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Paola Mastrocola non è soltanto una scrittrice che ha raggiunto il successo negli ultimi anni con libri come La gallina volante e Una barca nel bosco, con cui ha vinto il Premio Campiello 2004, è forse soprattutto un'insegnante di lettere in un liceo scientifico torinese. Ama parlare e scrivere della scuola e, da come lo fa, si capisce che questo mestiere l'appassiona. Tuttavia esso non è esente da problemi, difficoltà e talora delusioni, per questo insegnare nelle scuole oggi richiede coraggio e entusiasmo. Di getto, Paola Mastrocola ha scritto La scuola raccontata al mio cane, un saggio in cui, forte della propria esperienza, spiega con tanta ironia e acume qual è la situazione attuale di insegnanti e studenti e suggerisce come sopravvivere alle continue trasformazioni. Di questo libro e altro abbiamo recentemente parlato con lei.
D. Le tue impressioni dopo la vittoria al Campiello. Quali erano le tue aspettative, cosa hai provato? E adesso?
R. Per me il Campiello non è un Premio, è innanzi tutto una Festa. Complice Venezia e la stagione dolcemente settembrina. Così era stato già quattro anni fa, quando la mia Gallina arrivò seconda. Ma quest'anno, devo ammettere, è stato molto di più: una sorpresa, un dono inaspettato degli dei, un colpo di quelli che la vita - quando proprio vuole essere molto generosa! - ci manda, e che ci lascia anche sgomenti, perfino imbarazzati
D. Gaspare, protagonista del libro, è il prototipo dello studente di questi nostri tempi?
R. Gaspare è l'anti-prototipo, direi. Lo studente medio è il suo esatto contrario: un giovane furbetto e svogliato che cerca di ottenere risultati di galleggiamento facendo il minimo sforzo possibile, ovvero perlopiù fingendo di studiacchiare. Gaspare invece fa sul serio, e ha anche un suo particolare talento; chiede molto ai suoi insegnanti e, per sua natura, si pone fuori dal branco. Rappresenta una minoranza solitaria e trascurata, che però credo non sia così esigua: mi son fatta l'idea che di Gaspari ce ne siano diversi, sparsi qua e là e nascosti tra le righe del mondo. Vorrei che saltassero fuori, e trovassero finalmente la loro voce, contro il branco.
D. La scuola oggi: il panorama attuale è sconsolante. «Un mestiere che non c'è più», lo definisci nel nuovo libro. Perché?
R. Il mio mestiere era insegnare la letteratura. Era trasmettere almeno un po' dell'immenso patrimonio di libri, autori, idee che sopravvive attraverso i secoli e fa la nostra ricchezza, individuale e collettiva. Si trattava, anche, di richiedere agli allievi uno sforzo di applicazione e concentrazione: si trattava di richiedere... lo studio! Che, come si sa, è fatto di tempo, solitudine, meditazione. Ora la letteratura è stata relegata a uno spazio minimo nella scuola, perché ritenuta difficile, lontana e ben poco utile. La scuola chiede altro ai suoi insegnanti: chiede di alleggerire i contenuti, divertire i ragazzi e attrezzarli a usare gli strumenti multimediali. È una scuola pericolosamente e colpevolmente conforme alla società, non le oppone nulla, la asseconda e diventa una specie di parco giochi o immenso spazio spettacolare. Lo studio non esiste più, nessuno più lo prevede e lo richiede. Ecco perché ho perso il mio mestiere.
D. La scuola raccontata al mio cane è scaturito da una costola di Una barca nel bosco?
R. Direi che si tratta di due costole differenti. I romanzi, si sa, volano in un loro cielo separato e felice; Una barca nel bosco parla certo anche di scuola, ma spero che parli anche di altro, ad esempio di quanto è difficile per un giovane restare com'è e non cedere alle logiche del branco. I saggi sono più terrigni e tutto sommato limitati: parlano della realtà, hanno fini precisi, devono far luce, smuovere le acque, dire la verità... Ma certo è che entrambi i libri nascono dal mio malessere, anzi, dal forte disappunto verso la scuola (ma anche la società) degli ultimi sette otto anni.
D. Una scrittrice di narrativa che sconfina temporaneamente nella saggistica. È un po' la cifra della nuova collana delle Fenici Rosse, del resto. I tuoi lettori ti seguiranno? Pensi di conquistarne di nuovi?
R. Mi sono detta spesso: Paola, perché lo fai questo libro? Ho sempre avuto l'idea che fosse un rischio; sì, alcuni dei miei lettori potrebbero non seguirmi: mi scopro molto in questo nuovo libro, dico quel che penso, abbandono il comodo riparo delle storie inventate. Potevo farne a meno e vivere tranquilla, lo so. Ma credo che non si debbano mai fare calcoli del genere: se ci pare giusto dire certe cose in un certo momento, dobbiamo dirle e basta, e confidare nella loro forza.
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