|
Laurell K. Hamilton è ormai un'autrice di culto negli Stati Uniti e la sua fama si sta estendendo rapidamente anche in Europa. Alla Hamilton va riconosciuto il merito di aver saputo rinverdire il mito del vampiro, con una serie di romanzi horror incentrati sulla figura di Anita Blake, la ”Sterminatrice“, una donna forte e determinata che ama vivere pericolosamente. Il ballo della morte è il quinto romanzo pubblicato in Italia. In questo episodio vediamo Anita combattere su due fronti: un sicario, pagato da un ignoto mandante, sta attentando alla sua vita; mentre Jean-Claude e Richard - un vampiro e un licantropo - stanno cercando di far breccia nel suo cuore. Salvare la propria pelle e scegliere fra i due spasimanti sono le priorità di Anita che ha il cuore diviso a metà. La vicenda è ambientata come sempre in una versione alternativa e mostruosa di St.Louis, dove gli esseri umani vivono a stretto contatto con vampiri, lupi mannari e altre diaboliche creature. Abbiamo rivolto all'autrice alcune domande.
D. I romanzi e i film sui vampiri riscuotono ovunque grande successo. Come spiega il perdurare di questo mito nell'immaginario collettivo?
R. È da tempo che mi faccio questa domanda e francamente non ne conosco la risposta. Una cosa è certa: più faccio ricerche sull'argomento, più si rafforza in me la convinzione che il mito del vampiro sia uno dei più diffusi a livello mondiale. In tutte le culture, a ogni latitudine, esistono varianti di questa figura: a volte è un mostro succhiasangue dotato di zanne, in altri casi è una persona in carne e ossa che ruba l'energia vitale a un'altra, oppure un'entità capace di attaccarsi come una sanguisuga agli arti o al corpo della vittima. Spesso noi abbiamo la tendenza a trasformare ciò che ci fa paura in qualcosa che abbia una valenza positiva e a colorarlo di fantasie piacevoli o erotiche. Non è un caso che i vampiri siano spesso dipinti come simpatiche canaglie, come sensuali seduttori ricchi di charme. Forse è questa la ragione principale della loro diffusione e longevità: il bisogno, tipicamente umano, di esorcizzare in qualche modo il timore della morte.
D. La differenza principale tra i suoi libri e quelli tradizionali sui vampiri è il ritmo. Lei non indugia mai in lunghe descrizioni d'ambienti o stati d'animo, ma punta tutto sull'azione, su una trama ”turbo“ che non appartiene tanto alla letteratura gotica, quanto piuttosto al thriller contemporaneo o al romanzo d'azione. È d'accordo con la mia analisi?
R. Condivido appieno. Ho sottoposto gli elementi della tradizione gotica a un'attenta rielaborazione, avendo come punto di riferimento proprio il thriller contemporaneo. Curiosamente la mia scoperta della letteratura poliziesca è avvenuta tardi. Non ho mai letto gialli fino agli anni dell'università, quando sono stata folgorata dai libri di Robert B. Parker sul detective Spenser. Sono passata poi ai romanzi di Raymond Chandler, Dashiell Hammett e Sue Grafton. Quel tipo di scrittura ha influito tantissimo sulla ”voce“ di Anita e sul mio ritmo narrativo.
D. Nel mondo di Anita chi discrimina un licantropo o chi uccide un vampiro senza una specifica disposizione della corte di giustizia commette un reato. È possibile leggere questo suo mondo di fantasia come una metafora della nostra società che, per quanto sempre più multirazziale, nutre ancora timori verso ciò che è diverso?
R. Autorizzo senz'altro questo tipo di interpretazione. Nessuno dovrebbe essere giudicato a priori e credo fermamente che tutti meritino un'opportunità. Quando ho cominciato a scrivere questa serie non sapevo quanto questo tema fosse importante. L'ho compreso cammin facendo. Sì, l'identificazione tra diversità e malvagità è un tema forte della mia narrativa. Anche Anita cade in questo equivoco, salvo poi accorgersi del suo errore.
D. Nel Ballo della morte la vita sentimentale di Anita è a una svolta: i suoi due ”mostruosi“ amanti sono ai ferri corti, stanchi di un ménage a tre che è causa di furibondi litigi e gelosie. Era stato pianificato tutto fin dall'inizio o le è venuta l'idea del triangolo in corso d'opera?
R. Quando ho creato il personaggio del vampiro Jean-Claude non pensavo minimamente che potesse rimanere coinvolto in una relazione amorosa con la protagonista. Lo ritenevo una sorta di cadavere ambulante e non immaginavo che Anita potesse trovarlo attraente. Sono stata però smentita. Scrivendo di Jean-Claude, mi sono presto resa conto che i due, prima o poi, avrebbero avuto il loro momento di passione. È a quel punto che ho creato il personaggio di Richard: volevo sbarazzarmi di Jean-Claude e scongiurare il pericolo di una relazione tra Anita e il vampiro. Vedevo già un matrimonio all'orizzonte. Ma, ancora una volta, non è andata come pensavo. Succede sempre così quando ci si mette a ”combattere“ i propri personaggi: loro sanno sempre quello che vogliono.
D. Anita è l'eroina indiscussa della saga. I suoi modi accattivanti e il suo senso dell'umorismo fanno di lei una beniamina dei lettori, tuttavia Anita ha anche diversi lati oscuri: è infatti una donna spietata, che non esita a uccidere e che raramente prova rimorsi per le sue vittime. Le capita mai di avere dei dubbi o qualche forma di pudore nel presentare una paladina del bene come una sanguinaria dal grilletto facile?
R. In realtà io non la vedo come una sanguinaria. Prima di mettermi a scrivere la saga, ho intervistato parecchi poliziotti e militari, persone che si sono trovate nella condizione drammatica di uccidere qualcuno. Parlando con loro, ho capito che non esistono grandi alternative dopo uno scontro a fuoco: o si abbandona il proprio lavoro perché non si è più in grado di premere il grilletto, oppure si diventa insensibili, nel senso che si perde una parte di sé, quella parte che ti sussurra nell'orecchio: ”non sparare“. In effetti ho creato la mia eroina, avvalendomi di quelle preziose testimonianze di vita vissuta. All'inizio Anita non considera nemmeno ”omicidi“ quelli che commette, per la semplice ragione che non considera ”esseri umani“ le sue vittime. Soltanto in un secondo momento comprende che anche i cosiddetti mostri sono ”persone“ e, come dicevo prima, a nessuno si può negare una chance. Neppure a un vampiro o a un lupo mannaro.
D. In America la serie di Anita Blake è già arrivata al tredicesimo episodio. Riesce ancora a trovare gli stimoli giusti per continuare la saga o avverte il bisogno di scrivere altro?
R. I libri su Anita cominciano a essere parecchi - ho ultimato il tredicesimo poco prima di venire in Italia - ma confesso di avere ancora tanto da imparare sui miei personaggi e sul loro mondo. Ho un cassetto pieno di trame possibili e sono curiosa anch'io di sapere dove il destino condurrà Anita, anche perché tutte le volte che ho cercato di determinare un orientamento, le mie storie hanno preso una piega inaspettata. Ho però qualche idea interessante per alcuni gialli classici senza elementi fantastici. Inoltre ho avviato la saga dark fantasy di Meredith Gentry, ancora inedita in Italia.
D. Vedremo mai Anita sul grande schermo?
R. Non so se verrà mai realizzata una trasposizione cinematografica, ma posso già anticipare che presto verrà girato un film tv tratto dal mio primo romanzo, Nodo di sangue. Io e mio marito scriveremo la sceneggiatura.
Intervista a cura di Marco Marangon
dicembre 2005
|