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È veramente esistito un tempo in cui cacciare era un legame col mondo, un vincolo tra persecutori e perseguitati, e morire cacciando rappresentava l'unica forma ammessa per morire? Un tempo le pantere non erano nere, come racconta Fabio Morabito nel piccolo romanzo intitolato appunto Quando le pantere non erano nere, ma fulve come i leoni che tanto idolatravano, e vivevano in branchi. Una notte però, dopo aver perso la madre, un giovane esemplare, ribattezzata l'Orfana, decide di staccarsi dal gruppo, tra la sorpresa e la disapprovazione degli altri membri. Inizia così un viaggio solitario nella savana alla ricerca della propria identità. Incontrerà un misterioso branco che non lascia impronte e sentirà un richiamo irresistibile, atavico, che la porterà a vivere sui rami per confondersi tra gli alberi e, soprattutto, a cambiare il colore del proprio manto. Un'esotica storia di iniziazione, un'appassionante e insolita avventura in cui la forza delle scene di caccia si unisce alla magica suggestione dei paesaggi. Ne abbiamo parlato con l'autore:
D. Come nasce l'idea di raccontare la storia della trasformazione del manto delle pantere?
R. La storia è nata da un breve racconto che avevo inventato per mio figlio Diego - cui il libro è dedicato - quando, la sera, cercavo di farlo addormentare. Nel momento in cui ho deciso di metterlo per iscritto, ne è venuto fuori un piccolo romanzo.
D. La storia della pantera orfana ricorda molto la fiaba del brutto anatroccolo lasciato solo e rifiutato perché diverso. Poi però la situazione si volge a suo favore. È forse questo il significato dell'opera, il messaggio che vuole trasmettere?
R. Vorrei chiarire che non mi interessa trasmettere nessun messaggio, di nessun tipo. Sono molto sospettoso nei confronti dei libri che si vogliono fare veicolo di un qualche messaggio o idea determinata. Quanto al brutto anatroccolo, non ci pensavo quando ho scritto il libro, ed è una storia che quasi non conosco. Piuttosto mi sembra un mito vecchio come il mondo il fatto che qualcuno che si trova in svantaggio per una qualsiasi ragione, si tratti di una pantera orfana o di un brutto anatroccolo, riesca poi a trovare la propria strada e il proprio destino molto meglio di tanti altri considerati "normali".
D. Ha visitato di persona i luoghi descritti nel suo libro?
R. No, non li ho mai visitati. Non sono luoghi reali, ma un insieme di tanti posti che ricordo di aver visto nei documentari televisivi sulla vita degli animali, dei quali sono un grande appassionato.
D. Le pantere, così come gli esseri umani, sono divisi tra il desiderio di imitare i propri simili e quello di essere indipendenti. È forse questo il confronto che aveva in mente quando ha raccontato la loro storia?
R. No, è venuto fuori senza che me ne accorgessi, e mi è sembrato soprattutto un elemento comico (volevo infatti che mio figlio ridesse, mentre gli raccontavo la storia delle pantere). Trovo buffo pensare ad animali che, a causa di un complesso di inferiorità, si mettono a imitarne altri. Ma, in genere, tutti quelli che imitano qualcuno, che vogliono essere qualcun altro, hanno in sé qualcosa di comico. Il culmine di questa mania di emulazione è rappresentato nel romanzo da quella pantera che, per tutta la vita, aveva imitato un animale immaginario -il pirghidì- che, naturalmente, nessuno aveva mai visto. A mio parere è anche il personaggio più tragico del libro, perché imita qualcosa di inesistente.
D. Una frase colpisce in modo particolare, "all'inizio gli alberi sembrano inutili, [...] ma, entrando nella giungla, si intuisce che quel disordine apparente nasconde invece una segreta armonia." È questo che rappresenta per lei la natura? Un luogo magico in cui rifugiarsi e ritrovare pace e armonia?
R. Per me la natura non è un luogo di pace e armonia, bensì di lotta e sopravvivenza. Per questo nel mio libro ho cercato di rendere in modo vivido le scene di caccia, dove regnano paura e sangue. Per me, la natura ha questo di straordinario: ciascuno possiede un compito, svolge una funzione ben precisa, ha una propria occupazione. Nella natura non esiste la noia, un prodotto tipicamente umano, più precisamente cittadino, e nemmeno esiste il superfluo. Ogni albero del bosco è lì per un motivo ben preciso.
D. Chi sono i suoi maestri? Quali sono i romanzi che ama leggere?
R. La mia lingua materna è l'italiano (così come il mio passaporto), ma sono uno scrittore messicano, perché tutto ciò che ho scritto, l'ho scritto in spagnolo, in Messico, dove abito da quando avevo 14 anni. Molti dei miei maestri, quindi, sono scrittori appartenenti alla letteratura spagnola e latino-americana. Tra gli italiani, che amo moltissimo leggere, i miei autori preferiti (molti dei quali ho tradotto in spagnolo) sono Saba, Montale, Penna, Svevo, Primo Levi, Buzzati, Natalia Ginzburg e alcuni libri di Calvino
D. Quali consigli darebbe agli aspiranti giovani scrittori?
R. Di essere onesti con se stessi e di non prendersi troppo sul serio. Molte cose si scrivono da sole.
D. Quando e dove ama scrivere?
R. Sono uno scrittore disciplinato. Scrivo tutti i giorni, eccetto la domenica, dalle 6 alle 9 di mattina. Punto la sveglia alle 5.30, prendo un caffè e mi metto al lavoro quando fuori è ancora buio. In queste prime ore del giorno scrivo ciò che mi sta più a cuore: racconti e poesie. Nel pomeriggio scrivo altro: articoli, traduzioni.
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