il vero conflitto è quello che si scatena nell'intimo di questi due uomini: ovvero l'impossibilità di coesistere con una parte di sé stessi. Il killer non riesce a risolvere la contraddizione intrinseca tra ciò che avrebbe voluto essere e ciò che invece è diventato. Il poliziotto è costretto a cozzare da un lato con le pastoie della "legalità" e dall'altro con le necessità della "giustizia", quella vera. È un ingranaggio che non può non divorare i propri figli.

D. Com'è la Milano tratteggiata nel libro?

R. Quasi tutti i miei libri sono ambientati in paesi stranieri. L'Uomo Esterno, invece, si svolge quasi per intero a Milano, la mia città. Una città che, allora come ora, offre tutti gli spunti necessari per ottima "ultra-violenza". Milano è una metropoli europea, con tutti gli annessi e (s)connessi del caso. Asggrovigliata, caotica, crudele e infame, la Milano che presento nell'Uomo Esterno è un coacervo delle peggiori pulsioni umane. Ma è anche il luogo in cui può trovare posto qualche rada zattera di salvataggio: l'amicizia virile da un lato, l'amore privo di compromessi dall'altro. Ho trattato la Milano del romanzo come una metropoli demente, inquietante e sempre sul margine della devastazione. Come un labirinto disgregato e infetto, pieno di idioti attaccati al cellulare e di balordi zeppi di cocaina in crack che sghignazzano nel premere il grilletto. Un eccesso? Mah...
A mio giudizio, le società tecnologicamente avanzate sono percorse da correnti d'odio sempre più vorticose. Il fatto che quasi ogni partita di calcio si trasformi in una mezza sommossa, il fatto che si sia tornati a fare terra bruciata di interi quartieri urbani come ai tempi degli "anni di piombo", sono solo la punta dell'iceberg di un disagio tanto profondo quanto inestricabile. Nel 1992, ho visto Los Angeles messa a ferro e fuoco per una cosiddetta "insurrezione razziale". Chi legge i miei libri sa qual è la mia prospettiva sulla natura umana. Ieri era Los Angeles. Che cosa impedisce di credere che domani possa toccare anche a Milano?